Una vedova di 68 anni salvò nove motociclisti nella tormenta: all’alba uno di loro le mostrò una fotografia custodita per quarant’anni
«Aiuto… stiamo morendo di freddo.»
La voce arrivò appena, spezzata dal vento, mentre la neve cancellava la strada davanti ai fari.
Agata Morelli inchiodò la sua vecchia utilitaria sul ghiaccio. L’auto sbandò, ruotò di traverso e si fermò a pochi centimetri dal guardrail.
Per alcuni secondi rimase immobile, con entrambe le mani strette sul volante.
Davanti a lei, lungo la strada provinciale che attraversava l’Appennino abruzzese, c’erano motociclette rovesciate e uomini distesi nella neve.
Nove uomini enormi.
Indossavano giubbotti di pelle scura, stivali pesanti e gilet con il simbolo di un teschio alato. Alcuni non si muovevano. Altri tremavano così forte da non riuscire nemmeno a sollevare la testa.
Agata aveva sessantotto anni, l’artrosi alle mani, una vecchia ernia alla schiena e abbastanza soldi sul conto per arrivare, forse, alla fine del mese.
Non aveva un telefono che prendesse bene in montagna.
Non aveva una macchina affidabile.
Non aveva nessuno che potesse venire ad aiutarla.
Eppure aprì la portiera.
Il vento la colpì in faccia come uno schiaffo.
«Madonna santa…»
Si avvicinò al primo uomo, quello appoggiato al guardrail. Aveva le labbra violacee e la barba coperta di ghiaccio.
«Mi sente?»
L’uomo aprì gli occhi a fatica.
«Signora… vada via.»
«Non dica sciocchezze.»
«È pericoloso.»
Agata guardò le motociclette sparse sulla carreggiata, poi gli altri corpi quasi sepolti dalla neve.
«Pericoloso è restare qui. Riuscite a camminare?»
L’uomo tentò di alzarsi, ma le gambe gli cedettero.
Agata lo afferrò per un braccio.
«Adesso ascoltatemi bene. Porto via prima quelli che riescono ancora a stare in piedi. Poi torno per gli altri.»
«Non può…»
«Ho passato trentacinque anni in una mensa scolastica con quattrocento bambini affamati. Non sarà un branco di uomini con la barba a farmi perdere la pazienza. Muovetevi.»
Quella mattina, Agata si era svegliata nella sua casa gelida alle cinque e quaranta.
Il termometro in cucina segnava dodici gradi.
Avrebbe potuto accendere la caldaia, certo. Ma poi avrebbe dovuto rinunciare alle medicine o comprare meno carne.
Da tre anni la sua vita era diventata una continua sottrazione.
Da quando suo marito Vittorio era morto davanti al banco degli attrezzi della ferramenta del paese, Agata faceva i conti anche nel sonno.
Pensione minima.
Tassa sulla casa.
Bollette.
Medicine per la pressione, il diabete e il colesterolo.
Spesa alimentare.
E poi c’era sempre qualcosa che si rompeva: una tegola, un tubo, la guarnizione di una finestra.
La casa era stata costruita dal padre di Vittorio negli anni Sessanta. D’estate era fresca. D’inverno sembrava una cantina.
Agata dormiva con due coperte, un piumone vecchio e la camicia di flanella del marito sulle spalle.
Quella camicia conservava ancora, almeno nella sua memoria, l’odore di tabacco dolce e sapone da barba.
Sul tavolo della cucina teneva un barattolo di vetro pieno di monete.
Non era per lei.
Quando si riempiva, comprava biscotti, succhi di frutta e merendine da portare alla scuola elementare del paese, dove faceva volontariato due pomeriggi alla settimana.
Agata sapeva riconoscere i bambini che avevano fame.
Li riconosceva da come fissavano i panini degli altri.
Da come chiedevano se potevano mettere in tasca il pacchetto di cracker avanzato.
Da come dicevano di non avere appetito per non confessare che, a casa, il frigorifero era vuoto.
Per trentacinque anni aveva lavorato nelle mense scolastiche.
Aveva servito migliaia di piatti di pasta, minestrone, frittata e polpette. Aveva ascoltato confessioni fatte tra una mela e un tovagliolo.
«Mamma ieri non ha cenato.»
«Papà è andato via.»
«Posso portare questa banana al mio fratellino?»
Agata non aveva mai fatto domande davanti agli altri.
