Per trent’anni Andrea aveva detto: “Appena finisco”.
Appena finisco questo progetto.
Appena chiudo questo contratto.
Appena passa questo periodo.
Il periodo non era mai passato.
Guardò sua madre.
«Resto.»
Teresa non sorrise.
Sembrò quasi non fidarsi.
Andrea uscì nel corridoio e disse all’assistente di cancellare tutto.
«Anche l’incontro di domani?»
«Tutto.»
«Gli altri dirigenti stanno arrivando.»
«Torneranno indietro.»
«E la firma dell’accordo?»
Andrea guardò verso l’ufficio dell’amministratore.
«Non ci sarà nessun accordo finché non avrò capito come vengono trattate le persone quando nessuno sa chi sono.»
L’indagine interna cominciò nel pomeriggio.
Il filmato mostrava ogni cosa.
Le parole.
La borsa rovesciata.
Il polso stretto.
Lo schiaffo.
Ma il filmato mostrava anche ciò che era avvenuto prima.
Due ore senza che nessuno controllasse Teresa.
Una richiesta di aiuto ignorata.
Un campanello suonato più volte.
Colleghi che avevano visto il nervosismo di Silvia e avevano preferito non intervenire.
Il problema non era soltanto una mano alzata.
Era una catena di persone abituate a voltarsi dall’altra parte.
Silvia venne sospesa.
La notizia si diffuse rapidamente tra i corridoi, poi arrivò fuori dall’ospedale. Qualcuno raccontò che la madre di un uomo importante era stata maltrattata. Altri aggiunsero particolari inventati.
Nel giro di una giornata, la storia aveva già dieci versioni.
A Rocca Selva, invece, ne circolava una sola.
Gina entrò nel bar della piazza e annunciò:
«Andrea è tornato.»
Non disse che Teresa era in ospedale.
Non disse dello schiaffo.
Disse soltanto che il figlio era tornato.
Per il paese bastava.
C’era chi commentava che era ora.
Chi sosteneva di aver sempre saputo che Andrea aveva un buon cuore.
Chi ricordava che da ragazzo non salutava mai.
Chi insinuava che fosse tornato per vendere la casa.
Nei piccoli paesi persino il dolore deve attraversare il tribunale delle chiacchiere.
La domenica successiva Teresa era ancora ricoverata.
Andrea aveva dormito quattro notti sulla poltrona accanto al letto. Si era lavato nel bagno della stanza e aveva indossato per due giorni la stessa camicia.
La madre lo osservava mentre rispondeva alle telefonate a bassa voce.
«Parli come tuo padre», disse a un certo punto.
Andrea coprì il telefono con la mano.
«Papà non aveva il telefono.»
«Appunto. Ma dava ordini lo stesso.»
Andrea rise.
Non ricordava l’ultima volta in cui aveva riso con lei.
A mezzogiorno arrivò Gina con una teglia coperta da un canovaccio.
Dietro di lei c’erano il marito, la farmacista del paese, il panettiere e l’uomo che gestiva la piccola officina vicino alla stazione.
«Non potevamo lasciarla mangiare quella roba da ospedale», disse Gina.
«Non potete entrare tutti», protestò un’infermiera.
Il cardiologo, passando, vide Teresa sorridere e fece finta di non accorgersi di nulla.
La teglia conteneva lasagne.
Con poca besciamella.
Gina aveva portato anche un piatto, una forchetta di metallo e un tovagliolo ricamato.
«Quello è del servizio buono», disse Teresa.
«E quando lo devi usare, al tuo funerale?»
Per qualche minuto la stanza d’ospedale divenne una cucina di paese.
Si parlò dell’orto.
Del campanile che perdeva pezzi d’intonaco.
Della figlia del macellaio che si era separata.
Del prezzo dell’olio.
Delle ginocchia di Gina.
Delle medicine del marito.
Andrea ascoltava.
Quella gente conosceva la vita quotidiana di sua madre meglio di lui.
Sapeva chi le portava la legna.
Chi le cambiava la bombola.
Chi la accompagnava al cimitero quando pioveva.
Chi controllava che le persiane si aprissero ogni mattina.
Andrea aveva pagato bollette, riparazioni e visite mediche.
Aveva confuso il denaro con la presenza.
«Domenica prossima», disse improvvisamente, «pranziamo tutti a casa di mamma.»
