Ho sentito il peso sulle cosce. Il calore. Il respiro.
Stavolta ho appoggiato la schiena allo schienale e ho lasciato che fosse lui a reggermi.
“Non sei leggero, lo sai?” ho detto.
Lui ha sospirato, come se fosse d’accordo.
Nei giorni successivi non è successo niente di eclatante. Nessuna svolta improvvisa. Il mondo non è diventato più gentile. Le app hanno continuato a valutarmi. Le sirene a passare.
Ma io ho iniziato a notare le cose piccole.
Il modo in cui Nerone si mette tra me e la porta quando qualcuno suona. Non ringhia, non abbaia. Sta. Il modo in cui la sera, se mi siedo per terra, lui si abbassa senza schiacciarmi troppo, come se stesse imparando anche lui.
Una volta, mentre ero al telefono con un operatore che ripeteva frasi a memoria, ho sentito il cuore accelerare. Quella sensazione che torna. Nerone era dall’altra parte della stanza. Mi ha guardato. Poi si è alzato e mi è venuto addosso, piano, deciso.
Ho appoggiato la fronte sul suo collo e ho respirato.
Non è passato tutto. Ma non è esploso.
Una domenica ho portato Nerone al parco grande, quello dove non andavo mai perché “c’è troppa gente”. C’era davvero tanta gente. Cani piccoli che abbaiavano, padroni nervosi.
Un uomo mi ha detto: “Tiene a bada quella bestia?”
Ho stretto il guinzaglio. Nerone era fermo.
“Sì,” ho detto. “Tiene a bada anche me.”
L’uomo ha riso, senza capire. Va bene così.
Ci siamo seduti sull’erba. Io con la schiena contro un albero, lui accanto. A un certo punto si è spostato e si è appoggiato di nuovo. Non addosso. Contro.
Ho guardato il cielo grigio tra i rami. Ho pensato che forse non avevo bisogno di diventare più forte. Forse bastava diventare più presente.
La sera, tornando a casa, ho pensato a tutte le volte in cui avevo scambiato il peso per un difetto. Mio, degli altri. A quante volte avevo detto “scusa” solo per esistere.
Nel monolocale, ho acceso una lampada. Luce calda. Ho sistemato il tappeto. Nerone si è sdraiato vicino, occupando mezzo spazio.
“Resterai con me ancora un po’,” gli ho detto. Non era una domanda.
Lui ha sbuffato, contento.
Non so cosa succederà domani. Non so se il lavoro migliorerà, se il rumore fuori smetterà, se il mondo diventerà più leggero.
Ma so questo: quando il petto si stringe e l’aria sembra finire, non sono solo.
A volte non serve scappare. Non serve diventare invisibili.
A volte basta permettere a qualcuno di appoggiarsi.
O di appoggiarsi a qualcuno.
E restare lì.
Abbastanza pesanti da non volare via.





