Un cane randagio saltò nel furgone di Marco: il motivo per cui rifiutava di scendere commosse tutti

Niente.

Marco indicò il corridoio.

«Devi restare qui.»

Il cane lo fissava.

Non con paura.

Era peggio.

Con quella calma triste di chi sembra sapere già come finisce una storia.

Marco deglutì.

«Qui ti trattano bene.»

Silenzio.

«Io devo andare.»

Il cane abbassò lentamente la testa.

E allora Marco vide la zampa.

Si era spostata di pochi centimetri.

Era appoggiata sulla punta della sua scarpa.

Non stringeva.

Non graffiava.

Restava lì.

Solo abbastanza per sentirlo.

Come per controllare che fosse ancora presente.

Marco chiuse gli occhi.

La veterinaria non disse nulla.

Quella donna aveva l’intelligenza di chi lavora con animali da trent’anni e sa quando una parola rovinerebbe tutto.

«Cinque minuti,» disse Marco.

«Come?»

«Lo porto fuori cinque minuti. Poi torno.»

Uscirono.

Il cane camminava vicino alla sua gamba.

Non tirava.

Non correva.

Non annusava ogni palo.

Sembrava sapere esattamente dove voleva andare.

Al parcheggio, appena vide il furgone, accelerò.

Marco si fermò.

«No.»

Il cane raggiunse la portiera del passeggero.

La trovò chiusa.

Si sedette.

Aspettò.

Marco lo guardò.

«Non fare così.»

Il cane aspettava.

«Non puoi guardarmi in quel modo.»

Aspettava.

«Io vivo da solo.»

Aspettava.

«Lavoro tutto il giorno.»

Aspettava.

«Non ho mai avuto un cane.»

Aspettava.

Marco rise amaramente.

«Sei peggio di mia madre.»

A quel punto squillò il telefono.

Era proprio lei.

Marco fissò lo schermo.

Rispose.

«Mamma.»

«Dove sei?»

«In giro.»

«Hai mangiato?»

«Sono le sei.»

«Ti ho chiesto se hai mangiato, non che ore sono.»

Marco guardò il cane.

«No.»

«Ho fatto le polpette.»

«Mamma, non posso venire ogni volta che fai le polpette.»

Silenzio.

Un silenzio minuscolo.

Poi lei disse:

«Lo so.»

Quelle due parole gli fecero più male di un rimprovero.

Marco guardò di nuovo il cane.

Seduto accanto alla portiera.

Aspettando che qualcuno decidesse se farlo salire oppure lasciarlo lì.

«Mamma.»

«Dimmi.»

«Mangio da te.»

La voce della donna cambiò subito.

«Allora metto su l’acqua.»

«Aspetta.»

Marco osservò l’animale.

«Forse siamo in due.»

Sua madre non chiese niente.

Disse soltanto:

«Faccio altre due polpette.»

Marco rise.

«Non può mangiare le polpette.»

«Allora vedremo.»

Chiuse la telefonata.

Aprì la portiera.

Il cane salì.

Stesso movimento.

Stesso giro.

Stesso sedile.

La veterinaria, dalla porta dell’ambulatorio, lo guardava.

Marco alzò una mano.

«Lo tengo solo stanotte.»

Lei sorrise.

«Naturalmente.»

«Solo stanotte.»

«Non ho detto niente.»

«Avete tutti la stessa faccia oggi?»

Guidò fino alla casa di sua madre.

Era una casa bassa con le persiane verdi, il cortile di ghiaia e un fico piantato da suo nonno quando ancora nel paese passavano i carri.

Marco aveva giocato lì da bambino.

Aveva fatto i compiti sul tavolo della cucina.

Aveva litigato con suo padre.

Aveva portato la sua prima fidanzata.

Aveva festeggiato battesimi, comunioni, funerali, Natali.

La casa sembrava sempre più piccola ogni anno.

O forse era lui a diventare più vecchio.

Sua madre era già sulla porta.

«Ma guarda.»

Il cane non voleva scendere.

Marco aprì la portiera.

«Dai.»

L’animale fissò il cortile.

Poi lui.

Poi la porta di casa.

«Vieni.»

Niente.

La madre si avvicinò piano.

