Un controllo stradale sembrava routine, poi un debole graffio dal bagagliaio rivelò qualcosa che nessuno avrebbe immaginato

Il proprietario della piccola ferramenta lasciò una busta con cinquanta euro dicendo di usarli per le medicine.

Il panettiere ci regalò una scatola di biscotti.

Per noi, non per i cani.

Almeno ufficialmente.

In un’epoca in cui nel condominio spesso non sappiamo neppure come si chiama chi vive due porte più avanti, quei cinque animali fecero una cosa assurda.

Rimisero le persone a parlare.

Al mercato mi fermavano.

«Come sta quello piccolo?»

«E la mamma mangia?»

«Quando li fate vedere?»

Perfino mia madre organizzò una specie di pranzo della domenica per «chiunque abbia aiutato».

Eravamo in quattordici attorno al tavolo.

Luce dormiva nella stanza accanto.

Ogni tanto si alzava per controllare i piccoli.

Mia madre la osservò e disse:

«Quella è una mamma all’antica.»

«Che vuol dire?»

«Che prima conta i figli e poi pensa a se stessa.»

Lo disse senza retorica.

Come se fosse la cosa più normale del mondo.

Alla terza settimana Luce mosse la coda quando entrai.

Solo una volta.

Ma me la ricordo ancora.

Alla quarta, i cuccioli correvano male per la stanza, cadevano sulle zampe, litigavano con i calzini e trasformavano casa nostra in un piccolo manicomio.

Luce prendeva peso.

Gli occhi erano più vivi.

Le costole cominciavano a sparire.

Una sera Chicco attraversò la stanza, inciampò nel mio stivale e si addormentò sopra il piede.

Lucia mi porse una tazza.

«Non possiamo tenerli tutti.»

«Lo so.»

«Ma non possono finire in case qualunque.»

«Lo so.»

Silenzio.

«Potremmo tenerne uno.»

Guardai Chicco.

«Uno soltanto?»

Lucia rise.

«Cominciamo da lì.»

Non sapevamo ancora che il resto lo avrebbe fatto il quartiere.

Quando arrivò il momento delle adozioni, non cercammo semplicemente proprietari.

Costruimmo una famiglia allargata.

Chicco rimase con noi.

O forse, come sosteneva Lucia, eravamo noi a essere rimasti con lui.

Nina andò a vivere con Paolo e sua moglie Federica.

Paolo continuava a ripetere di avere scelto la più tranquilla.

Nina, nei primi tre giorni, distrusse una pantofola, una pianta e il cuscino del divano.

Federica gli disse:

«Complimenti per l’intuito professionale.»

Bianca venne adottata da Carla, una collega di cinquantacinque anni prossima alla pensione.

Viveva sola da quando sua figlia si era trasferita al nord per lavoro.

Bianca, silenziosa e riflessiva, diventò immediatamente la sua ombra.

Tito finì con Gianni.

Lo stesso uomo che non voleva cani.

Un pomeriggio Tito gli afferrò il laccio della scarpa, lo trascinò per mezzo corridoio e poi si addormentò sul suo piede.

Gianni disse:

«Non significa niente.»

Ventiquattr’ore dopo aveva comprato cuccia, guinzaglio, ciotole e tre giochi.

Restava Luce.

Tutti pensavano che sarebbe rimasta con noi.

Invece scelse Anna.

L’ispettrice veniva a trovarla senza fare rumore.

Non tentava mai di accarezzarla per prima.

Si sedeva.

Aspettava.

Parlava con quella voce bassa.

Un pomeriggio Luce andò da lei e le appoggiò il muso sul ginocchio.

Anna ci guardò.

«Non fate una storia per questa cosa.»

Non dicemmo niente.

Ma Lucia ed io ci sorridemmo appena Anna voltò la testa.

Il giorno in cui Luce lasciò casa nostra, controllò i cuccioli.

Nina.

