Claudia rise.
Entrarono usando la vecchia chiave.
Non funzionò.
Stefano bussò con violenza.
«Elena! Apri subito!»
Aprii.
Indossavo un vestito semplice color avorio.
Niente trucco pesante, niente gioielli costosi.
Avevo soltanto i capelli raccolti e la schiena dritta.
Stefano mi guardò come se non mi riconoscesse.
«Perché hai cambiato la serratura?»
«Entrate. Il pranzo è pronto.»
Mirella mi spinse quasi da parte.
«La mamma dov’è?»
Era la prima volta che la chiamava “mamma” da anni.
«In sala.»
Entrarono.
La tavola era apparecchiata per sei.
Ada sedeva a capotavola, vestita con un completo scuro e una spilla d’argento.
I capelli bianchi erano ordinati.
Il viso ancora pallido, ma vigile.
Accanto a lei c’erano l’avvocato Bernardi e una dottoressa.
Stefano lasciò cadere le chiavi.
Mirella emise un gemito.
Claudia fece un passo indietro.
«Mamma…»
Ada sollevò una mano.
«Siediti, Mirella. Non si fa aspettare la pasta.»
Nessuno si mosse.
«Tu… tu stai bene?» balbettò Stefano.
«Abbastanza bene da sapere che mi avete lasciata senza acqua.»
Il silenzio divenne pesante.
Dal cortile arrivava il suono delle campane di mezzogiorno.
La stessa ora in cui, per anni, Mirella spalancava le finestre perché i vicini sentissero le risate e pensassero che fossimo felici.
«Non so cosa ti abbia raccontato Elena», disse Mirella. «Quella donna ha sempre avuto qualcosa contro di noi.»
Ada prese il tovagliolo e lo sistemò sulle ginocchia.
«Elena non mi ha raccontato nulla. Ho ascoltato voi.»
L’avvocato accese un registratore.
La voce di Stefano invase la sala.
“Entro lunedì sarà finita.”
Poi quella di Mirella.
“Se la vecchia beve, dura di più.”
Claudia diventò bianca.
Stefano guardò le finestre, poi la porta.
«Questa registrazione è illegale.»
«Sarà chi di dovere a valutarlo», rispose Bernardi. «Insieme ai movimenti bancari, ai referti medici e alle immagini dell’impianto di sicurezza.»
Mirella si mise a piangere.
«Ada, ti prego. Siamo una famiglia.»
Ada la fissò.
«La famiglia non è una parola da tirare fuori quando stanno per portarti via la casa.»
Stefano batté un pugno sul tavolo.
«Questa casa è mia! Era di nonno! Sono l’unico nipote!»
Ada non alzò la voce.
«Questa casa appartiene alla fondazione da quindici anni.»
«Stai mentendo.»
L’avvocato aprì la cartella.
«Ecco l’atto. Ecco la registrazione. Ecco la revoca di ogni delega concessa al signor Stefano Conti.»
Stefano prese i fogli e li lesse in fretta.
La sua faccia cambiò.
Prima incredulità.
Poi rabbia.
Infine paura.
Il cellulare gli vibrò in tasca.
Lo guardò.
Era una comunicazione dell’azienda.
Sospensione immediata in attesa di accertamenti per appropriazione indebita e falsificazione di documenti.
Un secondo messaggio lo informava che l’auto aziendale doveva essere restituita.
Un terzo notificava il blocco cautelativo di alcune operazioni sospette.
«Hai fatto tutto tu», disse guardandomi.
Per anni quel tono mi aveva fatto abbassare gli occhi.
Quella domenica non funzionò.
«No, Stefano. Io ho solo smesso di proteggerti dalle conseguenze di ciò che hai fatto.»
Claudia cominciò ad arretrare.
«Io non c’entro niente. Non sapevo nulla.»
Ada indicò la sedia vuota.
«Siediti anche tu. Nei pranzi di famiglia nessuno deve sentirsi escluso.»
Claudia si fermò.
Sul registratore partì la sua voce.
“Quando muore, vendiamo tutto.”
Stefano si voltò verso di lei.
«Sei stata tu a insistere!»
«Io? Sei tu che mettevi le pillole nella tisana!»
Mirella urlò.
«Taci, stupida!»
Nel giro di pochi secondi si accusarono a vicenda.
Stefano disse che era stata sua madre a organizzare tutto.
Mirella giurò che era stato il figlio a falsificare i documenti.
Claudia raccontò che entrambi parlavano da mesi di far sembrare naturale la morte di Ada.
La bella famiglia che per anni aveva recitato davanti al paese si distrusse da sola, tra le tagliatelle che si raffreddavano e il profumo dell’arrosto.
Ada li lasciò parlare.
Quando ebbero finito, Bernardi spense il registratore.
«Grazie. Le vostre dichiarazioni saranno consegnate agli investigatori.»
Dalla stanza accanto entrarono due agenti in abiti civili.
Erano rimasti lì con il consenso di Ada, pronti a intervenire.
Non ci furono urla teatrali né colluttazioni.
Solo la lettura dei provvedimenti e l’invito a seguirli per essere interrogati.
Mirella si aggrappò al tavolo.
«Dove dovrei andare?»
Ada rispose senza durezza.
«Dove avresti mandato me.»
Stefano mi si avvicinò.
«Elena, ascoltami. Noi siamo marito e moglie.»
Gli consegnai una busta.
Dentro c’era la richiesta di separazione.
«Lo eravamo sulla carta. Nella vita io ero la tua domestica, il tuo stipendio e il paravento della tua rispettabilità.»
«Posso cambiare.»
«Avresti potuto cambiare ogni giorno per cinque anni.»
Gli scatoloni con i loro effetti personali vennero messi a disposizione dell’avvocato.
Nulla fu gettato.
Nulla fu rubato.
Quello che mi liberò non fu la vendetta.
Fu fare ogni cosa nel modo giusto, senza diventare simile a loro.
Il paese seppe presto dell’indagine.
Non per volontà nostra.
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