Umiliata davanti a tutta la scuola, Giulia salì sul palco e costrinse la famiglia più potente a tacere

La dottoressa Marinelli si sporse leggermente in avanti.

«Il Santa Augusta ti ha offerto una possibilità importante. Sarebbe un peccato se qualcuno pensasse che non apprezzi la cultura del nostro istituto.»

Giulia comprese il messaggio.

La sua borsa di studio non era un diritto.

Era un guinzaglio.

Il giorno dopo, durante il laboratorio di chimica, Beatrice rovesciò una soluzione sugli appunti di Giulia.

Il professore si voltò proprio in quell’istante.

«Esposito, ancora distratta? Per oggi è insufficiente.»

«Ma è stata lei…»

«Un’altra parola e rimani in punizione.»

Beatrice abbassò il viso per nascondere il sorriso.

Giulia strinse i denti.

Nel pomeriggio raggiunse la palestra del quartiere.

Il maestro Rinaldi la vide colpire il sacco con una precisione quasi feroce.

Aspettò che finisse.

«La tecnica è pulita», disse. «Ma dentro di te c’è una tempesta.»

«Qualunque cosa faccia, per loro sarò sempre quella che non dovrebbe stare lì.»

«Allora smetti di chiedere il permesso di esistere.»

Giulia lo guardò.

«Il campionato costa troppo.»

«Il denaro è un ostacolo. Non è ancora una sentenza.»

«Al collegio c’è uno spettacolo. Il premio basterebbe.»

Il maestro annuì.

«Partecipa.»

«Non mi faranno mai vincere.»

«Forse.»

La risposta la spiazzò.

«E allora perché dovrei farlo?»

«Perché a volte bisogna salire sul palco non per essere premiati, ma per impedire agli altri di continuare a fingere di non vederti.»

Due giorni dopo, Giulia rimase a scuola fino a tardi per studiare.

Passando davanti alla palestra, vide la professoressa Ferri allenarsi da sola con una palla da pallacanestro.

La donna eseguiva tiri e cambi di direzione con una sicurezza sorprendente.

«Vuoi restare sulla porta tutta la sera?» domandò senza voltarsi.

Giulia entrò, imbarazzata.

«Mi scusi.»

La professoressa raccolse la palla.

«Tu sei Esposito. Quella della borsa di studio.»

Giulia si irrigidì.

«Sì.»

«Ti ho osservata durante educazione fisica. Ti muovi come una persona allenata.»

Giulia esitò.

«Pratico taekwondo.»

«A che livello?»

«Cintura nera, terzo dan.»

La professoressa Ferri sollevò le sopracciglia.

«E perché lo nascondi?»

«Qui non voglio attirare attenzione.»

«Mi pare che l’attenzione ti trovi comunque.»

Giulia abbassò lo sguardo.

La professoressa le lanciò la palla, che lei afferrò d’istinto.

«Quando avevo la tua età», disse, «venivo da una famiglia di operai. In questa stessa città mi fecero capire molte volte che certi luoghi non erano per me.»

«E cosa fece?»

«Continuai a entrarci.»

La donna riprese la palla.

«Iscriviti allo spettacolo.»

«I Valenti sono gli sponsor principali.»

«Lo so.»

«Beatrice deve vincere.»

«Probabilmente.»

«Allora sarebbe inutile.»

La professoressa Ferri scosse la testa.

«Non confondere il risultato con il valore. Una coppa può essere assegnata in modo ingiusto. Ma davanti a centinaia di persone è più difficile nascondere la verità.»

Quella sera Giulia trovò un falso profilo creato con il suo nome e la sua fotografia.

Conteneva frasi sgrammaticate, battute sulla povertà e immagini modificate del suo appartamento, anche se nessuno dei compagni c’era mai stato.

Il profilo veniva condiviso in tutte le chat.

Giulia lo segnalò.

Poi si chiuse in bagno, aprì l’acqua del lavandino e pianse in silenzio per non farsi sentire da Rosa.

Non pianse per vergogna.

Pianse per la rabbia di dover essere sempre perfetta per ottenere metà del rispetto concesso agli altri.

Quando tornò in soggiorno, aprì il computer.

Compilò il modulo dello spettacolo usando soltanto l’iniziale del nome.

“G. Esposito. Esibizione di arti marziali.”

Premette invio.

Il mattino seguente, una tosse profonda la svegliò prima dell’alba.

Rosa era seduta sul bordo del letto, piegata in avanti.

«Nonna!»

«È solo un po’ di raffreddore.»

Aveva il viso acceso dalla febbre.

Giulia insistette fino a convincerla ad andare dal medico.

La diagnosi fu polmonite.

Riposo assoluto per almeno una settimana.

«Non posso restare a casa», protestò Rosa sull’autobus del ritorno. «A fine mese abbiamo l’affitto.»

«Se torni al lavoro così, finirai ricoverata.»

«E tu non devi occuparti di queste cose.»

«Sono anche affari miei.»

Rosa le prese il viso tra le mani.

«Io non ho fatto tutti questi sacrifici per vederti rinunciare allo studio e preoccuparti delle bollette.»

Ma quella sera Giulia controllò il conto.

C’erano poco più di duemila euro.

Non abbastanza per coprire affitto, luce, cibo e le nuove spese mediche.

Subito dopo arrivò un messaggio del collegio.

La revisione della borsa di studio era stata fissata per la mattina successiva allo spettacolo.

Giulia lesse due volte.

Non poteva essere una coincidenza.

Le due settimane seguenti diventarono una lotta contro il tempo.

Alle quattro e mezza del mattino Giulia si allenava nel soggiorno, cercando di non svegliare Rosa.

Poi preparava la colazione e prendeva l’autobus.

A scuola studiava, evitava Beatrice e provava la propria esibizione nelle aule vuote durante l’intervallo.

Nel pomeriggio tornava a casa, cucinava, puliva e controllava le medicine della nonna.

La sera faceva i compiti.

Dopo mezzanotte ripeteva ancora le forme davanti alla finestra buia.

Dormiva tre o quattro ore.

Le occhiaie si fecero profonde, ma il corpo diventava più preciso.

Il maestro Rinaldi l’aiutò a creare una sequenza che univa tradizione, rottura di tavolette e movimenti acrobatici.

Non sembrava più soltanto un’esibizione.

Sembrava una storia raccontata senza parole.

Tre giorni prima dello spettacolo, Rosa tornò al lavoro con turni ridotti.

La stessa sera aprì una busta arrivata dall’ospedale.

C’erano milleottocento euro di spese non coperte.

Giulia la trovò seduta al tavolo con le bollette sparse davanti.

Per la prima volta, sua nonna sembrava vecchia.

Non stanca.

Vecchia.

«Posso fare qualche ora in più il mese prossimo», disse Rosa. «Magari rinviamo il pagamento della luce.»

Giulia si sedette.

«Domani partecipo allo spettacolo del collegio.»

Rosa sollevò lo sguardo.

«Con il taekwondo?»

«Il premio è di duemilacinquecento euro.»

«E la borsa di studio?»

Giulia le raccontò della revisione.

Raccontò della mensa, dei video, delle minacce.

Rosa ascoltò senza interromperla.

Quando Giulia finì, la cucina rimase in silenzio.

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