Tre giorni dopo il funerale, il cane di mio fratello non lasciava quella porta: poi capimmo perché.

Io gli avevo urlato di andare a dormire.

Mi lasciai scivolare sul pavimento.

Per la prima volta non accarezzai Argo come si accarezza un animale.

Gli appoggiai la testa sulla spalla.

Lui rimase immobile.

Pesante.

Caldo.

Presente.

Forse è questo che fanno certi animali.

Non ti chiedono di spiegare.

Non ti dicono che devi reagire.

Non ti raccontano che il tempo aggiusta tutto.

Restano.

Il giorno dopo accesi il telefono di Matteo.

Non avrei dovuto farlo.

Lo so.

Ma il dolore rende curiosi nel modo peggiore.

Cerchi una porta ovunque, persino dentro un oggetto.

Comparvero decine di notifiche.

Messaggi di amici.

Fotografie.

Battute.

Gruppi della palestra.

Una chat della famiglia.

Poi vidi una cartella che non conoscevo.

“Restiamo qui stanotte.”

La aprii.

Pensavo fosse un gruppo di amici.

Non lo era.

Erano persone che Matteo aveva conosciuto online.

Nomi senza fotografie.

Messaggi inviati alle due, alle tre, alle quattro del mattino.

Uno scriveva:

Non ce la faccio.

Matteo rispondeva:

Sono qui.

Un altro:

Non voglio parlare.

Matteo:

Va bene. Possiamo anche non parlare. Dimmi soltanto cosa vedi davanti a te.

Scorrevo e piangevo.

Mio fratello, quello che secondo tutti non aveva problemi, passava le notti a tenere compagnia a sconosciuti che avevano paura di restare soli con i propri pensieri.

Scriveva:

Non devi risolvere tutta la vita stanotte.

Oppure:

Aspettiamo dieci minuti insieme.

Oppure semplicemente:

Ci sono.

Mi fermai.

Mio fratello aiutava gli altri a restare in piedi.

E nessuno si era accorto che lui stava cadendo.

Poi trovai un messaggio mai inviato.

Diceva:

Se un giorno non riesco più a rispondere, dite a Elena che ho provato. E date una carezza ad Argo.

Non riuscii a continuare.

Argo mi spinse il muso contro la mano.

Quella sera non dissi niente ai miei genitori.

La domenica successiva, però, tutto esplose.

Perché nelle famiglie italiane le verità importanti, chissà perché, sembrano aspettare sempre una tavola apparecchiata.

Mamma aveva preparato comunque il pranzo.

«Dobbiamo mangiare», ripeteva.

C’erano le tagliatelle.

Il ragù.

Il pane tagliato nel cestino di vimini che usava da trent’anni.

Il posto di Matteo non era apparecchiato.

Ma tutti lo guardavamo.

Mio padre teneva gli occhi sul piatto.

Mamma si alzava ogni tre minuti per controllare pentole che non avevano bisogno di essere controllate.

A un certo punto disse:

«Domani dobbiamo cominciare a sistemare la sua camera.»

Sentii lo stomaco chiudersi.

«Perché?»

Lei strinse le labbra.

«Elena, non possiamo lasciare tutto così.»

Papà sospirò.

«E poi meno se ne parla in giro, meglio è.»

Posai la forchetta.

«Cosa significa?»

Lui alzò finalmente lo sguardo.

«Significa che la gente parla.»

Eccola.

La bella figura.

Anche lì.

Anche dopo aver perso un figlio.

Il paese avrebbe parlato.

Qualcuno avrebbe chiesto.

Qualcuno avrebbe inventato.

Qualcuno avrebbe abbassato la voce davanti al banco dei salumi.

Mamma si asciugò le mani sul grembiule.

«Possiamo dire che è stato un malore.»

Mi sentii gelare.

«No.»

Mio padre mi guardò.

«Elena.»

«No.»

La mia voce uscì più forte.

Argo, sdraiato vicino alla porta, sollevò la testa.

«Non possiamo trasformare Matteo in una versione più comoda da raccontare.»

Mamma iniziò a piangere.

«Non voglio che la gente lo giudichi.»

«E io non voglio che la gente continui a dire che era felice solo perché sorrideva.»

Papà colpì piano il tavolo con il palmo.

«Basta.»

Ma ormai avevo tirato fuori il telefono.

«Ho visto i suoi video.»

Mia madre impallidì.

«Che video?»

«Matteo stava male da molto tempo.»

Nessuno respirava.

Raccontai tutto.

Le crisi.

I messaggi.

Le notti.

Il gruppo di persone a cui rispondeva.

Argo che gli si stendeva addosso quando non riusciva a calmarsi.

Papà rimase immobile.

Poi disse una frase che mi fece ancora più male.

«Ma noi gli abbiamo dato tutto.»

Annuii.

«Sì.»

La mia voce si spezzò.

«Ed è proprio questo che dobbiamo capire. Puoi amare qualcuno da morire e non sapere che sta soffrendo.»

Mamma singhiozzò.

«Perché non ce l’ha detto?»

Guardai il piatto di Matteo che non c’era.

«Forse perché in questa casa abbiamo sempre detto le stesse cose.»

Papà aggrottò la fronte.

«Quali cose?»

«Stringi i denti.»

Silenzio.

«Passerà.»

Mamma abbassò lo sguardo.

«C’è gente che sta peggio.»

Papà chiuse gli occhi.

«Gli uomini non devono lamentarsi.»

Nessuno disse più niente.

Quelle frasi le conoscevamo tutti.

Erano state dette a noi.

Ai nostri genitori.

Ai nostri nonni.

Non per cattiveria.

Perché così si sopravviveva.

Lavoravi.

Pagavi il mutuo.

Crescevi i figli.

Non avevi tempo per chiederti come stavi.

Solo che Matteo era cresciuto in un altro mondo.

Un mondo in cui tutti mostravano qualcosa.

E quasi nessuno mostrava tutto.

«Voglio raccontare una parte della verità», dissi.

Papà alzò immediatamente la testa.

«Assolutamente no.»

«Papà—»

«È nostro figlio.»

«È anche mio fratello.»

«Non lo trasformerai in uno spettacolo.»

Quelle parole mi colpirono perché erano esattamente la mia paura.

E se avesse avuto ragione?

E se io stessi usando il dolore di Matteo per sentirmi meno inutile?

E se pubblicare qualcosa significasse consegnarlo a gente che non lo aveva mai conosciuto?

Mamma parlò piano.

«Elena, se condividi i suoi momenti peggiori, poi non puoi più riprenderli indietro.»

Quella notte rimasi ore davanti al computer.

Avevo preparato tre brevi clip.

Matteo che diceva:

«Non sto bene.»

Matteo seduto sul pavimento.

Argo che gli si avvicinava.

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