L’animale lo fissò.
Mauro posò due dita contro la grata.
“Non sparisco.”
Il cane entrò.
Quando il portellone del furgone si chiuse, i bambini rimasero in silenzio.
“Guarirà?” domandò Tommaso.
Mauro si infilò il casco sotto il braccio.
“Non lo so.”
“Ma lei andrà a trovarlo?”
La maestra Anna guardò Mauro.
Anche gli adulti aspettarono la risposta.
Lui osservò il furgone allontanarsi lungo il viale dei tigli.
“Sì.”
Quella promessa cambiò tutto.
Il centro veterinario si trovava alla periferia del capoluogo, in un edificio basso circondato da una rete metallica.
Mauro arrivò mezz’ora dopo il furgone.
All’ingresso gli dissero che non poteva vedere il cane.
“Non è suo.”
“Lo so.”
“È appena stato registrato. Deve essere visitato.”
“Aspetto.”
La donna alla reception lo studiò da sopra gli occhiali.
“Potrebbero volerci ore.”
Mauro si sedette su una sedia di plastica.
“Ne ho.”
Aspettò fino a mezzogiorno.
Poi fino alle due.
Non mangiò.
Non telefonò all’officina.
Alle tre, una veterinaria dai capelli corti gli si avvicinò.
“Lei è il signor Bellini?”
Mauro si alzò.
“Come sta?”
“È molto debilitato. Disidratazione, malnutrizione, vecchie cicatrici. Non sembrano dovute tutte a incidenti.”
Mauro serrò la mascella.
“Qualcuno lo picchiava?”
“Non possiamo saperlo con certezza.”
“Ma lo pensa.”
La veterinaria non rispose direttamente.
“Reagisce male alle gabbie, alle divise e ai rumori metallici. Potrebbe essere stato addestrato in modo troppo duro.”
Mauro ricordò la targhetta che aveva intravisto sotto il pelo.
“Al collo aveva un pezzo di metallo.”
La donna annuì.
“Apparteneva a un vecchio progetto provinciale di addestramento. Il programma è stato chiuso alcuni anni fa. Alcuni cani erano destinati alla ricerca, altri alla sorveglianza.”
“E dopo la chiusura?”
“Dovevano essere affidati.”
“Dovevano.”
La veterinaria abbassò gli occhi.
“Non sempre le cose finiscono come sono scritte sui moduli.”
Mauro conosceva bene quella frase.
Aveva visto famiglie promettere di prendersi cura di un anziano e poi lasciarlo solo.
Aveva visto figli discutere davanti al letto del padre su chi dovesse pagare la badante.
Aveva visto persone fare bella figura in chiesa la domenica e voltarsi dall’altra parte il lunedì.
“Posso vederlo?”
“Solo da fuori.”
Il cane era nella parte più buia del box.
Aveva una flebo fissata alla zampa e il muso appoggiato sul cemento. Quando Mauro si avvicinò, un occhio si aprì.
L’animale non si alzò.
Ma lo riconobbe.
Mauro si sedette sul pavimento del corridoio.
“Ti avevo detto che non sparivo.”
Rimase lì senza parlare.
Dopo dieci minuti, il cane sollevò la testa.
Dopo venti, si trascinò di qualche centimetro verso la grata.
Dopo quasi un’ora, si sdraiò accanto alla porta del box.
La veterinaria osservava da lontano.
“Con gli operatori non si è mai avvicinato così.”
“Non mi conosce.”
“Forse riconosce qualcuno che non pretende niente.”
Mauro rimase fino alla chiusura.
La sera tornò nella sua vecchia casa sopra l’officina.
Era la casa in cui era cresciuto, con le piastrelle marroni degli anni Settanta e le tende cucite da sua madre. Sul tavolo della cucina c’era ancora la cerata a fiori che lei stendeva ogni domenica.
Mauro non l’aveva mai cambiata.
Da ragazzo si era lamentato mille volte di quella casa.
Diceva che era troppo piccola, troppo vecchia, troppo piena di voci.
Poi i genitori erano morti, la sorella si era trasferita al nord e la casa era diventata enorme.
Non per le stanze.
Per il silenzio.
Mauro aprì il frigorifero.
C’erano mezzo salame, una bottiglia d’acqua e una vaschetta di lasagne che sua sorella aveva lasciato l’ultima volta.
Richiuse.
Prese dall’armadio una vecchia coperta grigia.
Era quella che usava suo padre quando si sdraiava sul divano dopo il pranzo della domenica, con la radio accesa e il giornale sul petto.
Mauro la portò al centro veterinario la mattina successiva.
“Non possiamo riempire i box con oggetti personali,” disse l’addetta.
“Ha l’odore di casa.”
“Di quale casa?”
Mauro guardò il cane.
“Per ora, della mia.”
La veterinaria permise di infilare la coperta tra le sbarre.
Il cane la annusò a lungo.
Poi ci si accoccolò sopra.
La coda batté una volta sul pavimento.
Mauro sorrise.
Era un sorriso piccolo, quasi arrugginito.
Il terzo giorno, davanti alla scuola, accadde qualcosa che nessuno aveva organizzato.
Giulia arrivò con un sacchetto di crocchette comprato dalla nonna.
Tommaso portò una pallina rossa.
Una bambina di nome Elisa aveva disegnato un cane sotto un grande sole giallo.
Nel giro di un’ora, sul banco della portineria c’erano coperte, ciotole, vecchi asciugamani, guinzagli e piccoli risparmi raccolti nei salvadanai.
Il bidello Cesare mise tutto in uno scatolone.
La maestra Anna chiamò Mauro.
“Qui abbiamo un problema.”
“Che problema?”
“Mezza scuola vuole adottare il cane.”
Mauro arrivò durante la pausa pranzo.
I bambini lo aspettavano in cortile.
Non avevano più paura di lui.
Anzi, appena lo videro, gli corsero incontro.
“Come sta?”
“Ha mangiato?”
“Ci riconosce?”
“Possiamo andare a trovarlo?”
Mauro alzò le mani.
“Uno alla volta, altrimenti scappo io.”
Giulia gli porse il disegno.
Nell’immagine c’erano un cane, otto bambini e un uomo enorme con una barba quasi fino alle ginocchia.
“Sono io quello?”
“Le ho fatto la barba un po’ più bella.”
Mauro scoppiò a ridere.
Fu la prima volta che la maestra Anna lo sentì ridere.
Il suono fece voltare perfino due insegnanti affacciate alle finestre.
Il sabato successivo, il centro veterinario autorizzò una breve visita.
I bambini arrivarono accompagnati dai genitori e dalla maestra. Alcuni adulti non erano entusiasti di trovarsi nello stesso spazio con Mauro.
Lo dimostravano nei piccoli gesti.
Si tenevano a distanza.
Controllavano i figli.
Abbassavano la voce quando lui passava.
Mauro se ne accorse.
Era abituato.
La veterinaria spiegò ai bambini di sedersi in cerchio e di non fare movimenti improvvisi.
Il cane li osservava da dietro la grata.
Giulia appoggiò il disegno davanti al box.
“Non ci siamo dimenticati.”
L’animale si alzò lentamente.
Aveva recuperato un po’ di forza, ma le zampe tremavano ancora.
Fece un passo.
Poi un altro.
Si avvicinò alla grata e spinse il fianco contro il metallo, proprio dove erano seduti i bambini.
Otto piccole mani si posarono con delicatezza sul suo pelo.
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