Sembravano persone normali svuotate da dentro e rimesse in piedi per forza.
La folla, vedendoli, impazzì del tutto.
Un ragazzo cercò di scavalcare una panchina e ci rimase incastrato.
Due amiche si spinsero a vicenda nel tentativo di passare per la stessa uscita laterale.
Un anziano si aggrappò alla saracinesca abbassata di un negozio come se potesse salvarlo.
E ogni volta che una di quelle figure passava troppo vicina a qualcuno, succedeva la stessa cosa.
Nessun colpo.
Nessuna aggressione.
Nessun urto.
Solo un attimo.
E poi giù.
Una commessa con il cartellino ancora al collo portò una mano alla bocca e crollò.
Un ragazzo con le cuffie si irrigidì tutto insieme e cadde in avanti.
Una signora elegante fece in tempo a dire “Madonna santa…” prima di spegnersi in piedi e accasciarsi sul pavimento lucido.
Marco sentì il piccolo stringergli la maglia con tutte le forze.
Si guardò intorno cercando un’uscita.
Le scale mobili erano ferme.
L’ascensore bloccato.
Le porte antincendio in fondo al corridoio sembravano chiuse.
La folla aveva creato un tappo terribile verso l’ingresso principale.
L’aria stessa era cambiata.
Non puzzava di fumo.
Non c’era odore di gas.
Eppure tutto sembrava sbagliato.
Come quando entri in una casa dove è appena successo qualcosa di brutto e lo senti prima ancora di saperlo.
“Ehi! Tu! Vieni qui!”
La voce arrivò da sinistra.
Marco si voltò.
Dietro il banco di un punto informazioni semichiuso c’era una donna sui cinquant’anni, capelli corti scuri, volto tirato, giacca blu della sicurezza slacciata male.
Gli faceva cenno con forza.
“Muoviti!”
Marco trascinò la madre svenuta come poté, tenendo il bambino stretto con un braccio solo.
La donna della sicurezza gli aprì un varco dietro il bancone.
“Mettila qui, piano,” disse. “Respira?”
“Sì.”
“Il piccolo?”
“Sta bene. O almeno credo.”
“Credi non basta, ma per adesso ce lo facciamo bastare.”
Aveva una voce secca, ma non cattiva.
Una di quelle voci che, in mezzo al caos, ti rimettono dritto solo perché esistono.
“Come ti chiami?” chiese lei.
“Marco.”
“Io sono Teresa. Non uscire allo scoperto.”
Marco annuì, ma gli occhi gli scappavano sempre oltre il banco.
“Chi sono quelli?”
Teresa non rispose subito.
Guardò le figure in lontananza con una faccia che diceva una sola cosa: non lo so, e mi fa paura ammetterlo.
“Prima c’era solo il primo,” disse a bassa voce. “È uscito dal corridoio del multisala. Due ragazzi della sicurezza gli sono andati incontro pensando fosse ubriaco o ferito. Sono caduti entrambi davanti a me.”
“Svenuti?”
“Come sacchi vuoti.”
Marco si passò una mano sulla fronte sudata.
“Potrebbe essere una sostanza? Qualcosa nell’aria?”
“Se fosse nell’aria, saremmo già tutti a terra.”
Aveva ragione.
E questa era la parte peggiore.
Non c’era nessuna regola chiara.
Nessun pericolo che si potesse vedere davvero.
Solo quella vicinanza maledetta.
Il bambino, ancora stretto a Marco, singhiozzò piano.
Teresa si avvicinò e gli abbassò delicatamente il cappuccio dagli occhi.
“Ehi, campione. La mamma si sveglia, tranquillo.”
Era una bugia anche questa.
Ma detta da lei sembrava quasi vera.
A pochi metri dal banco, una delle figure si fermò.
Marco trattenne il fiato.
Non guardava loro.
Guardava il vuoto.
Poi inclinò il capo di scatto, come se avesse sentito qualcosa che gli altri non potevano sentire.
E si mosse verso destra.
Subito, tre persone che stavano cercando di sgattaiolare lungo il muro caddero una dopo l’altra.
