Una cameriera la nascose prima delle nozze: dietro quel paravento Elena sentì il piano del suo fidanzato

Quell’appartamento era stato comprato con gli straordinari, le ferie non fatte e i risparmi che la madre di Elena aveva custodito in una scatola di latta.

Suo padre aveva dipinto le pareti da solo.

Sua madre aveva cucito le tende.

In cucina c’era ancora il vecchio tavolo attorno al quale avevano mangiato insieme fino all’ultima domenica prima della malattia.

Per Lidia era solo un trilocale.

Una garanzia bancaria.

Un prezzo accettabile per mantenere intatto il prestigio dei Moretti.

«Va bene», disse infine Andrea.

Elena sentì qualcosa spezzarsi dentro di sé.

Non fu il cuore.

Quello faceva ancora troppo male per spezzarsi.

Fu l’immagine che aveva costruito di lui.

«Farò quello che dici», continuò Andrea. «Ma deve essere l’ultima volta.»

«Certo, tesoro.»

Lidia gli accarezzò la mano.

«Dopo il matrimonio la porti dal notaio. Le dici che serve per entrare nell’impresa. Poi andate in banca. In tre giorni sarà tutto sistemato.»

«E il viaggio?»

«Partirete come previsto. Due settimane in una località di mare, lontano da tutto. Sorriderai, scatterai fotografie, farai il marito innamorato.»

Andrea chiuse gli occhi.

«Mi sento uno schifo.»

«Ti passerà.»

Lidia si alzò.

«La coscienza è un lusso per chi non ha debiti.»

Uscirono pochi minuti dopo.

Elena rimase dietro il paravento.

Non piangeva.

Non riusciva nemmeno a muovere le mani.

La cameriera comparve in silenzio e si sedette accanto a lei.

«Ha sentito tutto?»

Elena annuì.

La donna si tolse il grembiule e lo strinse fra le dita.

«Mi chiamo Marta.»

Elena sollevò lentamente la testa.

«La moglie di Stefano.»

«L’ex moglie.»

Marta aveva trentasei anni, ma le occhiaie profonde e il volto stanco la facevano sembrare più vecchia.

«Sono io la donna di cui parlavano.»

Elena la fissò.

«Lei lavora qui?»

«Da sette mesi. Ho cercato questo posto apposta perché sapevo che Lidia veniva spesso a incontrare fornitori, consulenti e persone che non voleva ricevere a casa.»

«Perché non l’ha denunciata?»

Marta sorrise amaramente.

«L’ho fatto. Ma avevo firmato tutto.»

La portò al piano superiore, in una piccola stanza riservata al personale.

C’erano un divano sfondato, una macchina del caffè e una finestra che dava sul parcheggio.

Marta versò dell’acqua in un bicchiere di plastica.

«Beva.»

Elena prese il bicchiere, ma i denti le battevano contro il bordo.

«Mi racconti tutto.»

Marta rimase a lungo in silenzio.

Poi cominciò.

Aveva ventotto anni quando aveva conosciuto Stefano Moretti.

Lavorava come contabile, viveva in affitto e possedeva un piccolo appartamento ereditato dai nonni.

Stefano era elegante, premuroso e sempre pronto a parlare del valore della famiglia.

Dopo cinque mesi le aveva chiesto di sposarlo.

«Credevo fosse un miracolo», disse Marta. «Ero sola. I miei genitori erano morti. La famiglia Moretti mi accolse come se fossi una figlia.»

Lidia le insegnava le ricette.

La portava al mercato.

La presentava alle amiche dicendo: «Finalmente una nuora perbene.»

Dopo il matrimonio arrivarono i documenti.

Una quota dell’impresa.

Una procura.

Alcune garanzie.

«Stefano mi disse che era tutto normale. Io firmai senza capire. Una settimana dopo partimmo per il viaggio di nozze.»

Quando tornarono, Marta scoprì di avere ottantamila euro di debiti.

Il suo appartamento era stato dato in garanzia.

La procura consentiva a Lidia di muovere il denaro.

«Andai da lei piangendo. Mi disse che la famiglia attraversava un momento difficile e che avrei dovuto essere orgogliosa di averla aiutata.»

Stefano promise che avrebbero restituito tutto.

Due mesi dopo chiese la separazione.

Nel frattempo, in paese, i Moretti raccontarono che Marta aveva problemi emotivi e che aveva tentato di appropriarsi dell’impresa.

«Persi la casa. Persi il lavoro perché non riuscivo più a concentrarmi. Persi anche gli amici. Nessuno voleva mettersi contro una famiglia rispettata come la loro.»

Marta si asciugò una lacrima.

«Quando una famiglia cura tanto le apparenze, la gente preferisce credere alla tovaglia pulita piuttosto che guardare la sporcizia sotto il tavolo.»

Elena finalmente scoppiò a piangere.

Pianse per Andrea.

Per la casa dei suoi genitori.

Per l’abito da sposa appeso nell’armadio.

Per tutti i pranzi della domenica trascorsi a sorridere a persone che la stavano studiando come si studia un animale prima di venderlo.

Marta si sedette accanto a lei e la abbracciò.

«Non è colpa sua.»

«Avrei dovuto capire.»

«No. Loro sanno come scegliere le persone. Cercano chi ha qualcosa da perdere e un bisogno disperato di sentirsi amato.»

Elena pensò alla sua età.

A tutte le volte che le amiche le avevano detto che ormai era difficile incontrare qualcuno.

A quanto si era sentita fortunata quando Andrea l’aveva scelta.

La parola scelta le fece male.

Non l’aveva scelta per amore.

L’aveva selezionata.

«Che cosa devo fare?»

Marta si asciugò il viso.

«Non può affrontarli subito. Neghebbero tutto e distruggerebbero le prove.»

«Dovrei tornare a casa e dormire accanto a lui?»

«Solo per qualche giorno.»

Elena guardò il pavimento.

«Non so se ne sono capace.»

«Io non ho potuto difendermi. Lei può farlo anche per me.»

Fu quella frase a cambiarla.

Elena sollevò gli occhi.

Dietro il dolore stava crescendo qualcosa di più duro.

«Conosce un avvocato?»

La mattina seguente, Elena era seduta nello studio dell’avvocato Paolo Ferri.

Un uomo di cinquantotto anni, capelli grigi e modi tranquilli.

Ascoltò tutto senza interromperla.

«La conversazione al ristorante non è stata registrata?» domandò.

«No.»

«Allora serve una prova diretta. Dobbiamo documentare il momento in cui le presentano contratti finanziari fingendo che siano semplici atti societari.»

«Mi daranno i documenti dopo il matrimonio.»

«Non arriveremo al matrimonio.»

Elena abbassò lo sguardo.

Pronunciare quella verità faceva ancora male.

Ferri continuò.

«Lei fingerà di non sapere nulla. Quando le consegneranno i fogli, registrerà la spiegazione. Non firmi niente. Faccia fotografie e mi mandi tutto.»

L’avvocato avviò anche una ricerca sui precedenti matrimoni di Stefano.

Due giorni dopo trovarono un’altra donna.

Si chiamava Silvia Conti.

Aveva quarantadue anni e lavorava in un negozio di abbigliamento.

Il suo matrimonio con Stefano era durato quattro mesi.

Anche lei aveva perso l’appartamento.

All’inizio non voleva parlare.

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