La mattina dopo mi sono svegliato prima della sveglia, con una sensazione strana addosso: non leggerezza, ma stabilità. Come se qualcuno avesse messo un fermacarte sui pensieri, impedendo loro di volare via.
Nerone era già sveglio. Non dormiva mai davvero: stava disteso sul pavimento, gli occhi semiaperti, il fianco che si alzava e si abbassava lento. Quando mi sono mosso, la coda ha fatto un colpo secco contro il muro, come un saluto senza entusiasmo ma sincero.
Ho messo su il caffè. Il borbottio della moka mi ha dato fastidio e conforto insieme. Nerone si è piazzato dietro di me, come sempre. Stavolta, però, non mi sono irrigidito. Ho sentito il suo petto contro la schiena e ho pensato: ok, ci stiamo.
Fuori pioveva piano. Novembre continuava a fare novembre, senza nessuna intenzione di migliorare. Le stesse pozzanghere, lo stesso cielo basso. Ma dentro di me qualcosa era diverso, anche se non sapevo ancora dargli un nome.
Sono uscito per il primo lavoro della giornata con Nerone al guinzaglio. Dovevo lasciarlo da mia madre, dall’altra parte del quartiere. Non lo facevo spesso, perché lei diceva sempre che era “troppo grosso”, anche se poi gli parlava come a un nipote.
Per strada, le solite reazioni. Gente che si scansa. Uno che attraversa per sicurezza. Una signora che stringe la borsa.
Un bambino, invece, si è fermato a guardarlo.
“È un cavallo?” ha chiesto.
“Quasi,” ho risposto.
Il padre ha sorriso imbarazzato e l’ha tirato via. Nerone non si è mosso. Stava fermo, solido, come se il mondo gli scivolasse addosso. Io, inspiegabilmente, mi sentivo un po’ come lui.
Mia madre ci ha aperto in pantofole. Ha guardato Nerone, poi me.
“Hai una faccia…” ha detto. Non ha finito la frase.
“Una faccia da uno che ha dormito,” ho risposto.
Non era tutta la verità, ma non era neanche una bugia. Lei ha annuito, come se avesse capito comunque.
Mentre parlavamo, Nerone si è avvicinato a lei e si è appoggiato alle sue gambe. Non forte. Solo abbastanza.
“Mamma mia,” ha detto lei, ridendo piano. “Ma perché fa così?”
“È il suo modo,” ho risposto.
E per la prima volta quella frase non mi è sembrata vuota.
Sono uscito senza fretta. Ho fatto il mio giro di lavori. Stazione, sacchetti, scale. Gente che parla veloce, che non guarda. Un cliente mi ha dato quattro stelle invece di cinque. L’ho notato, certo. Ma non mi ha bucato dentro come al solito.
Tra una corsa e l’altra, mi sono ritrovato a pensare a quello che era successo la sera prima. Non come a una crisi, ma come a una rivelazione imbarazzante, di quelle che arrivano tardi.
Io avevo sempre pensato di dover essere leggero. Non pesare su nessuno. Non chiedere troppo spazio. Non occupare. È una cosa che impari presto, quando il lavoro è instabile e le persone vanno e vengono. Diventi bravo a sparire un po’, per non dare fastidio.
Nerone no.
Nerone occupava. Esisteva. E basta.
Nel pomeriggio, mentre aspettavo una chiamata che non arrivava, mi sono seduto su una panchina. Guardavo la gente passare, tutti con qualcosa di urgente da fare. A un certo punto ho visto una donna anziana, ferma davanti alle scale della metropolitana. Aveva le buste pesanti e non sapeva da che parte girarsi.
Nessuno si fermava.
Io sì.
Non perché fossi diventato migliore da un giorno all’altro. Ma perché avevo ancora addosso quella sensazione di peso condiviso. Come se il corpo ricordasse che reggere non è sempre una sconfitta.
“Vuole una mano?” le ho chiesto.
Lei mi ha guardato sorpresa, poi sollevata. “Se non le dispiace.”
Le ho preso una busta. Era davvero pesante. Dentro c’erano bottiglie, cose vere.
“Grazie,” ha detto, arrivata in cima. “Non tutti si fermano.”
“Lo so,” ho risposto. E lo sapevo davvero.
La sera sono tornato a casa stanco, ma non svuotato. Ho ripreso Nerone da mia madre. Lei mi ha guardato mentre gli rimettevo il guinzaglio.
“Ti fa bene,” ha detto. “Anche se non lo ammetterai mai.”
Non ho risposto. Ho sorriso.
Nel monolocale, il silenzio era quello di sempre. Ma non mi è sembrato ostile. Ho preparato qualcosa di semplice da mangiare. Nerone mi seguiva, si fermava, ripartiva. A un certo punto si è piazzato davanti al frigo, come per dire: ricordati di me.
“Ho capito,” gli ho detto. “Arriva.”
Mentre mangiavo sul divano, ho sentito quella stanchezza buona, che non fa paura. Nerone si è avvicinato. Ha fatto il solito giro, il passo indietro studiato, e si è seduto su di me.
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





