La conoscevo da quindici anni.
Era praticamente impossibile mentirle.
«Nel bagagliaio c’erano una cagnolina e quattro cuccioli.»
«Come stanno?»
«Male.»
Altro silenzio.
«Dove sei?»
Glielo dissi.
«Arrivo.»
«Lucia, hai lavorato dodici ore.»
«Marco.»
Quando pronunciava il mio nome in quel tono, la discussione era terminata.
«Arrivo.»
La veterinaria di turno, la dottoressa Elena Conti, visitò prima la madre.
Era gravemente sottopeso.
Disidratata.
Aveva piccole abrasioni alle zampe e un’infezione cutanea.
Le gengive erano pallide.
I piccoli erano freddi, disidratati e malnutriti.
Due sembravano reagire bene.
Gli altri due ci preoccupavano.
Il più piccolo era in condizioni critiche.
«Ma reagisce,» disse la dottoressa.
Mi aggrappai a quelle due parole.
Lucia arrivò ancora con i segni del turno sul viso.
Occhiaie.
Capelli raccolti male.
Scarpe comode.
Quella stanchezza che riconoscono soltanto quelli che lavorano quando gli altri dormono.
Si fermò davanti al box.
La madre alzò gli occhi.
Lucia appoggiò una mano al vetro.
«Povera mamma.»
«Serve un nome per la scheda.»
Lucia rimase qualche secondo in silenzio.
«Luce.»
La guardai.
«Perché Luce?»
«Perché è rimasta al buio abbastanza.»
Così diventò Luce.
Anche i cuccioli ricevettero nomi.
La femmina nera col mento bianco diventò Nina.
Il maschietto color miele, Tito.
La femmina marrone e bianca, Bianca.
Il più piccolo, quello che continuava a farci trattenere il respiro, venne chiamato Chicco.
Lucia disse:
«Una cosa così piccola ha bisogno di un nome che venga voglia di proteggere.»
Restammo lì fino a notte fonda.
Roberto venne denunciato per la guida in stato di alterazione e per le condizioni in cui erano stati trovati gli animali. Il resto avrebbe seguito il suo percorso nelle sedi competenti.
Paolo mi mandò un messaggio.
Tutti vivi?
Risposi:
Tutti e cinque.
Dopo pochi secondi:
Bene. Avevo paura di chiedertelo.
Anch’io.
Verso le due, ci permisero di entrare per pochi minuti.
Luce era distesa su una coperta pulita.
Aveva una flebo.
I piccoli le stavano vicino, anche se venivano alimentati separatamente.
Ogni volta che uno emetteva un verso, lei sollevava la testa.
Lucia si sedette per terra.
A distanza.
«Lo so.»
Luce la guardò.
«Essere stanchi e sapere che qualcuno ha ancora bisogno di te.»
Poi Lucia sorrise.
«D’accordo, tu hai quattro cuccioli e io ho un marito che lascia i calzini accanto al letto. Non è proprio la stessa cosa.»
Mi scappò una risata.
La prima della serata.
Chicco fece un piccolo rumore.
Luce alzò immediatamente la testa.
Lucia guardò me.
«Quando usciranno, non possiamo separarli a caso.»
«Ancora non sappiamo cosa succederà.»
«Io invece qualcosa la so.»
Conoscevo quella faccia.
Stava già organizzando il futuro.
La settimana successiva diventò una sequenza di telefonate, documenti, visite e aggiornamenti.
Luce migliorava lentamente.
Nina fu la prima a trovare la forza per abbaiare.
Un suono minuscolo e indignato perché, a suo giudizio, il latte arrivava con inaccettabile ritardo.
Tito imparò a scavalcare le sorelle.
Bianca osservava tutto in silenzio.
Chicco rimaneva il più fragile.
Ma non mollava.
Lucia passava dalla clinica dopo il lavoro.
Io prima del turno.
Paolo comparve una mattina con cinque caffè per il personale.
Anna venne «per verificare alcuni dettagli».
Rimase venticinque minuti davanti al box di Luce.
Alla fine fu Teresa a dirci ciò che temevamo.
«Il rifugio è pieno.»
Luce avrebbe avuto bisogno di tranquillità.
I cuccioli di controlli.
Il sistema aveva volontari, famiglie disponibili, associazioni.
Ma tutti avevano già emergenze.
Fu allora che Lucia pronunciò la frase che cambiò casa nostra.
«Abbiamo la cameretta libera.»
Eravamo sposati da nove anni.
Non avevamo figli.
Era andata così.
Un po’ per scelta.
Un po’ perché la vita prende decisioni senza consultarti.
Avevamo trasformato quella stanza in deposito.
Vecchi album.
Valigie.
Una macchina da cucire ereditata da mia madre.
Scatoloni pieni di cose che continuavamo a prometterci di sistemare.
Guardai Lucia.
«Lavoriamo entrambi.»
«Anche Luce lavora parecchio, mi pare.»
«Siamo stanchi.»
«Lei di più.»
Fine della discussione.
Due giorni dopo svuotammo la stanza.
Mia madre, quando seppe cosa stavamo facendo, arrivò con vecchie coperte.
Ne riconobbi una.
Era quella pesante color crema che usavamo sul divano negli anni Ottanta.
«Mamma, questa avrà quarant’anni.»
«Appunto. Ha cresciuto voi due. Può aiutare anche loro.»
Non ebbi il coraggio di contraddirla.
Luce arrivò il mercoledì pomeriggio.
La portai dentro in braccio perché era ancora debole.
Appena sentì i cuccioli sollevò la testa.
Nina.
Tito.
Bianca.
Chicco.
Quando li ebbe davanti, li annusò uno per uno.
Solo allora si sdraiò.
Lucia mi toccò il braccio.
«Li conta.»
Era vero.
Luce contava sempre i propri figli.
All’inizio non fu una favola.
Fu lavoro.
Sveglie notturne.
Farmaci.
Pasti piccoli e frequenti.
Bilancia.
Panni sporchi.
Traversine.
Lavatrice che sembrava funzionare ventiquattr’ore al giorno.
Chicco richiedeva più attenzioni degli altri.
Lucia annotava tutto su un quaderno.
Peso.
Pasti.
Energia.
Farmaci.
Io imparai a preparare il latte alle tre di notte.
Imparai che le unghie dei cuccioli sono aghi.
Imparai che Tito protestava come un pensionato all’ufficio postale se tardavi dieci secondi.
Imparai soprattutto che Luce mangiava tranquilla soltanto quando poteva vedere i piccoli.
La voce si sparse nel comando.
Qualcuno cominciò a chiamarli «la famiglia del bagagliaio».
Anna fingeva di detestare quel nome.
Poi stampò una fotografia e la mise nella sala pausa.
Paolo portò coperte.
Gianni, un collega vicino alla pensione che giurava di non sopportare i cani in casa, arrivò con una scatola di giochi.
«Me li ha dati mia moglie.»
Sua moglie, interrogata una settimana dopo, negò ogni responsabilità.
La verità era semplice.
Tutti si stavano affezionando.
Persino il nostro vicino, il signor Cesare, settantuno anni, vedovo da cinque, iniziò a suonare ogni pomeriggio.
«Passavo di qua.»
Abitava alla porta accanto.
Passava sempre di là.
Portava vecchi asciugamani, giornali e qualche volta polpette.
Le polpette gli furono vietate dalla veterinaria.
Cesare prese la cosa come un’offesa personale.
«Sono senza sale.»
«Cesare, sono cuccioli.»
«Pure voi eravate bambini e mangiavate il ragù.»
Il quartiere cominciò a partecipare.
La signora del piano di sotto portò traverse.
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