La stanza si fece silenziosa.
Teresa lo guardò.
«Tutti chi?»
«La famiglia.»
«Tua moglie viene?»
Andrea esitò.
Era separato da quasi un anno, ma non glielo aveva mai detto.
Aveva continuato a presentarsi alle feste comandate con la moglie, salvando le apparenze per poche ore. Sorridevano nelle fotografie, si sedevano vicini e poi tornavano in città su automobili diverse.
La bella figura.
La stessa gabbia che Andrea aveva disprezzato da giovane e costruito da adulto.
«No», disse. «Elena non verrà.»
Teresa lo osservò con attenzione.
«Perché?»
«Perché non viviamo più insieme.»
Gina smise di tagliare le lasagne.
Il panettiere guardò il soffitto.
Andrea sentì addosso il peso del paese intero, anche se il paese era a cinquanta chilometri di distanza.
«Da quanto?»
«Undici mesi.»
«E non me l’hai detto.»
«Non volevo farti preoccupare.»
Teresa annuì lentamente.
«È la frase che uso io quando non ti dico che sto male.»
Andrea abbassò gli occhi.
«Hai ragione.»
«E tua figlia?»
«Chiara sta con sua madre. Ci vediamo poco.»
«Quanto poco?»
«Poco.»
Teresa prese il tovagliolo e si pulì la bocca.
«Allora domenica prossima non voglio tutti.»
«Cosa vuoi?»
«Voglio te e Chiara. Il resto del paese può aspettare.»
Chiara arrivò il giorno delle dimissioni.
Aveva ventidue anni, i capelli raccolti in una coda e lo stesso sorriso storto della fotografia del padre. Entrò nella stanza con un mazzo di fiori e un’aria colpevole.
«Ciao, nonna.»
Teresa la guardò.
«Sei cresciuta.»
«Mi hai vista a Natale.»
«A Natale hai tenuto il cappotto per tutto il tempo e sei rimasta quaranta minuti.»
Chiara arrossì.
Andrea intervenne.
«Mamma.»
«Che c’è? A ottantadue anni non ho più tempo per le frasi educate.»
Chiara posò i fiori.
«Hai ragione, nonna.»
Teresa le prese la mano.
«Lo so.»
Poi la attirò a sé e la baciò sulla fronte.
Non servivano processi.
Serviva che qualcuno tornasse.
La domenica successiva, nella casa di Rocca Selva, il tavolo della sala venne allungato con l’asse di legno che Vittorio usava nelle grandi occasioni.
Teresa volle apparecchiare con i piatti bordati d’oro.
«Quelli del matrimonio?» chiese Andrea.
«Sono rimasti chiusi cinquantasei anni. O li uso adesso o li lascio a voi perché litighiate su chi deve prenderli.»
Chiara rise.
Andrea no.
Conosceva già discussioni sull’eredità. Negli ultimi anni Teresa aveva ricevuto diverse proposte per vendere la casa e il terreno. Andrea le aveva consigliato di accettare.
«È troppo grande per te.»
Teresa aveva sempre risposto:
«Una casa è grande soltanto quando è vuota.»
Quel giorno non era vuota.
Gina portò il pollo arrosto.
Chiara preparò un’insalata.
Andrea cercò di accendere il camino e riempì la stanza di fumo.
«Sei diventato grande per niente», disse Teresa tossendo e ridendo.
A tavola mancava una persona.
Vittorio.
La sua sedia era rimasta contro il muro, come se dovesse tornare da un momento all’altro. Teresa non permetteva a nessuno di usarla.
Durante il pranzo raccontarono vecchi episodi.
La volta in cui Andrea, a dieci anni, aveva rubato le ciliegie del parroco.
Il giorno in cui Chiara, ancora bambina, aveva rovesciato il sugo sul vestito della nonna.
La prima automobile di Vittorio, che partiva soltanto in discesa.
Poi, tra il secondo e la crostata, Teresa si alzò.
Andò nella camera da letto e tornò con una scatola di latta.
La appoggiò sul tavolo.
«Questa doveva essere tua», disse ad Andrea.
Dentro c’erano lettere, fotografie e ricevute ingiallite.
Andrea prese la prima busta.
Riconobbe la propria calligrafia.
«Sono le lettere che ti mandavo da Milano.»
«Tutte.»
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