«Non tirarlo.»

«Non lo sto tirando.»

«Ti conosco.»

«Mamma.»

Lei ignorò il tono del figlio.

Si piegò appena, nonostante le ginocchia le facessero male.

«Ciao, tesoro.»

Il cane guardò l’anziana.

«Qua nessuno ha fretta.»

Marco si immobilizzò.

Sua madre non sapeva nulla.

Eppure aveva detto la frase giusta.

Qua nessuno ha fretta.

Il cane scese.

Un passo.

Poi un altro.

Entrò nel cortile.

Annusò l’aria.

La madre sorrise.

«Visto?»

«Non abituarti.»

«A cosa?»

«Al cane.»

«Quale cane?»

Marco la guardò male.

Lei si voltò verso casa.

«Ho apparecchiato.»

Quella sera mangiarono in cucina.

Marco al suo solito posto.

Sua madre davanti.

Il cane sdraiato vicino alla porta.

La ciotola d’acqua era quella smaltata che un tempo usavano per lavare l’insalata.

Ogni rumore dalla strada faceva alzare la testa all’animale.

Un motorino.

Una portiera.

Un camion lontano.

Sempre la stessa reazione.

Aspettare.

Marco raccontò alla madre come lo aveva trovato.

Lei ascoltò senza interrompere.

Quando finì, raccolse il pane dalla tavola.

«Povera creatura.»

«Mamma, non cominciare.»

«Con cosa?»

«Con la storia che devo tenerlo.»

«Non ti ho detto di tenerlo.»

«Lo stai pensando.»

Lei sospirò.

«A cinquantasei anni ancora credi di sapere cosa penso.»

«Ti conosco.»

«No, Marco. Conosci la tua idea di me.»

La frase lo fermò.

Sua madre spezzò il pane lentamente.

«Io penso solo che certe creature arrivano quando trovano una porta aperta.»

Marco indicò il cane.

«Appunto.»

«Non parlavo di lui.»

Marco non rispose.

La madre lo guardò.

«Da quando è morto tuo padre, vieni qui sempre di corsa.»

«Lavoro.»

«Lo so.»

«Ho clienti.»

«Lo so.»

«Ho una vita.»

«Lo so anche questo.»

Poi abbassò gli occhi.

«Ma una vita non è soltanto quello che riusciamo a incastrare fra un appuntamento e l’altro.»

Marco si alzò.

«Non facciamola lunga.»

«Non la faccio lunga.»

«Ogni volta la stessa storia.»

«Perché ogni volta scappi prima che finisca.»

Il cane sollevò la testa.

Marco abbassò la voce.

«Non sto scappando.»

Sua madre fece un sorriso stanco.

«No. Tu sei sempre molto occupato.»

Fuori passò una macchina.

Il cane scattò in piedi.

Corse alla porta.

Rimase lì.

In ascolto.

La macchina proseguì.

L’animale rimase fermo per qualche secondo.

Poi tornò lentamente al suo posto.

Marco e sua madre lo guardarono.

La discussione morì.

Nessuno dei due ebbe più voglia di continuare.

La mattina successiva Marco tornò al distributore.

Voleva sapere qualcosa.

Qualsiasi cosa.

Teresa stava pulendo i tavolini.

«Lo sapevo.»

«Non sai niente.»

«È ancora con te.»

«Solo temporaneamente.»

«Certo.»

Marco indicò il bar.

«Chi sa qualcosa di quel cane?»

Teresa smise di sorridere.

«Chiedi a Vittorio.»

«Vittorio il meccanico?»

«Sì.»

Vittorio aveva sessantanove anni e una piccola officina dietro il distributore.

Era uno di quegli uomini che sembrano essere nati già con la tuta da lavoro.

Mani larghe.

Faccia scavata.

Poche parole.

Quando Marco gli descrisse il cane, Vittorio annuì.

«Quello color miele.»

«Sì.»

«Era di un uomo.»

Marco sentì lo stomaco stringersi.

«Chi?»

«Non so il nome.»

Vittorio pulì una chiave inglese con uno straccio.

«Veniva qui spesso. Berlina grigia. Sempre lo stesso orario, più o meno.»

«E il cane?»

«Sul sedile del passeggero.»

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto