Insieme riuscirono a sollevare i due uomini privi di sensi.
Il peso fece gemere le sospensioni dell’auto. C’erano corpi ovunque, gambe incrociate, spalle una sopra l’altra.
«Stringetevi,» disse Agata. «La dignità la recuperate domani.»
Durante il viaggio di ritorno, uno degli uomini continuava a fissarla dallo specchietto.
Aveva il viso largo, le guance segnate e una cicatrice sul sopracciglio sinistro.
«Come ti chiami?» chiese Agata.
«Tommaso.»
«Non addormentarti, Tommaso.»
«Lei… ha mai vissuto in Emilia?»
Agata corrugò la fronte.
«Tanti anni fa.»
«Ha lavorato in una scuola?»
«Ho lavorato in parecchie scuole.»
Tommaso chiuse gli occhi per un secondo.
«Lo sapevo.»
«Cosa sapevi?»
Ma lui non rispose.
A casa, Daniele aveva ripreso abbastanza forza da controllare il battito e la respirazione degli altri. Si muoveva con sicurezza, dando istruzioni precise.
Un altro preparava bottiglie d’acqua tiepida.
Un terzo controllava pupille e polsi.
Agata li osservò.
«Voi siete troppo organizzati per essere semplici motociclisti.»
Nessuno rispose.
«Quanti ne mancano?» domandò Daniele.
Agata guardò la stanza.
Otto.
«Uno.»
Il silenzio cadde all’improvviso.
«Il presidente,» disse Tommaso. «Rocco.»
Daniele afferrò Agata per un polso.
«Non può tornare là fuori.»
Lei si liberò.
«Hai appena detto che è il vostro presidente. Non vi lascerò spiegare alla sua famiglia che è morto perché io ero troppo stanca.»
«Vengo con lei.»
«Tu resti qui. Hai ancora le labbra blu.»
«Ma…»
Agata puntò un dito contro di lui.
«Ragazzo mio, non farmi alzare la voce.»
Aveva quasi sessantanove anni, ma in quel momento tutti la ubbidirono come bambini sorpresi a lanciare il pane in mensa.
Il terzo viaggio sembrò non finire mai.
Agata piangeva senza rendersene conto.
Non per la paura.
Per il dolore.
Le mani le bruciavano. La schiena sembrava spezzata. Il ginocchio su cui era caduta pulsava a ogni movimento.
Quando vide il guardrail, rallentò.
Rocco era ancora lì.
La neve gli arrivava quasi al petto.
Agata si inginocchiò accanto a lui.
«Non provare a morire. Non stasera.»
Gli scosse il viso.
L’uomo aprì appena gli occhi.
«Tu…»
«Io cosa?»
«Un angelo.»
Agata sbuffò, anche se aveva le lacrime sulle guance.
«Sono una nonna con una macchina scassata. Adesso alzati.»
Rocco era alto quasi due metri e pesava più di cento chili.
Agata provò a tirarlo.
Non si mosse.
Provò una seconda volta.
La schiena le cedette e lei cadde nella neve.
«Vittorio,» gridò verso il cielo bianco, «se davvero mi senti, questa è l’ora di darti da fare!»
Al terzo tentativo Rocco riuscì a spingere con una gamba.
Agata lo trascinò centimetro dopo centimetro.
Quando finalmente lo fece scivolare sul sedile, rimase appoggiata alla portiera senza fiato.
«Vedi?» sussurrò. «Mio marito brontola, ma alla fine aiuta sempre.»
Rientrarono alle venti e ventidue.
Gli altri uomini corsero incontro al loro capo.
Agata, invece, crollò sulla poltrona di Vittorio.
Per alcuni minuti non sentì più nulla.
Poi si ricordò del brodo.
Nove uomini.
Una pentola preparata per una persona.
Fece i conti.
Non bastava.
«Pazienza,» disse tra sé.
Aggiunse acqua, pane raffermo, patate e una scatola di fagioli. Divise tutto nelle ciotole che trovò, usando anche due tazze da colazione.
Quando portò il primo piatto a Rocco, lui la guardò incredulo.
«Sta dando via tutta la sua cena.»
«È solo minestra.»
«Perché fa tutto questo?»
Agata gli sistemò una coperta sulle spalle.
«Perché avevate bisogno.»
«Non sa chi siamo.»
«Siete persone.»
«La gente vede il simbolo sulla schiena e cambia marciapiede.»
«Io guardo la faccia. La schiena non mi interessa.»
Verso le undici riuscirono a contattare i soccorsi dal vecchio telefono fisso.
I mezzi di emergenza, però, erano bloccati in diversi punti della valle.
Sarebbero arrivati solo durante la notte.
Agata distribuì ogni coperta che possedeva.
Aprì persino il baule dove conservava la trapunta matrimoniale ricamata da sua madre.
«Quella non la usava mai,» notò Tommaso.
«Era per le occasioni importanti.»
«E questa lo è?»
Agata lo guardò.
«Nove uomini vivi mi sembrano abbastanza importanti.»
Tommaso abbassò il viso.
Continuava a fissare le fotografie sopra il camino.
In una, Agata e Vittorio erano giovani, abbracciati davanti a una scuola. Sul retro, visibile nella cornice di vetro, c’era scritto: “Primavera 1984”.
Tommaso si avvicinò.
Le mani gli tremavano, ma non più per il freddo.
«Signora Agata.»
«Dimmi.»
«Come si chiamava la scuola?»
«La scuola primaria del quartiere San Lazzaro. Vicino Modena.»
Tommaso portò una mano alla bocca.
Daniele gli si avvicinò.
I due parlarono sottovoce.
Poi guardarono entrambi Agata.
Lei li ignorò.
Era troppo stanca per occuparsi dei misteri altrui.
I soccorritori arrivarono dopo le due.
Visitarono tutti.
Ipotermia, contusioni, qualche sospetta frattura lieve. Nessun congelamento grave.
«Signora,» disse uno dei soccorritori, «se lei non si fosse fermata, nessuno di loro avrebbe superato la notte.»
Agata scosse la testa.
«Ho soltanto fatto tre viaggi.»
«Tre viaggi in quella tormenta sono un miracolo.»
«Il miracolo è che il motore non si sia spento.»
La strada rimaneva impraticabile, così gli uomini passarono la notte in casa.
Dormirono sul pavimento, sul divano, sotto il tavolo.
Agata rimase sulla poltrona con la camicia di Vittorio addosso.
Chiuse gli occhi per poco più di un’ora.
Quando si svegliò, sentì odore di caffè.
La neve aveva smesso di cadere.
La cucina era stata pulita.
Nove motociclisti stavano preparando la colazione usando le sue ultime uova, il pane vecchio e un pezzo di formaggio.
«Vi siete mangiati tutto,» disse Agata dalla porta.
Gli uomini si immobilizzarono.
Poi lei sorrise appena.
«Almeno avete apparecchiato.»
Rocco le porse una sedia.
«Si sieda, signora Morelli. Dobbiamo parlarle.»
Agata guardò i loro volti.
Ripuliti dal ghiaccio, sembravano diversi. Stanchi, sì, ma gentili.
Tommaso aveva gli occhi gonfi.
«Non mi piace quando gli uomini grandi piangono prima di colazione,» disse lei. «Mi mettono agitazione.»
Rocco si sedette di fronte.
«Ieri le abbiamo detto che stavamo portando giocattoli ai bambini. Era vero, ma non era tutta la verità.»
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