Spezzò la catena nel bosco, ma la cagna incinta fece qualcosa che quell’agente non dimenticò mai

Spezzai la catena legata al pino, ma la cagna incinta non fuggì: appoggiò la testa al mio ginocchio e iniziò a partorire lì.

Per qualche secondo dimenticai tutto quello che avevo imparato in ventisette anni di servizio.

Mi chiamo Carlo Ferri, avevo cinquantasei anni e pattugliavo da tempo le strade sterrate attorno ai boschi di Valleverde, un piccolo paese dell’Appennino dove tutti sanno chi sei, chi era tuo padre e perfino quale banco occupavi in chiesa da bambino.

Credevo di conoscere ogni rumore di quei boschi.

Una motosega lontana.

Il motore di un trattore.

Il ramo spezzato da un capriolo.

Il vento che entra nelle vecchie baracche dei boscaioli.

Ma quella mattina sentii qualcosa che non avevo mai dimenticato dopo averlo udito una volta.

Un lamento.

Basso, spezzato.

Quasi soffocato dagli aghi dei pini bagnati.

Fermai il fuoristrada sul ciglio fangoso della strada forestale e scesi.

Camminai una cinquantina di metri.

Poi vidi la catena.

Era avvolta attorno al tronco di un pino.

Alla fine della catena c’era lei.

Una meticcia color miele, con il petto bianco e una macchia scura sopra l’occhio sinistro.

Aveva la pancia enorme.

Talmente bassa che quasi toccava il terreno.

Sopra quella pancia, però, le costole sporgevano come le stecche di un vecchio ombrello.

Una cosa che mi fece stringere lo stomaco.

Era incinta e affamata.

La catena era così corta che non riusciva nemmeno a trovare una posizione comoda per sdraiarsi.

Nessuna ciotola.

Nessuna coperta.

Nessun riparo.

Niente.

Solo un collare consumato e il segno rosso della catena sul collo.

Qualcuno l’aveva portata cinque chilometri dentro il bosco, lontano dalla strada principale, e l’aveva legata lì.

Poi se n’era andato.

Quando mi vide provò perfino a scodinzolare.

Fece mezzo movimento.

Poi il corpo si irrigidì.

La cagna gemette e cercò di girarsi, ma la catena la tirò contro il tronco.

«Piano, bella. Piano.»

Non so perché le parlai come parlavo una volta con mia figlia quando aveva la febbre da bambina.

Forse perché certe paure non hanno bisogno di grandi parole.

Presi la radio.

«Ho trovato una cagna gravida abbandonata sulla strada forestale nord. È molto debilitata. Mandatemi qualcuno e chiamate la veterinaria reperibile.»

La veterinaria era la dottoressa Anna Rinaldi.

Sessant’anni appena compiuti, capelli corti ormai quasi tutti bianchi e quella voce calma che sembrava fatta apposta per mettere ordine nelle disgrazie.

La chiamai direttamente.

«Anna, ho una cagna incinta incatenata a un albero. È magrissima.»

«Quanto è avanti con la gravidanza?»

Guardai la cagna.

Le zampe posteriori iniziarono a tremare.

Il ventre si contrasse.

Lei mi fissò.

Ancora oggi ricordo quegli occhi.

Non c’era rabbia.

Sembravano dire soltanto: sei arrivato davvero?

«Anna… credo che stia partorendo.»

La voce della veterinaria cambiò immediatamente.

«Carlo, ascoltami bene. Taglia la catena. Mettila al caldo. Metti il telefono in vivavoce. Non tirare niente finché non te lo dico io.»

Corsi al fuoristrada.

Presi un tronchese, asciugamani, una coperta termica e la mia vecchia giacca imbottita.

Quando tornai, lei era ancora in piedi.

Non perché volesse.

Perché quella maledetta catena non le permetteva altro.

Mi inginocchiai.

Inserii il tronchese in un anello arrugginito.

Lei seguiva ogni movimento delle mie mani.

Non con aggressività.

Con memoria.

Questa è una cosa che impari con gli animali maltrattati.

Non guardano solo quello che fai.

Ricordano ciò che altre mani hanno fatto prima delle tue.

Strinsi.

Il ferro cedette.

La catena cadde sugli aghi bagnati.

Per la prima volta, nessuno la tratteneva.

Avrebbe potuto correre.

Avrebbe potuto mordermi.

Avrebbe potuto nascondersi.

Invece fece un passo.

Solo uno.

Poi appoggiò la testa contro il mio ginocchio.

Il suo corpo tremava così forte che lo sentivo attraverso i pantaloni della divisa.

