Anna sentì un nodo salirle in gola.
Per giorni avevano scritto sul registro:
“Possessivo con gli oggetti.”
“Da valutare durante l’avvicinamento.”
“Possibile protezione delle risorse.”
Avevano pensato che Bruno non volesse cedere qualcosa.
Invece stava facendo l’esatto contrario.
Stava cercando di non far perdere a Luna l’unica cosa che, in quel buio, somigliava alla sicurezza.
Anna uscì dal box e andò dritta nell’ufficio.
Prese il registro.
Tirò una riga sulle vecchie annotazioni.
Poi scrisse:
“Non protegge un oggetto. Protegge la tranquillità della cucciola cieca. Osservare prima di giudicare.”
Sotto aggiunse una frase che non era da registro, ma a cinquantotto anni Anna non aveva più molta pazienza per le frasi da ufficio.
“Anche un ringhio può voler dire: non portarle via ciò che la consola.”
Il giorno dopo la storia era già arrivata al mercato.
Ma, per una volta, era arrivata quasi giusta.
La signora Mirella, settantuno anni, che vendeva fiori davanti alla chiesa, comparve al rifugio con tre coperte lavate e piegate.
«Una era di mio marito.»
Anna esitò.
«Sei sicura di volerla lasciare qui?»
Mirella guardò Bruno.
«Mio marito diceva sempre che le cose devono servire ai vivi. È morto da nove anni. Credo che avrebbe preferito così.»
Due giorni dopo arrivò il pensionato della ferramenta con una scatola di vecchi asciugamani.
Poi una maestra ormai in pensione portò dei giochi.
Il fornaio mise sul bancone un barattolo per raccogliere offerte.
Perfino Arturo, quello del bar che aveva detto davanti a tutti che “un cane così non cambia”, si presentò un pomeriggio con due sacchi di cibo.
Li appoggiò vicino all’ingresso.
«Non dire in giro che li ho portati io.»
Anna lo guardò.
«Perché?»
Arturo fece spallucce.
«Ho una reputazione da mantenere.»
Anna scoppiò a ridere.
Era fatto così, quel quartiere.
A parole, ognuno badava ai fatti propri.
Poi bastava una vecchietta che non usciva di casa per due giorni e qualcuno andava a suonarle il campanello.
Bastava vedere la serranda della bottega chiusa e cominciava il giro delle telefonate.
Bastava un cane che proteggeva una cucciola cieca e, improvvisamente, saltavano fuori coperte da armadi che non si aprivano da vent’anni.
Non era bontà perfetta.
Non esisteva.
C’erano pettegolezzi.
Giudizi.
Piccole cattiverie.
Vecchi conti aperti.
Ma c’era anche quella forma di solidarietà un po’ ruvida che apparteneva alle generazioni cresciute quando si bussava alla porta del vicino per chiedere due uova e si restituiva il favore con una pentola di ragù.
Bruno, intanto, continuava a stare vicino a Luna.
Non era diventato improvvisamente un cane facile.
Con gli estranei rimaneva prudente.
Se qualcuno entrava nel box troppo velocemente, si irrigidiva.
Non amava i movimenti bruschi.
E non sopportava che gli si arrivasse alle spalle.
Anna pensava che avesse imparato certe paure da qualche parte.
Non sapeva dove.
Il cane era stato trovato mesi prima vicino a un casolare abbandonato, con una corda spezzata al collo.
Nessuno era venuto a reclamarlo.
Nessuno aveva telefonato.
Nessuno aveva chiesto di lui.
Come succede spesso, il passato era rimasto fuori dal cancello.
Dentro era entrato soltanto il cane.
E per Anna era sufficiente.
«Non mi interessa chi eri ieri,» gli diceva mentre riempiva la ciotola. «Mi interessa cosa fai oggi.»
Bruno, di solito, le rispondeva guardandola come se la frase fosse troppo lunga.
Luna invece cambiava ogni settimana.
Imparò la distanza tra la cuccia e la ciotola.
Imparò il rumore del cancello.
Imparò che tre passi dopo la coperta c’era la parete.
Imparò perfino la voce di Arturo, che aveva cominciato a passare quasi ogni mattina.
«Io non sono uno da cani,» continuava a ripetere.
Poi entrava e chiedeva:
«La piccola ha mangiato?»
Anna non faceva più domande.
Certe persone devono salvare la faccia perfino mentre si affezionano.
Dopo circa tre settimane, arrivò Teresa.
Sessantasette anni.
Capelli grigi tagliati corti.
Un cappotto color nocciola tenuto chiuso da una spilla vecchia.
Una borsa grande che sembrava contenere metà della sua casa.
Entrò nel rifugio in un martedì pomeriggio.
«Cerco un cane.»
Anna la guardò sopra gli occhiali.
«Piccolo, grande, giovane, anziano?»
Teresa ci pensò.
«Uno che abbia bisogno.»
Anna smise di scrivere.
Era una risposta diversa dal solito.
La maggior parte delle persone arrivava con un’idea precisa.
“Piccolo perché vivo in appartamento.”
“Giovane perché voglio educarlo io.”
“Tranquillo perché vengono i nipoti.”
“Bello perché…”
Quella parola, bello, Anna la sentiva spesso.
Come se la solitudine di un animale si misurasse dalla fotografia.
«Vive da sola?» chiese.
Teresa annuì.
«Da cinque anni.»
Non disse “sono vedova”.
Non serviva.
Aveva quell’espressione che Anna aveva visto su tante donne della sua età.
Donne che per quarant’anni avevano cucinato per quattro persone e poi, un giorno, si erano ritrovate a preparare una minestra in una pentola troppo grande.
Donne con metà dell’armadio ancora occupato da camicie che non riuscivano a regalare.
Donne che continuavano a comprare due panini per abitudine e se ne accorgevano soltanto alla cassa.
«Ho una casa al piano terra,» disse Teresa. «Un cortiletto chiuso. Non enorme. Ma c’è spazio.»
«Ha avuto cani?»
Teresa sorrise appena.
«Mio marito ne portava a casa uno ogni volta che diceva: “Lo teniamo solo finché non troviamo qualcuno.”»
«E trovavate qualcuno?»
«Mai.»
Anna rise.
«Allora venga.»
Le mostrò diversi cani.
Teresa li salutò tutti.
Non fece smorfie davanti agli anziani.
Non chiese quale fosse il più bello.
Non si lamentò per gli abbai.
Quando arrivarono davanti al box di Luna, la cucciola stava dormendo sotto la solita coperta.
Bruno era accanto a lei.
«Quella piccola non vede?» domandò Teresa.
«No.»
Teresa rimase in silenzio.
Poi si inginocchiò fuori dalla rete.
«Come si chiama?»
«Luna.»
«E quello grosso?»
«Bruno.»
Bruno la fissò.
Teresa allungò la mano, ma non verso di lui.
La lasciò semplicemente appoggiata a terra, fuori dal cancello.
«Quando vuole,» disse.
Anna alzò un sopracciglio.
«Ha davvero avuto cani.»
«Quasi quarant’anni di matrimonio. Mio marito mi ha insegnato almeno quello.»
Bruno non si avvicinò.
Il primo giorno.
Neppure il secondo.
Teresa tornò il giovedì.





