Elena comparve sulla porta, appoggiata al deambulatore.
«Tesoro, mangiale tutte e due.»
«Non ho fame.»
«Sofia.»
«Davvero, mamma.»
Elena sapeva che stava mentendo.
Ma non aveva più la forza di fingere di non capire.
Si sedette lentamente.
«Quell’uomo ti ha davvero accompagnata a casa?»
«Ha detto che controllerà.»
«Non puoi continuare ad andare da sola negli uffici. Non è sicuro e non è compito tuo risolvere tutto.»
Sofia chiuse il frigorifero.
«E di chi è il compito?»
Elena non rispose.
Sua figlia prese lo zaino.
«Devo andare. La maestra Teresa ha detto che se arrivo ancora tardi dovrà fare una segnalazione.»
Non pronunciò il resto.
Entrambe sapevano cosa significava.
Domande.
Assistenti.
Controlli sulla capacità di Elena di occuparsi della figlia.
La paura di essere separate era la sola cosa più grande della paura di perdere la casa.
Alla scuola primaria, la maestra Teresa fermò Sofia prima dell’inizio delle lezioni.
Le porse un sacchetto di carta.
«Ho preparato un pranzo in più.»
Dentro c’erano un panino, una mela, un succo e un piccolo pezzo di torta.
«Non posso prenderlo.»
«Puoi e lo prenderai.»
La donna le sistemò una ciocca di capelli dietro l’orecchio.
«Sei bravissima, Sofia. Ma anche i bambini intelligenti hanno bisogno di mangiare.»
Durante matematica, sulla lavagna comparve un problema.
Una famiglia riceve ottocento euro al mese e deve pagarne novecentocinquanta di affitto. Quanto manca?
Sofia non alzò la mano.
Conosceva la risposta senza fare calcoli.
Centocinquanta euro.
La cifra che teneva sveglia sua madre.
La distanza tra la luce accesa e una confezione di medicine.
La somma capace di trasformare una bambina in un’adulta.
Nel pomeriggio andò al centro civico del quartiere, dove due volte alla settimana si teneva uno sportello legale gratuito.
Davide Serra, un giovane praticante con gli occhi gentili e la rabbia silenziosa di chi vede troppi soprusi, la fece sedere.
«Ho esaminato la domanda di tua madre.»
Stese i documenti sul tavolo.
«Le date sono state modificate. Non è un errore di stampa.»
«Chi può averlo fatto?»
«Non lo so. Ma non è la prima pratica che vedo così.»
Davide aprì una cartella piena di copie.
«Genitori soli. Persone malate. Ex militari. Tutti esclusi per presunte consegne in ritardo o documenti mancanti.»
«Quanto ci vuole per fare ricorso?»
«Sei mesi. Forse otto.»
Sofia abbassò gli occhi.
Loro non avevano otto mesi.
Quella sera, al quarantaduesimo piano della torre, Lorenzo era solo davanti a ottantasette fascicoli.
Ottantasette rifiuti in sei mesi.
Cominciò a leggerli.
Madre sola, documenti incompleti.
Ex militare, scadenza superata.
Padre disoccupato, firma mancante.
Donna malata, allegato non ricevuto.
L’anno precedente il programma aveva respinto il quindici per cento delle domande.
Adesso la percentuale superava il sessanta.
E quasi tutti gli esclusi appartenevano alle categorie più fragili.
Lorenzo aprì il regolamento che aveva firmato senza leggerne ogni conseguenza.
La direttrice operativa e presidente della commissione aveva piena autonomia sulla distribuzione dei fondi.
Nessun controllo esterno.
Nessuna seconda firma.
Il nome in fondo al documento era quello di Marta Bellini.
Dodici anni al suo fianco.
Precisa.
Leale.
Sempre presente.
Lorenzo chiamò il suo interno.
«Marta, vieni nel mio ufficio.»
Dieci minuti dopo, la donna entrò con il solito passo sicuro. Capelli raccolti, abito grigio, tablet tra le mani.
Al polso portava l’orologio che Lorenzo le aveva regalato.
«Stai lavorando fino a tardi.»
«Siediti.»
Lei capì dal tono che qualcosa non andava.
«Parlami del programma Seconda Possibilità.»
«Abbiamo distribuito più di un milione di euro quest’anno. Quarantatré famiglie sostenute. I risultati sono ottimi.»
«Perché Elena Ndiaye è stata respinta?»
Marta non esitò.
«Documentazione incompleta. Domanda arrivata sei giorni dopo la scadenza.»
«Sua figlia l’ha presentata tre volte.»
Un piccolo sorriso comparve sulle labbra di Marta.
«Lorenzo, capisco che una bambina possa averti emozionato. Ma le persone commettono errori e poi danno la colpa agli uffici.»
«Le persone?»
«I richiedenti.»
«Qualcuno ha cambiato la data.»
«È una supposizione.»
«Il fondo ha ancora più di due milioni. Perché avete detto che era esaurito?»
Marta appoggiò il tablet sulle ginocchia.
«Proteggo il programma dai tentativi di abuso.»
«Quanto guadagni all’anno?»
Per la prima volta, lei perse il ritmo.
«Cosa c’entra?»
«Rispondi.»
«Trecentomila euro, più premi e quote.»
«Il programma dispone di quasi tre milioni. Tu decidi da sola. Io ho firmato.»
«Esatto. Hai firmato tu.»
Il silenzio si allungò.
«È stato un errore», disse Lorenzo.
Marta si alzò.
«Mi offende che dodici anni di lavoro vengano messi in dubbio per una ragazzina che ha importunato i dipendenti e toccato una macchina di lusso.»
«È stata spinta a terra.»
«Non ne so nulla.»
«Ha nove anni.»
Marta raggiunse la porta.
«Pensa alla tua reputazione. Il consiglio non gradirà un’indagine basata sulla parola di qualcuno come lei.»
«Qualcuno come lei?»
Marta non rispose.
Uscì.
Lorenzo chiamò Tommaso Rinaldi, un vecchio compagno di università diventato revisore forense.
«Ho bisogno che tu controlli dei conti.»
«Quando?»
«Adesso. E nessuno deve saperlo.»
Due giorni dopo, Tommaso arrivò con un computer e tre cartelle.
«Non ti piacerà.»
«Dimmi tutto.»
Il revisore mostrò i trasferimenti.
Sulla carta, il programma aveva assegnato quasi un milione e quattrocentomila euro in diciotto mesi.
Ma gran parte delle famiglie non aveva ricevuto nulla.
Il denaro era stato inviato a una società di consulenza chiamata Pontechiaro Servizi, incaricata ufficialmente di verificare i beneficiari.
«Chi la possiede?»
Tommaso aprì una visura.
«Riccardo Bellini.»
Lorenzo sentì il sangue ritirarsi dal viso.
«Il fratello di Marta.»
«Le domande risultavano approvate nei rapporti pubblici. Poi i richiedenti ricevevano lettere di rifiuto. I soldi restavano alla società.»
«Quanto hanno preso?»
«Almeno un milione e trecentocinquantamila euro. Potrebbe essere molto di più.»
Lorenzo si alzò e guardò la città.
Quarantadue piani separavano il suo ufficio dalla strada percorsa ogni giorno da Sofia.
«Puoi licenziare Marta senza scandalo», disse Tommaso. «Trattare in silenzio, restituire qualcosa e salvare il gruppo.»
«E le ottantasette famiglie?»
«Probabilmente non sapranno mai la verità.»
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