Poi il sabato.
La settimana dopo portò una vecchia federa cucita a mano.
«Dentro c’è un cuscino. L’ho lavato.»
Anna la prese.
Profumava di sapone di Marsiglia e armadio.
«Era di mio marito?»
Teresa la guardò sorpresa.
«Come fa a saperlo?»
«Qui stanno arrivando parecchie cose dei mariti morti.»
Teresa sorrise.
«Forse è meglio che stare chiuse negli armadi.»
Quel giorno Bruno le annusò finalmente le dita.
Il martedì successivo Teresa si sedette per terra quasi quaranta minuti.
Non parlò.
Luna, seguendo il rumore della sua borsa che si spostava, arrivò fino alla rete.
Teresa infilò due dita.
La cucciola le leccò.
«Io vorrei lei,» disse Teresa.
Anna annuì.
Se lo aspettava.
«Dobbiamo parlare di alcune cose. Un cane cieco richiede attenzione. Gli spazi non vanno cambiati continuamente. Le scale vanno protette. Bisogna—»
«Ho già letto tutto quello che mi avete dato.»
Anna sorrise.
«Naturalmente.»
Teresa abbassò gli occhi verso Luna.
Poi Bruno si alzò.
Si mise tra la cucciola e il cancelletto.
Non ringhiò.
Ma il messaggio era chiaro.
Teresa lo osservò a lungo.
«Sono sempre insieme?»
«Quasi.»
«Dormono insieme?»
«Sì.»
«Mangiano insieme?»
«Le ciotole sono separate, ma Luna lo cerca sempre.»
Teresa si rialzò lentamente.
Aveva un ginocchio rigido e dovette appoggiarsi alla rete.
«E se porto via lei?»
Anna non rispose subito.
Era la domanda che nessuno aveva voluto fare.
Ne avevano parlato tra volontari.
Bruno non era facile da adottare.
Luna, invece, attirava molte persone.
Piccola.
Dolce.
Fragile.
Per lei c’erano già state altre telefonate.
La soluzione più semplice sarebbe stata trovare una casa alla cucciola e continuare a cercarne una per Bruno.
Semplice per gli esseri umani.
Non necessariamente per loro.
«Non lo so,» ammise Anna. «Probabilmente si adatterebbero. Ma sarebbe una separazione.»
Teresa guardò il cane grande.
«Quanti anni ha?»
«Circa cinque.»
«E nessuno lo vuole?»
Anna scelse le parole.
«Qualcuno lo guarda. Poi sente la sua storia. Oppure il suo ringhio. E cambia idea.»
Teresa rimase ferma.
Fuori, una bicicletta passò lungo la strada.
Dal cortile arrivava il rumore di Arturo che discuteva con un volontario perché, a suo dire, le ciotole erano state messe “nel posto sbagliato”.
Luna si accucciò contro Bruno.
Il cane abbassò il muso e le annusò un orecchio.
Teresa si tolse gli occhiali.
Li pulì con un fazzoletto.
«Mio figlio dirà che sono impazzita.»
Anna la guardò.
«Per Luna?»
Teresa indicò Bruno.
«Per lui.»
Anna sentì qualcosa cambiare nell’aria.
«Cosa sta pensando?»
Teresa infilò di nuovo gli occhiali.
«Sto pensando che mio marito mi direbbe una cosa molto stupida.»
«Cosa?»
«“Abbiamo sempre preso quelli che nessuno voleva. Perché smettere proprio adesso?”»
Anna si mise una mano sulla bocca.
Teresa rise, ma aveva gli occhi lucidi.
«Era un uomo insopportabile.»
«Immagino.»
«E aveva quasi sempre ragione. Che era la parte peggiore.»
Quella sera Teresa telefonò al figlio.
Anna non sentì la conversazione, ma ne conobbe il contenuto il giorno dopo.
«Mi ha detto: “Mamma, due cani? Alla tua età?”»
Teresa imitò la voce del figlio mentre firmava alcuni moduli.
«E io gli ho chiesto quale età fosse quella giusta per avere compagnia.»
Anna cercò di non ridere.
«E lui?»
«Ha borbottato.»
«I figli adulti borbottano quando le madri smettono di chiedere permesso.»
«Poi mi ha detto che Bruno è troppo grande.»
«E lei?»
Teresa indicò il proprio corpo.
«Gli ho ricordato che suo padre pesava cento chili e russava. Ho gestito situazioni peggiori.»
Il trasferimento richiese ancora alcuni giorni.
Anna andò a vedere la casa.
Un appartamento al piano terra in un quartiere costruito negli anni Settanta.
Tapparelle verdi.
Mattonelle marroni.
Una credenza piena di fotografie.
Sul muro del corridoio, un calendario fermo a novembre di cinque anni prima.
Teresa vide che Anna lo stava guardando.
«Il mese in cui è morto.»
Anna annuì.
«Non riesco a toglierlo.»
«Non deve farlo.»
«Mio figlio dice che dovrei.»
«I figli hanno fretta anche con il dolore.»
Teresa rimase a guardare quel calendario.
«Già.»
Adattarono il cortile.
Tolsero alcuni vasi dal passaggio per Luna.
Misero una barriera davanti ai tre gradini del retro.
Sistemarono le ciotole sempre nello stesso punto.
E vicino alla cuccia prepararono la vecchia coperta del rifugio.
Quella scolorita.
Quella che Bruno aveva difeso.
Anna pensò di sostituirla.
Teresa glielo impedì.
«No. Questa viene con loro.»
«È mezza consumata.»
«Appunto.»
Il giorno dell’adozione pioveva piano.
Bruno si fermò davanti al cancello del rifugio.
Luna era al suo fianco.
Aveva il pupazzo con il battito legato in sicurezza dentro una piccola copertina.
Teresa teneva due guinzagli.
Uno sottile.
Uno robusto.
Bruno non voleva salire in macchina.
Teresa non lo forzò.
Aspettò.
Cinque minuti.
Poi dieci.
Arturo, appoggiato alla porta, cominciò a spazientirsi.
«Così facciamo notte.»
Teresa si voltò.
«E facciamo notte.»
Arturo aprì la bocca.
Poi la richiuse.
Dopo dodici minuti Bruno mise una zampa dentro l’auto.
Poi l’altra.
Luna seguì il suono dei suoi passi.
Quando finalmente partirono, Anna rimase sotto la tettoia a guardare i fanali sparire dietro la curva.
Aveva salutato centinaia di animali.
Alcuni addii facevano male.
Altri facevano paura.
Quello le sembrò diverso.
Come vedere una porta chiudersi e, nello stesso istante, una casa riaprirsi da qualche altra parte.
La prima notte Teresa non dormì quasi per niente.
Non perché i cani facessero rumore.
Al contrario.
Era il silenzio a svegliarla.
Alle due si alzò.
Accese la piccola luce del corridoio.
Entrò in cucina.
Luna dormiva nella sua cuccia con il muso appoggiato al pupazzo.
Tum.
Tum.
Tum.
Bruno era disteso sul pavimento accanto a lei.
Una zampa enorme posata sulla vecchia coperta.
Teresa rimase sulla porta.
Per un istante rivide suo marito.
Non davvero.
Non era una visione.
Era un ricordo.
Lui addormentato sul divano dopo il pranzo della domenica.
Il giornale sul petto.
Il cane di allora ai piedi.
Lei che brontolava perché nessuno l’aiutava a sparecchiare.
Una vita normale.
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