A Mirella che criticava il sugo troppo liquido.
A Stefano che pretendeva il piatto più abbondante e poi si addormentava sul divano.
Ripensai a ogni volta che avevo difeso quella famiglia davanti ai miei genitori.
«Non sono cattivi», dicevo. «Hanno solo un carattere difficile.»
La verità era che avevo trascorso anni a salvare la loro bella figura.
Davanti ai vicini eravamo la famiglia perfetta.
La nuora lavoratrice.
Il marito brillante.
La madre devota.
La nonna accudita con amore.
Dietro le tapparelle chiuse, invece, una vecchia veniva lasciata senza acqua e una moglie veniva usata come un bancomat.
Ada mi sfiorò la spalla.
«Non piangere per un uomo che non ha mai saputo vederti.»
Alzai il viso.
«Che cosa vuoi fare?»
«Voglio invitarli a pranzo.»
Pensai di aver capito male.
«A pranzo?»
«Domenica. Tutti insieme. Come piace a Mirella. Tovaglia buona, servizio di porcellana e il paese intero convinto che siamo una famiglia rispettabile.»
Un sorriso amaro le comparve sulle labbra.
«Poi faremo crollare la bella figura mattone dopo mattone.»
Quella notte arrivò l’avvocato di Ada.
Si chiamava Vittorio Bernardi, aveva quasi settant’anni e portava una cartella di cuoio consumata agli angoli.
Non arrivò con guardie del corpo o auto da film.
Arrivò con una vecchia berlina e l’espressione stanca di chi conosce troppi segreti di famiglia.
Quando vide Ada seduta sul letto, chinò il capo con rispetto.
«Signora Conti.»
Fu così che scoprii chi fosse davvero.
Ada Conti non era soltanto la vedova silenziosa che viveva nella stanza in fondo al corridoio.
Negli anni Sessanta aveva iniziato lavorando in una piccola fabbrica di ceramiche.
Poi, insieme al marito, aveva aperto un laboratorio.
Dal laboratorio erano nate una rete di magazzini, alcune proprietà immobiliari e una fondazione per anziani soli.
Dopo la morte del marito, Ada aveva lasciato la gestione ordinaria a professionisti, mantenendo il controllo delle quote principali.
Stefano lavorava in una delle società collegate.
Non per merito.
Per pietà.
Era stata lei a procurargli quel posto quando nessuno voleva assumerlo.
«La casa non è intestata a lui», spiegò l’avvocato. «E nemmeno a sua madre. Appartiene alla fondazione.»
«Ma Stefano ha una copia dell’atto.»
«Una copia senza valore. La signora Ada sospettava da tempo che volesse falsificare i documenti.»
Sul tavolo vennero disposte fotografie, estratti bancari, registrazioni e referti.
Scoprii che Stefano aveva trasferito migliaia di euro dal nostro conto comune.
I soldi che consegnavo per le cure di Ada erano finiti in alberghi, ristoranti, vestiti e regali per Claudia.
La vacanza non era una fuga improvvisata.
Era una festa anticipata.
Convinti che Ada sarebbe morta durante la mia assenza, erano partiti per una località termale dell’Appennino.
Mirella aveva perfino pubblicato fotografie con la didascalia: “Finalmente un po’ di meritato riposo.”
All’alba firmai la richiesta di separazione.
La penna tremava.
Non per il dubbio.
Per la vergogna di aver aspettato tanto.
L’avvocato mi consigliò di non toccare i loro oggetti e di non compiere gesti avventati.
Ogni passo doveva essere legale.
Cambiammo le serrature con l’autorizzazione della proprietaria.
Le stanze di Stefano e Mirella furono sigillate.
I loro vestiti vennero catalogati e sistemati in scatoloni, pronti per essere ritirati.
Ada fu visitata da un medico indipendente.
Era disidratata e debilitata, ma cosciente.
Le analisi rilevarono tracce compatibili con un uso improprio di sedativi.
Il medico voleva ricoverarla.
Ada accettò soltanto una breve osservazione in una clinica riservata, per poi tornare a casa prima della domenica.
«Non voglio mancare al pranzo», disse.
Durante i due giorni successivi, la casa cambiò volto.
Non diventò un palazzo.
Tornò semplicemente a essere pulita, luminosa e dignitosa.
Le finestre furono aperte.
Le tende lavate.
Il vecchio tavolo di noce, coperto per anni da una plastica appiccicosa, venne lucidato.
Ada fece recuperare dalla soffitta un servizio di piatti con un sottile bordo blu.
«Questo era il servizio delle feste», mi disse. «Mirella lo ha sempre considerato roba vecchia.»
Preparai il pranzo come avevo fatto tante volte.
Tagliatelle fatte in casa.
Arrosto con patate.
Verdure gratinate.
La crostata di amarene che Ada amava.
La differenza era che quella domenica non cucinavo per farmi accettare.
Cucinavo per salutare la donna che ero stata.
Il sabato sera mandai un messaggio a Stefano.
Scrissi che Ada stava malissimo, che non sapevo cosa fare e che avevo paura di restare sola.
La risposta arrivò dopo pochi minuti.
«Non chiamare nessuno. Coprila e chiudi la stanza. Torniamo domani.»
Nessuna domanda.
Nessun dolore.
Nessuna parola per la nonna che credeva morta.
Solo un ordine.
Domenica, poco prima di mezzogiorno, sentimmo l’auto fermarsi nel cortile.
Dalla finestra vidi Stefano scendere con gli occhiali da sole, seguito da Mirella e Claudia.
Avevano valigie, buste di acquisti e il sorriso stanco di chi torna da una vacanza pagata da qualcun altro.
«Spero che Elena abbia almeno preparato da mangiare», disse Mirella.
«Con quello che le lasciamo fare tutto il giorno, sarebbe il minimo.»
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