Tito.

Bianca.

Chicco.

Uno per uno.

Poi seguì Anna verso l’auto.

Prima di salire si voltò.

Lucia le sussurrò:

«Hai fatto il tuo lavoro, mamma.»

Luce mosse la coda.

Quella sera la camera sembrava enorme.

Chicco dormiva vicino al nostro letto.

Lucia sistemava asciugamani che non avevano bisogno di essere sistemati.

Io lavavo ciotole già pulite.

Poi arrivarono le fotografie.

Nina addormentata sul divano di Paolo.

Bianca accanto a Carla.

Tito con la testa dentro una borsa della spesa di Gianni.

Luce su una cuccia pulita vicino alla poltrona di Anna.

Lucia guardò lo schermo.

«Tutti e cinque.»

«Tutti e cinque.»

La prima riunione avvenne un mese dopo nel cortile della nostra caserma.

Anna aveva scritto nell’avviso:

Incontro organizzato e controllato.

Non esiste nulla di controllato quando quattro cuccioli vedono la propria madre contemporaneamente.

Nina trascinò Paolo.

Tito arrivò con metà di un pupazzo in bocca.

Bianca camminava composta accanto a Carla.

Chicco era convinto che il mondo fosse stato creato apposta per festeggiare il suo arrivo.

Luce entrò con Anna.

I quattro si bloccarono.

Poi partirono tutti insieme.

Luce li annusò.

Uno.

Due.

Tre.

Quattro.

Li contò.

Solo allora agitò la coda.

Persino i colleghi più duri rimasero in silenzio.

Per circa sette secondi.

Poi Tito fece pipì vicino alla porta.

La poesia finì.

Da quel giorno, le riunioni diventarono una tradizione.

Non ufficiale.

Niente cerimonie.

Solo famiglie, colleghi, vicini e qualche tavolo pieno di roba da mangiare.

Mia madre portava lasagne.

Cesare insisteva con le polpette.

Federica preparava insalate.

Gianni arrivava sempre con qualcosa comprato al supermercato sostenendo che fosse «ricetta di famiglia».

Anna brontolava.

Poi era sempre l’ultima ad andare via.

Il caso di Roberto seguì il suo corso.

Arrivarono sanzioni e conseguenze giudiziarie.

Per noi, però, la questione importante non era vendicarsi di qualcuno.

Era che venisse riconosciuto un principio semplice.

Quelle vite contavano.

Nessuna sentenza poteva restituire a Luce i giorni passati nel bagagliaio.

Nessuna multa poteva cancellare la fame di Chicco.

Ma stabilire che ciò che era accaduto non fosse accettabile aveva comunque un valore.

Intanto loro facevano il lavoro più importante.

Vivevano.

Luce diventò una cagnolina tranquilla.

Dormiva spesso vicino alle scarpe di Anna.

Non amava gli spazi troppo chiusi.

Nessuno la costrinse mai più a entrarci.

Nina diventò un uragano.

Bianca rimase delicata.

Tito continuò a rubare calzini.

Chicco crebbe meno degli altri, ma diventò forte.

E il quartiere continuava a seguirli.

Ogni mese qualcuno portava sacchi di cibo al piccolo centro comunale per animali.

Qualcuno lasciava coperte.

Qualcun altro pagava una visita veterinaria per una persona anziana che non poteva permettersela.

Cesare iniziò a raccogliere offerte al bar.

Un euro.

Due euro.

Cinque.

«Non serve essere ricchi,» diceva. «Basta essere tanti.»

Da quella frase nacque una piccola cassa di solidarietà.

La chiamammo Fondo Luce.

Anna protestò.

«Non fate queste cose sentimentali.»

Luce, invece, approvava qualunque iniziativa prevedesse biscotti.

Il fondo serviva per emergenze semplici.

Medicine.

Visite.

Cibo.

Trasporti.

Niente di enorme.

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto