La cagna aveva le zampe legate e affondava nel canale: l’uomo che quasi tirò dritto non immaginava che, salvandola, avrebbe salvato anche se stesso
La prima cosa che vidi fu il naso.
Un piccolo triangolo nero che usciva dall’acqua marrone per un secondo, spariva, poi tornava su.
Stavo quasi per tirare dritto.
Il rumore proveniente dal canale di scolo era troppo debole per sembrare un abbaio. Più che altro era un colpo di tosse, seguito da uno spruzzo e da un silenzio così lungo che pensai di essermi immaginato tutto.
Fermai comunque il furgoncino del Comune.
Mi chiamo Marco Bellini, avevo cinquantadue anni e quella mattina stavo controllando i danni lasciati da tre giorni di pioggia nelle campagne fuori Ravenna.
Facevo quel lavoro da quasi trent’anni.
Alberi caduti, fossi intasati, tombini saltati, strade di campagna trasformate in fango.
Credevo di aver visto un po’ di tutto.
Mi sbagliavo.
Scesi lungo l’argine con una torcia in mano.
Il canale correva dietro alcuni vecchi capannoni, nascosto dalla strada da canne alte e una rete arrugginita. L’acqua trascinava rami, bottiglie, cassette di plastica e ciuffi d’erba.
Poi vidi di nuovo quel naso.
E finalmente capii.
Era una cagna.
Tigrata, petto bianco, un orecchio piegato e due occhi marroni così spalancati che ancora oggi me li sogno.
Il corpo era quasi tutto sott’acqua.
Le quattro zampe erano strette insieme da una corda gialla.
Non poteva nuotare.
Non poteva appoggiarsi.
Non poteva fare niente, se non allungare il collo e cercare aria.
Qualcuno l’aveva legata e buttata lì aspettando che la corrente facesse il resto.
Presi il telefono e chiamai i soccorsi.
Poi lei sparì.
Uno, due, tre secondi.
Niente naso.
Niente occhi.
Solo acqua.
Misi il telefono in tasca e scesi.
Non ci pensai.
Se avessi pensato, probabilmente sarei rimasto sulla riva.
L’acqua mi arrivò alle ginocchia, poi alle cosce. Il freddo mi attraversò i pantaloni e mi entrò nelle ossa.
E con il freddo tornò una voce che non sentivo da trentasette anni.
Quella di mio fratello Paolo.
Avevo quindici anni quando annegò durante una giornata d’estate al fiume.
Paolo ne aveva dodici.
I grandi correvano.
Mia madre urlava.
Io ero rimasto immobile sulla riva.
Non entrai.
Non ci riuscii.
Da quel giorno non avevo più nuotato.
Avevo evitato piscine, barche, gite al lago, perfino le vacanze al mare quando mia figlia era piccola.
Per anni avevo detto che non mi piaceva l’acqua.
La verità era un’altra.
Avevo paura che l’acqua si ricordasse di me.
Ma quella cagna non tornava su.
Così avanzai.
Il fango mi tratteneva gli scarponi.
Un ramo sommerso mi colpì il ginocchio.
Vicino al tubo di cemento la corrente diventava più forte e mi spingeva di lato.
Allungai il braccio.
Toccai qualcosa di morbido.
Pelo.
Afferrai la cagna sotto il petto e tirai.
La sua testa uscì dall’acqua.
Tossì contro la mia manica.
Quando aprì gli occhi non cercò di mordermi.
Non aveva più forza nemmeno per quello.
“Ci sono,” le dissi.
Non so perché.
Forse lo dicevo più a me stesso.
Presi il coltellino dal cinturone e cominciai a tagliare la corda.
Era avvolta più volte attorno alle zampe.
Talmente stretta che aveva inciso la pelle.
Le mani mi tremavano.
La lama scivolò.
La corrente trascinò il suo muso di nuovo verso l’acqua.
La sollevai più in alto.
“Resta con me.”
Lei appoggiò il naso contro il mio avambraccio.
Non perché si fidasse.
