Marco guardò verso il furgone.
Il cane era lì.
Nello stesso posto.
«Restava dentro mentre lui prendeva il caffè.»
Vittorio fece una pausa.
«Non si muoveva mai.»
Marco deglutì.
«E poi?»
«Poi un giorno l’uomo arrivò. Il cane scese. Lui entrò nel bar.»
Marco aspettò.
Vittorio continuò.
«Quando uscì, risalì in macchina.»
«E il cane?»
«Il cane no.»
Marco sentì il sangue rallentare.
«Cosa vuol dire?»
«Vuol dire che partì senza di lui.»
«Così?»
Vittorio annuì.
«Così.»
«Magari tornava.»
«Non è tornato.»
Il rumore lontano di un compressore riempì il silenzio.
Marco fissò la ghiaia.
«E nessuno ha visto la targa?»
«Forse qualcuno. Non servì.»
«Da quanto tempo?»
«Quasi un mese.»
Marco alzò di scatto gli occhi.
«Un mese?»
Vittorio appoggiò lo straccio.
«Il cane rimase qui.»
«Tutto il tempo?»
«Dormiva dietro l’officina. Teresa gli lasciava acqua. Io qualche volta da mangiare.»
Marco guardò Teresa.
Lei continuava a sistemare i tavolini come se non stesse ascoltando.
«Perché non lo avete portato via?»
Vittorio sorrise senza allegria.
«Ci abbiamo provato.»
«E?»
«Tornava.»
Marco sentì la pelle delle braccia accapponarsi.
«Qui?»
«Sempre.»
Vittorio indicò le pompe.
«Ogni volta che una macchina simile si fermava, lui correva.»
Marco non disse nulla.
«Se qualcuno apriva la portiera del passeggero, provava a salire.»
Ora ogni cosa aveva un senso.
Il modo in cui aveva saltato dentro.
Il posto scelto.
La paura quando la portiera si chiudeva.
Il rifiuto di scendere.
«Lo cacciavano?»
Vittorio abbassò lo sguardo.
«Qualcuno sì.»
«Gli facevano male?»
«No. Ma urlavano. Lo spingevano fuori. Qualcuno lo prendeva per il collare.»
«Il collare non ce l’ha.»
«Non più.»
Marco inspirò lentamente.
Vittorio continuò:
«Dopo un po’ ha imparato a non fare rumore.»
Quella frase gli entrò dentro.
A non fare rumore.
Marco guardò il cane dal parabrezza.
Era disteso.
Immobilissimo.
«Se non dai fastidio,» disse Vittorio, «forse pensi che qualcuno ti lasci restare.»
Marco non seppe cosa rispondere.
Teresa arrivò con tre caffè.
Ne mise uno davanti a Marco.
«Questo lo offre la casa.»
«Non voglio beneficenza.»
«Ma smettila.»
Vittorio sorrise.
Teresa guardò il cane.
«Sai che nome gli avevamo dato?»
«No.»
«Aspetto.»
Marco si voltò.
«Come?»
«Aspetto.»
Teresa si strinse nelle spalle.
«Perché faceva solo quello.»
Marco guardò di nuovo il furgone.
Quella parola gli fece male.
Aspetto.
Pensò a sua madre dietro la finestra.
A suo padre che non sarebbe più tornato.
A tante domeniche rimandate.
Alle telefonate lasciate squillare perché “richiamo dopo”.
Alle volte in cui aveva detto che non aveva tempo.
Il cane non era l’unico ad aver imparato ad aspettare.
«Non mi piace.»
Teresa capì.
«Allora dagli un nome diverso.»
«Non ho detto che lo tengo.»
Vittorio bevve il caffè.
«Certo.»
Marco lo fulminò con lo sguardo.
Quella domenica accadde una cosa che non succedeva da anni.
Marco arrivò da sua madre prima di mezzogiorno.
Non alle due.
Non con il telefono all’orecchio.
Non dicendo che sarebbe rimasto “solo mezz’ora”.
Arrivò alle undici e venti.
Con il cane.
Sua sorella Paola era scesa da Torino con il marito.
C’erano anche due nipoti ormai adulti.
