Portava una busta di stoffa.
«Sono asciugamani vecchi, ma puliti. Se possono servire.»
Un’ora dopo il panettiere lasciò una scatola.
Dentro c’erano sette piccoli nastri di stoffa.
«Per distinguerli», disse.
Poi arrivò il proprietario della ferramenta.
Poi la maestra in pensione.
Poi due pensionati che ogni pomeriggio giocavano a carte al circolo.
Poi Teresa, che aveva il banco della frutta al mercato.
Nessuno faceva grandi discorsi.
Era il modo di Valleverde.
«Ho questo.»
«Può servire?»
«Se manca qualcosa, dimmelo.»
Il paese che spesso litigava per un parcheggio, una siepe troppo alta o il volume della televisione, improvvisamente si occupava di una cagna che fino al giorno prima non sapeva nemmeno esistesse.
Fu la signora Marisa a dire:
«Sette cuccioli… sono come i sette giorni.»
Così nacquero i nomi.
Lunedì era nero con il mento bianco e aveva già un’espressione seria.
Martedì era marrone con le zampe anteriori bianche.
Mercoledì era il piccolo color sabbia che ci aveva fatto preoccupare di più.
Giovedì era una femmina tigrata che spingeva via tutti per arrivare al latte.
Venerdì aveva una striscia bianca sul muso.
Sabato era grigio e dormiva sempre.
Domenica era l’ultimo.
Quello rimasto in silenzio nelle mie mani prima di decidere che voleva restare al mondo.
Grazia recuperava lentamente.
La prima settimana divorava il cibo, ma Anna controllava ogni porzione.
«Non possiamo riempirla come vorremmo. Il corpo deve abituarsi.»
La seconda settimana iniziò a dormire davvero.
Fino ad allora riposava con un occhio aperto.
Al minimo rumore sollevava la testa.
Come se qualcuno potesse comparire da un momento all’altro con un’altra catena.
Alla terza settimana lasciò che Anna prendesse in mano i cuccioli senza alzarsi.
Alla quarta si addormentò mentre io sedevo accanto al recinto.
Avevo la mano a pochi centimetri dalla sua zampa.
Rimasi immobile quasi mezz’ora per non svegliarla.
Mia moglie Laura, quando glielo raccontai, rise.
«Tu? Quello che non riesce a stare seduto cinque minuti davanti alla televisione?»
«Non volevo disturbarla.»
Laura mi guardò in quel modo che hanno le donne sposate da trent’anni quando hanno già capito una cosa che tu devi ancora ammettere.
«Carlo, sei fregato.»
Aveva ragione.
Intanto cercavamo di capire chi avesse abbandonato Grazia.
Le tracce nel bosco erano rovinate dalla pioggia.
La catena era un modello comune.
Nessun microchip.
Nessuna denuncia di smarrimento.
Per settimane sembrò che la persona responsabile sarebbe rimasta senza nome.
Poi arrivò Rosa Neri.
Sessantatré anni.
Viveva in una casa popolare alla periferia del paese e aiutava la figlia nel piccolo bar vicino alla stazione degli autobus.
Entrò nel comando stringendo una cartellina di plastica.
«Credo di sapere chi è quella cagna.»
Si sedette.
Le tremavano le mani.
Disse che Grazia prima si chiamava Stella.
Apparteneva a un uomo che viveva fuori paese e teneva diversi cani nel cortile.
Ogni tanto vendeva cucciolate attraverso annunci.
Rosa abitava poco lontano.
Aveva visto Stella dimagrire durante l’inverno.
L’aveva vista incinta.
Aveva perfino discusso con quell’uomo.
«Gli dissi che quella povera bestia era pelle e ossa.»
«E lui?»
Rosa abbassò gli occhi.
«Mi disse di farmi gli affari miei.»
Poi Stella era scomparsa.
L’uomo raccontava di averla data a un conoscente.
Rosa non ci aveva creduto.
Ma non aveva prove.
Finché non aveva visto la fotografia.
Nella cartellina aveva stampato vecchi annunci.
In alcune immagini compariva Stella.
La macchia sull’occhio era inconfondibile.
C’erano anche messaggi in cui l’uomo si lamentava perché un’altra cucciolata avrebbe significato altre spese.
Le verifiche successive portarono ad altri elementi.
Una catena simile.
Vecchie fotografie.
Testimonianze.
Tracce compatibili con un veicolo visto nei pressi della strada forestale.
L’uomo cambiò versione più volte.
Prima disse di aver regalato la cagna.
Poi che era scappata.
Infine sostenne di averla portata a passeggiare nel bosco e di averla persa.
Marco lo guardò e domandò:
«Quindi sarebbe scappata con la catena, avrebbe trovato un pino e si sarebbe legata da sola?»
L’uomo smise di rispondere.
Partì un procedimento per abbandono e maltrattamento.
Non mi interessava vendicarmi.
Mi interessava una cosa molto più semplice.
Che nessuno potesse dire: era solo un cane.
Nel frattempo i cuccioli crescevano.
A sei settimane l’ambulatorio sembrava un asilo durante la ricreazione.
Lunedì cercava sempre di uscire per primo.
Martedì rubava gli stracci.
Mercoledì, nonostante fosse il più piccolo, affrontava qualunque cosa.
Giovedì mordeva i lacci delle scarpe.
Venerdì amava chiunque.
Sabato dormiva anche mentre gli altri gli camminavano sopra.
Domenica mi seguiva.
Sempre.
Quando entravo nella stanza, alzava la testa.
Quando parlavo, cercava la mia voce.
Quando finalmente aprì bene gli occhi, veniva verso il bordo del recinto e infilava il naso tra le sbarre.
«Non cominciare», gli dicevo.
Laura venne a trovarlo una domenica pomeriggio.
Domenica le salì sulle scarpe e si addormentò.
Mia moglie lo prese in braccio.
«Carlo.»
«No.»
«Non ho detto niente.»
«Ti conosco.»
«Anch’io conosco te.»
Domenica venne a casa nostra due settimane dopo.
Non fu l’unico.
Nel paese si era formata una specie di famiglia allargata attorno ai sette cuccioli.
Tuttavia Anna fu inflessibile.
«Niente favoritismi. Chi vuole adottare segue la stessa procedura di tutti.»
Controllo della casa.
Accordo familiare.
Spazio adeguato.
Impegno alle cure veterinarie.
Sterilizzazione quando indicato.
Nessun cucciolo sarebbe stato consegnato soltanto perché qualcuno era conosciuto o aveva aiutato.
Lunedì andò a Marco e a sua moglie, che avevano perso il loro vecchio cane l’anno precedente.
Martedì venne adottato da Teresa, la fruttivendola del mercato, e dal marito pensionato.
Mercoledì andò a Marisa.
«Alla mia età forse dovrei prendere un cane tranquillo», disse.
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