Le passai la giacca sulla schiena.

«Adesso basta.»

Non so se lo dicevo a lei o al mondo intero.

La accompagnai verso il fuoristrada.

Pesava pochissimo.

Troppo poco.

Solo la pancia sembrava appartenere a un altro corpo.

Aprii lo sportello posteriore e stesi la coperta termica.

Lei salì lentamente.

Girò una volta.

Si accasciò.

Un istante dopo vidi comparire il primo cucciolo.

«Anna!»

«Sono qui. Respira, Carlo.»

Facile a dirsi.

Il cucciolo mi scivolò tra le mani.

Minuscolo.

Bagnato.

Immobile.

La madre alzò appena la testa.

Aveva fame.

Era esausta.

Aveva il collo ferito.

Eppure guardava solo lui.

«Rompi delicatamente la membrana», disse Anna. «Libera il muso. Strofinalo con l’asciugamano.»

Lo feci.

Niente.

«Più forte.»

Le mani mi tremavano.

Avevo visto incidenti.

Avevo trovato persone ferite.

Avevo portato brutte notizie a famiglie che conoscevo da una vita.

Ma quel corpo grande come il mio palmo mi terrorizzava.

«Dai.»

Strofinai ancora.

«Dai, piccolo.»

Poi sentii un suono.

Un cigolio.

Quasi niente.

Ma vivo.

La madre sollevò le orecchie.

Le avvicinai il cucciolo.

Lei cominciò a leccarlo.

E prima ancora che potessi tirare il fiato arrivò una nuova contrazione.

Uno diventò due.

Due diventarono tre.

Quando arrivò il collega Marco Bellini, trovò un uomo di cinquantasei anni inginocchiato sul sedile posteriore, coperto di fango, aghi di pino e liquidi che preferisco non descrivere.

«Carlo… che diavolo stai facendo?»

«Passami gli asciugamani.»

Non fece altre domande.

Il quarto cucciolo nacque mentre Marco teneva il telefono.

Il quinto mentre io cercavo di tenere al caldo gli altri.

Il sesto era grigio e protestò appena venne al mondo.

Poi tutto si fermò.

Anna disse che poteva esserci ancora un cucciolo.

Aspettammo.

Cinque minuti.

Dieci.

La cagna respirava veloce.

Io cominciai a pensare al peggio.

Poi il suo corpo si contrasse con una forza che sembrava impossibile per un animale così stremato.

Arrivò il settimo.

Per alcuni secondi non emise alcun suono.

Marco mi guardò.

Io guardai Anna sullo schermo del telefono.

«Strofina.»

Lo feci.

Niente.

«Ancora.»

Poi il cucciolo aprì la bocca.

Un piccolo grido riempì l’abitacolo.

Marco si voltò verso il bosco.

Pensavo stesse controllando qualcosa.

In realtà si stava asciugando gli occhi.

Sette.

Tutti vivi.

E viva era anche lei.

Quando finalmente raggiungemmo l’ambulatorio veterinario del paese, Anna ci aspettava davanti alla porta.

La madre ringhiò piano quando una giovane assistente cercò di avvicinarsi ai cuccioli.

«Fermi», disse Anna.

Si abbassò lentamente.

Lasciò che la cagna annusasse la sua mano.

«Nessuno te li porta via.»

Aspettò.

Dopo quasi un minuto, la madre smise di ringhiare.

Anna la visitò.

Disidratazione.

Anemia.

Malnutrizione grave.

Vecchie cicatrici sulle spalle.

Una ferita sotto il collare.

E una stanchezza tale che, terminata la visita, la cagna appoggiò semplicemente la testa sulla coperta.

«Ce la farà?» domandai.

Anna sospirò.

«Ha attraversato il peggio. Adesso bisogna vedere se il corpo riesce a recuperare.»

«E i piccoli?»

«Hanno una possibilità molto buona.»

Quella frase mi rimase dentro.

Una possibilità.

A volte è tutto quello che serve.

La chiamammo Grazia.

Fu Marco a proporlo.

«Perché?» gli domandai.

Alzò le spalle.

«Perché dopo quello che le hanno fatto, è ancora capace di fidarsi.»

La voce cominciò a girare per Valleverde.

Non ci volle molto.

Nei paesi piccoli le notizie corrono più veloci delle auto.

La mattina seguente, quando entrai nel piccolo comando dove lavoravo, trovai tre sacchi di coperte davanti alla porta.

Nessun biglietto.

A mezzogiorno arrivò la signora Marisa, settantadue anni, vedova del vecchio falegname.

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto