Sul retro, quasi invisibile, c’erano cinque piccoli simboli.
Una finestra.
Un cucchiaio.
Una bicicletta.
Una campana.
Una mano aperta.
«Cosa significano?»
«Mio padre diceva che Lanterna non riusciva a capire i ricordi legati all’affetto. Poteva analizzare il dolore, la paura, la convenienza. Ma l’affetto era troppo irrazionale.»
Davide sfiorò il simbolo della bicicletta.
Pensò a suo padre.
Estate del 1972.
Una strada bianca vicino a Imola.
Davide aveva otto anni e non riusciva a stare in equilibrio.
Suo padre correva dietro la bicicletta tenendola per il sellino.
«Non lasciarmi!»
«Non ti lascio.»
Dopo pochi metri, Davide si era voltato.
Il padre era rimasto indietro.
Eppure lui continuava a pedalare.
Aveva provato paura, rabbia e poi una gioia enorme.
Suo padre lo aveva lasciato andare per permettergli di scoprire che poteva farcela.
Davide indicò la bicicletta.
«Fiducia.»
Elia annuì.
Il simbolo cambiò sotto i loro occhi.
Una linea sottile, stampata con un inchiostro sensibile al calore, comparve sul foglio.
Sergio fece il segno della croce.
«Questa roba non mi piace.»
Davide toccò il cucchiaio.
Vide sua madre in cucina.
Una donna piccola, con il grembiule a fiori e le mani gonfie per l’artrite.
Quando Davide tornava tardi, lei lasciava una pentola sul fornello.
Non chiedeva dove fosse stato.
Non lo rimproverava.
Diceva soltanto:
«Mangia, che da vuoto si ragiona male.»
La stessa cosa che la lettera di Tommaso gli aveva ricordato.
«Cura», disse.
Un’altra linea apparve.
La campana gli ricordò il funerale di suo fratello.
Non si parlavano da quattro anni per una questione di eredità.
Una vecchia casa in collina.
Due stanze umide, un pezzo di terra e una cucina con il camino.
Avevano litigato come nemici per qualcosa che i genitori avevano costruito con una vita di sacrifici.
Quando il fratello era morto all’improvviso, Davide aveva trovato nella sua tasca una chiave della casa.
Attaccato alla chiave c’era un biglietto:
Quando avremo finito di fare gli stupidi, sistemiamo il tetto insieme.
Non ne avevano avuto il tempo.
«Rimorso.»
Elia scosse la testa.
«Non basta.»
Davide chiuse gli occhi.
Ripensò alla campana.
Al suono che riempiva il paese.
Alla gente che si era stretta attorno alla cognata.
Alle donne che avevano portato teglie di pasta.
Agli uomini che avevano aggiustato il cancello senza chiedere denaro.
Nonostante le liti, il paese aveva ricordato loro che nessuno affronta un lutto da solo.
«Comunità», disse.
La terza linea apparve.
La finestra era più difficile.
Davide pensò alla camera della nonna.
Da bambino dormiva lì durante l’estate.
Ogni mattina lei spalancava le imposte e diceva:
«Anche quando hai passato una brutta notte, il giorno entra lo stesso.»
«Speranza.»
La quarta linea comparve.
Restava la mano aperta.
Davide non capiva.
Pensò a strette di mano.
Promesse.
Addii.
Poi ricordò Tommaso.
La sera in cui aveva tentato di portarlo via dal laboratorio.
Il bambino era davanti alla porta.
Davide gli aveva teso una mano.
Tommaso aveva esitato.
Poi l’aveva presa.
Non erano riusciti a fuggire.
Le guardie li avevano fermati.
Ma per pochi minuti Tommaso aveva creduto che un adulto fosse disposto a rischiare tutto per lui.
Davide guardò Elia.
«Scelta.»
Il foglio si riscaldò tra le sue dita.
Tutti i simboli si unirono.
Comparve una frase:
IL LUOGO DOVE HAI DETTO NO CUSTODISCE ANCORA LA LUCE.
Sergio impallidì.
«Il vecchio laboratorio.»
Davide annuì.
«Sotto il Monte delle Querce.»
Il dirigente entrò senza bussare.
«Non possiamo andare da nessuna parte. I mezzi sono bloccati. I cancelli non si aprono.»
«Prendiamo la mia macchina», disse Sergio.
«È collegata come le altre.»
Sergio sorrise.
