I bicchieri tremarono.
«E allora chiama qualcuno, ma non mettere il nostro nome in mezzo.»
Teresa si alzò lentamente.
«Il nostro nome?»
Marco abbassò la voce.
«Lo sai com’è la gente. Domani in piazza diranno che mia madre vede fantasmi, che si inventa storie, che vuole farsi notare.»
«Io non voglio farmi notare.»
«E allora non farlo.»
La frase cadde sulla tavola più pesante di uno schiaffo.
Laura guardò suo fratello.
«Ti rendi conto di quello che stai dicendo?»
«Sto dicendo che dobbiamo pensare anche a noi. Io lavoro con mezzo paese. Ho clienti, fornitori, conoscenze. Non posso permettermi che mia madre finisca in mezzo a una storia sporca.»
Teresa rimase ferma.
Le mani appoggiate alla sedia.
Il pranzo della domenica, quello che lei difendeva come si difende una candela dal vento, si stava spaccando davanti ai suoi occhi.
Non per colpa di una donna che urlava.
Ma per colpa di chi preferiva non sentirla.
«Quando eri piccolo» disse Teresa piano, «ti sei perso alla fiera di San Giuseppe. Avevi sei anni. Tuo padre ti cercava tra le bancarelle e io urlavo il tuo nome come una disperata.»
Marco distolse lo sguardo.
«Una signora ti trovò vicino alle giostre. Non ti conosceva. Poteva dire: non sono affari miei. Poteva farsi la sua passeggiata. Invece ti prese per mano e ti portò dai carabinieri.»
Nessuno parlava.
«Se quella donna avesse pensato alla bella figura, tu magari non saresti tornato a casa.»
Marco si alzò.
«Non tirare fuori queste cose.»
«Io tiro fuori quello che serve.»
Roberta prese la borsa.
«Forse è meglio andare.»
Teresa guardò la tavola apparecchiata.
La pasta al forno ancora coperta.
Il pane caldo.
Il vino aperto.
Le sedie occupate a metà.
«Sì» disse. «Forse è meglio.»
Marco uscì senza salutarla.
Roberta dietro di lui.
Laura rimase.
Quando la porta si chiuse, Teresa si sedette.
Per la prima volta dopo anni, pianse davanti a sua figlia.
Non un pianto elegante.
Non due lacrime composte.
Pianse con il viso nelle mani, come piangono le donne che hanno tenuto duro troppo a lungo.
Laura le si avvicinò.
«Mamma, dobbiamo fare qualcosa.»
Teresa tirò su il naso.
«Hai sentito tuo fratello.»
«Mio fratello ha paura.»
«Anch’io.»
Laura le prese la mano.
«Appunto.»
Quel pomeriggio scrissero tutto.
Teresa raccontava.
Laura prendeva appunti.
Orario.
Parole precise.
Descrizione degli uomini.
Targa della macchina parcheggiata davanti alla villetta, se la ricordava a metà.
Il nome di Nino.
Il singhiozzo.
La minaccia.
Teresa voleva correggere ogni dettaglio.
«Non mettere “forse”. Io l’ho sentito.»
Laura annuiva.
«Allora scrivo “ho sentito”.»
Alle cinque bussarono alla porta.
Tre colpi.
Secchi.
Teresa e Laura si guardarono.
Non aspettavano nessuno.
Laura andò all’ingresso.
«Chi è?»
Nessuna risposta.
Guardò dallo spioncino.
Sul tappetino c’era una busta bianca.
Nient’altro.
Laura aprì appena la porta e la prese.
Dentro c’era una fotografia.
Teresa in strada, quella mattina, davanti alla villetta.
Scattata da lontano.
Sul retro, una frase scritta con un pennarello nero.
LA CURIOSITÀ FA INVECCHIARE MALE.
Laura impallidì.
Teresa, invece, smise di tremare.
Strano.
La paura, quando diventa troppo grande, a volte si trasforma in rabbia.
E la rabbia di una donna anziana non è fuoco di paglia.
È brace rimasta sotto la cenere per decenni.
«Adesso basta» disse Teresa.
Laura cercò di fermarla.
«Mamma, aspetta.»
«No.»
Teresa prese il cappotto.
Uscì di casa.
Attraversò la strada.
Andò dritta al panificio.
Nino stava chiudendo.
La serranda era a metà.
Quando la vide, capì subito.
«Teresa, no.»
Lei gli mise la fotografia davanti.
«Parla.»
Nino guardò la foto.
Poi la piazza.
Poi lei.
«Non qui.»
La portò nel retrobottega, tra sacchi di farina e cassette vuote.
Lì dentro c’era l’odore di una vita intera.
Pane, lievito, fatica, mattine iniziate alle quattro.
