«Perché non me l’hai detto prima?»
«Hai già abbastanza problemi.»
Rosa strinse le labbra.
«I problemi di famiglia non si dividono tra chi è forte e chi è debole. Si portano insieme.»
«Ho paura di perdere tutto.»
La nonna allungò una mano sul tavolo.
«Tuo padre aveva paura molte volte. Solo che non lo faceva vedere.»
Giulia le prese le dita rovinate dai disinfettanti e dagli anni di lavoro.
«E se sbaglio?»
«Allora sbagli davanti a tutti. Ma almeno, per una sera, non ti nascondi.»
Il giorno dello spettacolo, Giulia mise nello zaino il dobok, la cintura e la catenina di suo padre.
In mensa, Beatrice parlava alle amiche con voce abbastanza alta da farsi sentire.
«Ho lavorato con un coreografo privato per mesi. Nessuno può battermi.»
Giulia conosceva la verità.
Qualche giorno prima, passando vicino agli spogliatoi, aveva sentito Beatrice confessare di aver copiato quasi tutta la coreografia da un filmato trovato in rete.
Aveva anche sentito la sua paura.
«Se non vinco, mio padre mi considera una fallita.»
Per la prima volta Giulia aveva compreso che dietro l’arroganza c’era una ragazza terrorizzata dal giudizio della propria famiglia.
Non la giustificava.
Ma la rendeva meno invincibile.
Mentre Giulia usciva dalla mensa, un’amica di Beatrice la urtò.
Lo zaino cadde.
La borraccia si aprì e bagnò il dobok.
La cintura rotolò sul pavimento.
«Cos’è?» domandò la ragazza raccogliendola. «Un costume?»
«Ridammela.»
La voce di Giulia fu bassa, ma ferma.
L’altra lasciò cadere la cintura.
Per un istante nessuno rise.
Giulia recuperò tutto e andò nel bagno più lontano.
Asciugò l’uniforme sotto il getto d’aria calda.
La dottoressa Marinelli entrò proprio in quel momento.
«Ho saputo che parteciperai stasera.»
«Sì.»
«Devi capire che questo evento appartiene alla tradizione delle famiglie storiche del collegio.»
«Pensavo appartenesse agli studenti.»
Il volto della donna si irrigidì.
«Sarebbe spiacevole se un’esibizione fuori luogo creasse imbarazzo.»
Giulia spense l’asciugatore.
«Non farò nulla di cui vergognarmi.»
La dottoressa Marinelli uscì senza rispondere.
Nel pomeriggio, la professoressa Ferri le lasciò le chiavi del proprio ufficio.
«C’è un divano. Dormi venti minuti.»
«Devo allenarmi.»
«Se crolli sul palco non dimostri coraggio. Dimostri soltanto che sei umana.»
Giulia obbedì.
Si addormentò quasi immediatamente.
Nel sonno rivide suo padre sul vecchio divano di casa.
«Non cercare di eliminare la paura», le diceva. «Falla lavorare per te.»
Quella sera il teatro del Collegio Santa Augusta brillava di luci dorate.
Le auto si fermavano davanti all’ingresso.
Le famiglie entravano con abiti eleganti e sorrisi preparati.
Sulle pareti erano appese fotografie dei benefattori e frasi sull’onore, sul merito e sul carattere.
Era la vetrina perfetta.
La bella figura di un mondo che non ammetteva crepe.
Dietro le quinte, Giulia indossò il dobok.
Legò la cintura con mani precise.
Poi avvolse la catenina di Antonio attorno al polso.
Nella sala verde, gli altri studenti parlavano di luci, costumi e applausi.
Quando Giulia entrò, le conversazioni si interruppero.
Beatrice la fissò.
Indossava un abito da danza coperto di piccole pietre luminose.
«Sei qui per aiutare con le scenografie?»
Il responsabile di palco entrò con l’elenco.
«Beatrice Valenti, numero sei. G. Esposito, numero quattordici.»
Beatrice impallidì.
«Sei tu?»
Giulia annuì.
«Con quella roba?»
«È taekwondo.»
«Mio padre finanzia questa serata.»
«Allora spero che si diverta.»
Lo spettacolo iniziò con un pianoforte, seguito da un violino, un monologo e due balletti.
Ogni esibizione riceveva applausi educati.
Quando arrivò il turno di Beatrice, le luci si accesero con precisione.
La sua danza era corretta.
Elegante.
Costosa.
Ma non aveva anima.
Giulia riconobbe i movimenti copiati.
Anche alcuni studenti li riconobbero, perché cominciarono a mormorare.
Beatrice terminò con un sorriso immobile.
I genitori in prima fila applaudirono per primi.
Il padre non sorrideva.
Controllava.
Quando chiamarono il numero quattordici, Giulia chiuse gli occhi.
Non pensò al premio.
Non pensò a Beatrice.
Pensò alle mani screpolate di Rosa.
Pensò al cappotto usato.
Pensò al padre che le insegnava a trasformare il dolore in direzione.
Entrò sul palco a piedi nudi.
All’inizio il pubblico rimase perplesso.
Giulia si inchinò.
Partì una musica profonda, fatta di percussioni e bassi lenti.
Lei cominciò dalle forme tradizionali.
Ogni posizione era netta.
Ogni movimento terminava esattamente dove doveva.
La sala smise di bisbigliare.
Poi arrivarono le tavolette.
Tre allievi del maestro Rinaldi salirono sul palco per aiutarla.
Il primo colpo spezzò il legno con un rumore secco.
Il secondo fece sobbalzare alcune persone.
Il terzo arrivò dopo una rotazione in aria che strappò il primo applauso spontaneo.
Giulia continuò.
Non sembrava combattere contro qualcuno.
Sembrava attraversare qualcosa.
Le umiliazioni.
La fame.
La paura di perdere la casa.
Il peso delle aspettative.
La necessità di essere sempre riconoscente, sempre educata, sempre invisibile.
Il suo corpo raccontava tutto.
E nessuno poteva interromperlo.
Per il finale, tre ragazzi si disposero al centro del palco con le braccia alzate.
Giulia prese la rincorsa.
Per un istante, prima del salto, vide Rosa seduta in fondo alla sala accanto al maestro Rinaldi e alla professoressa Ferri.
Non sapeva che sarebbero venuti.
Rosa aveva ancora il cappotto da lavoro.
Ma stava sorridendo.
Giulia saltò.
Il corpo superò i tre ragazzi in un volo pulito, quasi impossibile.
Atterrò dall’altra parte senza perdere l’equilibrio.
La sala esplose.
Giulia concluse portando la catenina di suo padre alle labbra.
Poi si inchinò.
Per un secondo ci fu silenzio.
Dopo, una donna si alzò.
Poi un uomo.
Poi intere file.
In pochi istanti il teatro era in piedi.
Il padre di Beatrice rimase seduto.
Ma persino sua moglie, dopo un’esitazione, cominciò ad applaudire.
Dietro le quinte, Beatrice fissava Giulia con il volto vuoto.
Per la prima volta non aveva una frase pronta.
Il terzo premio andò a un violinista.
Il secondo a Beatrice.
Quando sentì il proprio nome, lei salì sul palco con il sorriso teso.
I genitori applaudirono senza calore.
«Il primo premio», annunciò il presidente della giuria, «va a Giulia Esposito per una dimostrazione di tecnica, disciplina e straordinaria forza espressiva.»
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