Perché in quel momento il mio braccio era l’unica cosa tra lei e il fondo.
La prima corda cedette.
Poi la seconda.
Quando l’ultimo nodo si allentò, le zampe si separarono.
Ma lei non nuotò.
Era troppo stanca.
La trascinai verso la riva.
Caddi una volta.
Poi un’altra.
Ogni volta cercai istintivamente di tenere lei sopra l’acqua prima di rialzare me stesso.
Un camionista che aveva visto il furgone fermo accostò e corse giù.
Si chiamava Enzo, un uomo robusto sui sessant’anni con i capelli bianchi e le mani da lavoratore.
Mi afferrò per la giacca.
Insieme riuscimmo a portarla sull’erba.
Le tolsi il mio giubbotto e glielo avvolsi attorno.
“Respira, bella,” continuava a dire Enzo.
Io le massaggiavo il petto.
La cagna aprì gli occhi.
Sollevò la testa di pochi centimetri.
Poi mi leccò le nocche.
Una volta sola.
Lenta.
Quella lingua ruvida mi fece più male di un pugno.
Una persona l’aveva legata.
Una persona l’aveva gettata via.
E davanti alla prima mano che tornava verso di lei, quella bestiola non aveva offerto rabbia.
Aveva offerto fiducia.
Alla clinica veterinaria dissero che la notte sarebbe stata lunga.
Aveva inalato acqua, era in ipotermia e le zampe erano piene di ferite.
La veterinaria, la dottoressa Elena, mi spiegò che avrebbero dovuto aspettare.
Io rimasi.
Alle tre e quaranta del mattino, mentre il corridoio era silenzioso e il distributore del caffè faceva un rumore infernale, la cagna si svegliò.
Avvicinò il naso al vetro del box.
Misi la mano dall’altra parte.
Pensai a un nome.
Mia madre, quando eravamo bambini, diceva sempre:
“Una grazia non è qualcosa che ti meriti. È qualcosa che arriva quando pensavi di aver perso tutto.”
La chiamai Grazia.
Grazia sopravvisse.
E fu allora che cominciò la parte difficile.
Perché salvare qualcuno dall’acqua richiede pochi minuti.
Convincerlo che l’acqua non tornerà a prenderlo può richiedere anni.
Rimase nove giorni in clinica.
Andavo prima del lavoro e tornavo la sera.
Il primo giorno mi guardava senza muoversi.
Il secondo fece scivolare la coda una volta sulla coperta.
Il quarto provò ad alzarsi quando entrai.
Le zampe cedettero.
Lei mi fissò con un’espressione quasi mortificata.
Mi sedetti per terra.
“Non devi dimostrare niente.”
Grazia strisciò verso la rete e appoggiò la testa contro il metallo.
Nel frattempo le forze dell’ordine scoprirono da dove veniva.
Una telecamera privata lungo la strada aveva registrato un vecchio furgone.
Il proprietario era un uomo della zona, Stefano, quarantaquattro anni.
Grazia non era davvero sua.
Apparteneva alla sua ex compagna, Laura.
Quando Laura vide la notizia del ritrovamento, chiamò immediatamente.
Era andata via da quella casa settimane prima dopo una relazione diventata pesante e piena di minacce.
Aveva cercato di portare Grazia con sé.
Stefano le aveva detto che la cagna era stata affidata a conoscenti.
Era una bugia.
Secondo quello che emerse dalle indagini, l’aveva tenuta nascosta per ferire Laura.
Quando lei rifiutò di tornare, usò Grazia come vendetta.
Sapere quella cosa mi fece ribollire.
Ma la rabbia non serviva a Grazia.
Laura venne in clinica.
La cagna riconobbe la sua voce prima ancora che entrasse nella stanza.
Provò ad alzarsi.
Questa volta rimase in piedi per qualche secondo.
Laura si mise in ginocchio.
Grazia le andò incontro traballando.
Quando riuscì a raggiungerla, infilò il muso contro il suo petto.
Laura scoppiò a piangere.
“Pensavo fossi al sicuro.”
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