Nino si tolse il grembiule.
Sembrava invecchiato di dieci anni.
«Non sono agenti veri» disse.
Teresa sentì il cuore mancare un colpo.
«Cosa?»
«O almeno non sempre. A volte si presentano con divise diverse. Vigilanza, controlli, sicurezza privata, non so. Hanno agganci. Fanno paura alla gente.»
Laura strinse i pugni.
«E i Rinaldi?»
Nino si passò una mano sul viso.
«Quella casa non è tranquilla da anni.»
«Perché nessuno parla?»
Lui rise amaramente.
«Perché qui tutti parlano di tutto, Teresa. Ma solo quando non serve a niente.»
Quella frase rimase sospesa nel retrobottega.
Nino raccontò a pezzi.
Non tutto.
Non subito.
La moglie dei Rinaldi, Anna, era comparsa sempre meno.
Prima non veniva più al mercato.
Poi non si era più vista a messa.
Poi si diceva che fosse andata da una sorella.
Ma nessuno sapeva quale sorella.
Nessuno chiedeva.
Perché il signor Rinaldi era uno che offriva il vino alla festa del paese, pagava le luminarie, salutava tutti con la mano sul cuore.
Uno di quelli che in pubblico baciano i bambini e in privato spengono le luci.
«Io una sera l’ho vista» disse Nino. «Dietro il cancello. Aveva gli occhi… non so come dirtelo. Come una bestia che non può scappare.»
Teresa chiuse gli occhi.
«E tu?»
Nino abbassò la testa.
«Io ho fatto finta di niente.»
Lei non lo insultò.
Non serviva.
La vergogna, quando è vera, si vede da sola.
«Stavolta no» disse Teresa.
Nino annuì.
«Stavolta no.»
Quella sera non andarono alla caserma del paese.
Non chiamarono numeri locali.
Laura, che aveva più dimestichezza con le cose moderne, mandò una segnalazione scritta a un ufficio provinciale, a una redazione indipendente e a un’associazione che aiutava donne in difficoltà.
Teresa volle anche spedire una copia cartacea.
«La carta resta» disse.
Prese tre buste.
Scrisse gli indirizzi con la sua calligrafia vecchia, rotonda, da scuola elementare di una volta.
Poi aggiunse una quarta busta.
Per suo fratello Ernesto, che viveva in un altro paese e non aveva mai sopportato i silenzi comodi.
Dentro mise tutto.
Anche la fotografia minacciosa.
Prima di dormire, Teresa si sedette in cucina.
La pasta al forno era ancora lì.
Fredda.
Intatta.
Ne tagliò un pezzo e lo mangiò in piedi.
Aveva il sapore amaro delle cose rimaste a metà.
Nei giorni successivi, il paese cambiò faccia.
Non apertamente.
Nessuno venne a insultarla.
Nessuno le disse nulla in piazza.
Ma gli sguardi sì.
Quelli arrivavano prima delle parole.
Al supermercato di zona, due donne smisero di parlare quando lei passò.
In farmacia, il commesso le chiese a voce troppo alta se dormiva bene.
Dal parrucchiere, una cliente disse:
«Certa gente, quando resta sola, comincia a vedere cose.»
Teresa fece finta di non sentire.
Ma sentì tutto.
Gli over cinquanta lo sanno bene.
A una certa età, non hai più bisogno che ti urlino addosso.
Ti basta il modo in cui una persona cambia marciapiede.
Il modo in cui abbassa la voce.
Il modo in cui ti toglie il saluto senza togliertelo davvero.
Marco non chiamò per quattro giorni.
Poi arrivò il giovedì sera.
Senza Roberta.
Entrò in cucina e trovò sua madre che stirava fazzoletti.
«Ancora con quelli?» disse.
«I fazzoletti servono sempre.»
«Mamma, dobbiamo parlare.»
Lei continuò a stirare.
«Parla.»
Marco restò in piedi.
«Mi hanno chiamato due clienti oggi.»
«Per ordinarti qualcosa?»
«Per chiedermi se è vero che mia madre sta facendo denunce.»
Teresa piegò un fazzoletto.
«E tu cosa hai risposto?»
«Che sei stressata.»
Il ferro da stiro si fermò.
Teresa lo guardò.
Lentamente.
«Hai detto che sono stressata?»
Marco si passò una mano tra i capelli.
«Cosa dovevo dire? Che mia madre si è messa in guerra con mezzo paese?»
«Dovevi dire la verità.»
«La verità non la sappiamo!»
«Io so quello che ho sentito.»
«Non basta.»
Teresa spense il ferro.
«A te non basta mai niente quando la verità ti mette in imbarazzo.»
Marco strinse la mascella.
«Non essere ingiusta.»
«Ingiusta?»
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