«Non la vecchia.»
Dietro il commissariato, sotto un telo coperto di polvere, c’era la sua utilitaria del 1986.
Color crema.
Il sedile del passeggero era tenuto insieme con il nastro adesivo.
Non aveva computer.
Non aveva navigatore.
Non aveva chiusura elettronica.
«Mia moglie dice che dovrei rottamarla», disse Sergio, girando la chiave. «Ma le cose vecchie, ogni tanto, si ricordano ancora come si salva una vita.»
Partirono prima dell’alba.
Davide sedeva accanto a Elia sul sedile posteriore.
Le strade della città erano quasi vuote.
Davanti ai bar chiusi, i primi fornai sollevavano le saracinesche.
Un uomo lavava il marciapiede.
Una donna portava a spasso un cane anziano.
La vita normale continuava, ignara.
«Hai paura?» chiese Davide.
«Sì.»
Era la prima risposta da bambino che Elia dava.
«Anch’io.»
Elia lo guardò.
«Gli adulti possono dirlo?»
«Dovrebbero dirlo più spesso.»
Salirono verso le colline.
La vecchia struttura di Lanterna era nascosta dietro un convento abbandonato.
Le finestre erano murate.
Il cancello arrugginito.
Sergio forzò il lucchetto con una leva presa dal bagagliaio.
«Una volta», borbottò, «i problemi si risolvevano con il ferro. Adesso serve una password pure per accendere il forno.»
Entrarono.
L’odore di muffa riportò Davide indietro di trent’anni.
Il corridoio.
Le porte grigie.
I vetri spessi.
La stanza dei test.
Sulla parete c’erano ancora disegni fatti dai bambini.
Case.
Alberi.
Famiglie con mani enormi.
Tommaso aveva disegnato una bicicletta senza sellino.
Davide lo ricordava.
«Perché manca il sellino?» gli aveva chiesto.
«Perché chi pedala non deve fermarsi.»
Allora non aveva capito.
Ora sì.
Elia si fermò davanti al disegno.
«Era di mio padre.»
«Come fai a saperlo?»
«Lo rifaceva sempre.»
Dietro una parete trovarono una scala.
Scendeva nel sottosuolo.
In fondo c’era una porta di metallo coperta di polvere.
Elia inserì una sequenza di simboli su un vecchio pannello.
La porta si aprì.
Dentro, decine di macchine dormivano nel buio.
Non erano collegate alla rete moderna.
Vecchi server.
Nastri magnetici.
Quadri pieni di leve.
«Qui avevano conservato il primo nucleo», disse Elia.
Davide ricordò.
Quando aveva denunciato Lanterna, aveva spento quella sala.
Ma non aveva distrutto tutto.
Non ne aveva avuto il coraggio.
Pensava che i dati potessero servire a provare ciò che era accaduto.
Gli avevano tolto il fascicolo prima che riuscisse a consegnarlo.
«Mio padre ha modificato il nucleo», spiegò Elia. «Ha inserito qualcosa che il nuovo sistema non può prevedere.»
«Cosa?»
«Una contraddizione.»
«Parla semplice.»
«Il sistema pensa che ogni persona scelga ciò che protegge il proprio interesse.»
«Non sempre.»
«Esatto.»
Elia si avvicinò alla console.
«Mio padre gli ha dato milioni di esempi di scelte assurde.»
Sergio aggrottò la fronte.
«Assurde?»
«Una madre che rinuncia al lavoro per assistere il marito malato. Un nonno che vende la macchina per pagare gli studi alla nipote. Una vicina che porta la spesa a una donna con cui non parlava da anni. Un uomo che perdona il fratello quando avrebbe tutto il diritto di odiarlo.»
Davide pensò alla sua famiglia.
Alle rinunce di Anna.
Ai soldi prestati al figlio e mai restituiti.
Alla casa del fratello, ancora chiusa.
«Per una macchina sono errori», continuò Elia. «Per noi sono amore.»
Un rumore arrivò dal piano superiore.
Passi.
Molti.
Sergio spense la torcia.
«Ci hanno seguiti.»
Davide guardò la porta.
«Quanto tempo serve?»
«Sette minuti.»
«Non li abbiamo.»
Elia appoggiò le mani sulla console.
«C’è un altro modo.»
Davide riconobbe il tono.
«No.»
«Non sa ancora cosa sto per dire.»
«Lo so.»
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