Una.
Due.
Tre.
Teresa strinse i denti.
“Non è solo vicinanza,” mormorò. “È come se… percepissero chi si muove.”
Marco sentì lo stomaco chiudersi ancora di più.
Restare fermi?
Scappare?
Nascondersi?
Ogni scelta sembrava sbagliata.
La madre del bambino emise un gemito debole.
Marco si abbassò subito.
“Signora? Mi sente?”
Le ciglia della donna tremarono.
Aprì gli occhi appena.
Guardò Marco senza riconoscerlo.
Poi cercò il figlio con uno scatto così disperato che lui glielo mise subito tra le braccia.
Quando lo strinse, si mise a piangere in silenzio.
Non fece domande.
Non ne aveva bisogno.
Bastava guardare fuori dal banco.
“Dobbiamo uscire,” disse Marco.
Teresa annuì. “C’è un corridoio di servizio dietro ai magazzini. Porta al retro, vicino alla zona carico e scarico.”
“Allora andiamo.”
“Non è semplice. Bisogna attraversare un tratto aperto.”
Marco guardò di nuovo la galleria centrale.
Le figure erano sette.
Separate.
Lente.
Come se non avessero fretta, perché tanto sapevano che il panico stava lavorando per loro.
La folla si stava facendo meno rumorosa.
Non perché la situazione migliorasse.
Ma perché tanti erano già a terra.
Quel silenzio a tratti, spezzato solo da pianti e richiami lontani, era più spaventoso delle urla iniziali.
Teresa prese una radio dal fianco e provò a chiamare qualcuno.
Solo fruscio.
“Neanche una linea,” disse.
Marco si affacciò di poco.
Una via forse c’era.
Passando dietro alle fioriere, oltre un’area bimbi, poi lungo il muro fino alla porta laterale con la scritta del personale.
Era un percorso brutto.
Ma era un percorso.
“Là,” disse piano.
Teresa seguì con gli occhi.
“Rischioso.”
“Lo so.”
“Con il bambino e la madre mezzo svenuta…”
“Lo so.”
Teresa lo fissò per un secondo, come se volesse capire se fosse pazzo oppure no.
Poi sospirò.
“In un giorno normale ti direi di aspettare i soccorsi.”
Marco guardò le figure sparse nel centro commerciale.
“Questo non è un giorno normale.”
Teresa fece un cenno secco.
Aveva capito anche lei.
Aiutò la donna a rimettersi seduta.
Le parlò piano, spiegandole solo il necessario.
Lei annuiva, ma tremava tutta.
Marco si tolse la felpa e la mise attorno al bambino, più per conforto che per freddo.
“Appena dico io, andiamo bassi,” disse Teresa. “Non correte all’inizio. Se loro reagiscono al movimento, partiamo lenti e cambiamo solo quando siamo vicini alla porta.”
Marco deglutì.
La madre stringeva il figlio come se qualcuno glielo potesse strappare da un secondo all’altro.
Fuori, una delle figure si fermò di nuovo.
Marco la osservò.
Per un istante gli sembrò quasi un uomo normale.
Uno che magari, il giorno prima, aveva fatto la spesa, bevuto un caffè, mandato un messaggio a casa.
E proprio quel pensiero gli fece più paura di tutto.
Perché qualunque cosa fossero, erano stati qualcuno.
“Pronti,” sussurrò Teresa.
Marco si piegò in avanti.
Il cuore gli batteva così forte da fargli male nel petto.
Non sapeva se sarebbero arrivati alla porta.
Non sapeva se dietro quella porta ci fosse davvero una via d’uscita.
Non sapeva nemmeno se fuori sarebbe stato meglio.
Sapeva solo una cosa.
Se restavano lì, prima o poi sarebbero diventati gli altri.
Quelli stesi a terra.
Quelli immobili.
Quelli che, un minuto prima, stavano ancora correndo.
Teresa alzò tre dita.
Tre.
Due.
Uno.
E in quel preciso istante, tutte e sette le figure alzarono la testa insieme.