La tavola era apparecchiata con la tovaglia ricamata che la madre usava solo nelle occasioni importanti.
«Che succede?» chiese Paola. «Hai comprato un cane?»
«No.»
«Vive con te da quattro giorni.»
«Temporaneamente.»
La madre portò in tavola le lasagne.
«Temporaneamente si chiama Bruno.»
Marco la fissò.
«Bruno?»
«Gli sta bene.»
Paola rise.
«Mamma gli ha già dato un nome. Hai perso.»
Il cane era sdraiato sotto la credenza.
La confusione lo rendeva vigile.
Ogni volta che qualcuno si alzava, osservava.
Ogni porta che si apriva, lui controllava.
A un certo punto il nipote più giovane uscì per prendere qualcosa dalla macchina.
Bruno si alzò di scatto e lo seguì fino alla porta.
Quando il ragazzo uscì e chiuse, il cane rimase fermo davanti all’ingresso.
Aspettando.
Paola smise di mangiare.
«Perché fa così?»
Marco raccontò tutto.
Il distributore.
L’uomo.
La macchina.
L’abbandono.
I tentativi di salire sulle auto degli sconosciuti.
La madre rimase in silenzio.
Poi disse:
«Ci sono persone che pensano che lasciare qualcuno senza spiegazioni sia più facile che guardarlo negli occhi.»
Nessuno rispose.
Il pranzo della domenica, nella famiglia Bellini, era sempre stato il luogo dove i problemi venivano nascosti sotto i piatti.
Si parlava del lavoro.
Del prezzo della frutta.
Delle buche in strada.
Delle ginocchia.
Mai delle cose vere.
Mai del fatto che Paola si sentiva in colpa perché viveva lontano.
Mai del fatto che Marco si sentiva solo da quando il suo matrimonio era finito.
Mai del fatto che la madre aveva paura di morire in quella casa senza nessuno accanto.
Quella domenica, invece, fu Bruno a rompere il silenzio senza dire una parola.
Paola posò la forchetta.
«Mamma, tu stai bene qui da sola?»
La donna la guardò.
«Che domanda è?»
«Una domanda che non ti faccio mai.»
La madre abbassò gli occhi sul piatto.
Marco rimase immobile.
«Sto bene,» disse lei.
Poi guardò entrambi i figli.
«Ma non sempre.»
La stanza diventò silenziosa.
Marco sentì un peso al petto.
Sua madre continuò.
«Non voglio che vi sentiate obbligati. Avete le vostre vite.»
Quella frase.
Le vostre vite.
Quante volte l’aveva usata per non chiedere niente?
«Però qualche volta,» aggiunse, «mi piacerebbe non dover aspettare un’occasione per vedervi.»
Marco si passò una mano sul viso.
Paola aveva gli occhi lucidi.
Il marito guardava il tovagliolo.
I nipoti tacevano.
Bruno si alzò.
Camminò lentamente verso la madre.
Le appoggiò il muso sul ginocchio.
La donna sorrise.
«E tu cosa vuoi?»
Bruno restò lì.
Marco si alzò.
Andò alla finestra.
Fuori, il paese sembrava identico a quando aveva vent’anni.
Il campanile.
I balconi.
Le biciclette appoggiate ai muri.
La piazza piccola.
Il bar all’angolo.
Aveva passato metà della vita a voler andare via da quei posti.
Poi l’altra metà a lamentarsi che non esistevano più.
Forse non erano i paesi a sparire.
Forse erano le persone a smettere di tornarci.
Quella settimana Bruno cominciò a seguirlo al lavoro.
Marco gli comprò una coperta.
Una ciotola.
Un guinzaglio.
Ogni acquisto veniva accompagnato dalla stessa frase:
«È temporaneo.»
La commessa del negozio per animali, dopo la terza visita, non commentava più.
Si limitava a sorridere.
Bruno cambiava lentamente.
Il primo giorno aveva rifiutato un biscotto.
Il terzo lo aveva mangiato dalla mano di Marco.
Il quinto aveva guardato fuori dal finestrino durante il viaggio.
Il settimo aveva fatto qualcosa di enorme.
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