Aggiungeva una porzione.
Infilava un panino nello zaino.
Diceva soltanto: «Questo è avanzato. Mi fai un favore se lo porti via.»
Vittorio la prendeva in giro.
«Noi non abbiamo niente e tu continui a regalare.»
Lei si offendeva.
«Non è vero che non abbiamo niente.»
E lui, sorridendo, le rispondeva sempre nello stesso modo.
«Hai ragione. Abbiamo abbastanza da condividere.»
Quel pomeriggio la scuola aveva chiuso in anticipo.
La televisione nella biblioteca annunciava una nevicata eccezionale. La più forte degli ultimi decenni, dicevano.
Le autorità consigliavano di non mettersi in viaggio.
Agata, però, aveva lasciato le medicine a casa.
Nel frigorifero c’era una pentola di brodo di tacchino preparata la sera prima. Se fosse mancata la corrente, avrebbe perso almeno quattro pasti.
E una stanza in una pensione le sarebbe costata quanto una settimana di spesa.
Così era salita sulla sua vecchia utilitaria color crema, immatricolata quando sua figlia portava ancora le trecce.
Il motore aveva tossito due volte.
Alla terza era partito.
«Brava, vecchietta,» aveva sussurrato Agata accarezzando il cruscotto. «Portami a casa.»
Aveva percorso la strada a meno di trenta chilometri orari.
I tergicristalli non riuscivano a tenere pulito il parabrezza. L’aria fredda entrava dalle portiere. Il riscaldamento mandava un filo d’aria appena tiepida.
Agata pregava a bassa voce.
«Vittorio, se sei da qualche parte, dammi una mano.»
Mancavano otto chilometri a casa quando i fari illuminarono la prima motocicletta.
Ora quattro uomini erano stipati dentro la sua macchina.
Uno sul sedile davanti, tre dietro, schiacciati l’uno contro l’altro.
«Restate svegli,» ordinò Agata. «Parlate. Datevi schiaffi, se serve.»
L’uomo seduto accanto a lei tremava senza controllo.
«Come ti chiami?»
«D-Daniele.»
«Bene, Daniele. Dove stavate andando?»
«Consegna… giocattoli.»
«Quali giocattoli?»
«Reparto pediatrico… raccolta di Natale.»
Agata lo guardò di sfuggita.
«Voi?»
Daniele tentò un sorriso.
«Sì… noi.»
Agata non sapeva bene che pensare di quegli uomini.
In paese si raccontavano storie terribili sui gruppi di motociclisti. Risse, problemi con la legge, gente da evitare.
Ma l’uomo seduto accanto a lei non sembrava un criminale.
Sembrava un figlio infreddolito.
Uno dei tre dietro sollevò appena la voce.
«Perché ci aiuta?»
Agata strinse il volante.
«Perché siete per terra e io sono in piedi. Domani potrebbe essere il contrario.»
Arrivò a casa alle diciannove e tredici.
Aprì la porta, accese tutte le stufe elettriche che possedeva e fece sdraiare gli uomini sul divano e sul tappeto.
«Togliete i vestiti bagnati. Prendete le coperte nell’armadio.»
Daniele cercò di fermarla quando la vide tornare verso la porta.
«Dove va?»
«A prendere gli altri.»
«Signora, fuori è peggiorato.»
«Appunto.»
«La sua macchina non reggerà.»
Agata indossò di nuovo il cappotto.
«Nemmeno i vostri amici reggeranno.»
Il secondo viaggio fu peggiore del primo.
Il vento spostava l’auto sulla strada. La neve copriva in pochi secondi le tracce lasciate dagli pneumatici.
Agata sentiva le dita perdere sensibilità.
Quando raggiunse il luogo dell’incidente, cinque uomini erano quasi scomparsi sotto uno strato bianco.
Due non tremavano più.
Agata sapeva che era un pessimo segno.
Corse verso di loro, scivolò su un ginocchio e sentì una fitta attraversarle la schiena.
«Sveglia! Ehi, guardami!»
Uno degli uomini coscienti si trascinò verso di lei.
Sul gilet aveva una piccola toppa con un simbolo medico.
«È tornata davvero,» mormorò.
Agata lo aiutò ad alzarsi.
«Che dovevo fare? Lasciarvi qui come sacchi d’immondizia?»
«La gente di solito tira dritto quando vede gente come noi.»
«Allora la gente sbaglia.»
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