VOLEVO CACCIARE DAL QUARTIERE QUEL VICINO E IL SUO CANE. POI MIA FIGLIA SPARÌ, E LI TROVAI INSIEME NEL GARAGE.
Avevo una mazza di alluminio stretta tra le mani e il cuore che mi batteva così forte da farmi male.
«ELISA!»
Nessuna risposta.
Solo un altro botto.
Poi un altro ancora.
La festa del paese era arrivata al momento dei fuochi d’artificio e, dietro le villette della nostra strada, il cielo si accendeva a intermittenza.
Io non vedevo niente di bello.
Vedevo soltanto il cancelletto laterale aperto.
Quello che separava il nostro giardino dalla proprietà di Sergio.
E mia figlia di sette anni non c’era più.
Non chiamai nessuno.
Non aspettai mia moglie Paola.
Presi la vecchia mazza che tenevo nel ripostiglio e attraversai il cortile come un pazzo.
Per capire perché fossi così terrorizzato, però, bisogna sapere una cosa.
Io Sergio lo odiavo.
O, almeno, ero convinto di avere ottimi motivi per farlo.
Mi chiamo Carlo, ho cinquantadue anni e per tutta la vita ho creduto nelle regole.
Lavoravo nell’amministrazione di una società privata, portavo la camicia anche quando non serviva e ogni sabato mattina tagliavo l’erba.
Non perché mi piacesse particolarmente.
Perché «una casa si tiene in ordine».
Me lo aveva insegnato mio padre.
La siepe potata, le persiane pulite, la macchina senza ammaccature davanti al cancello.
La bella figura.
Sempre.
Quando io e Paola avevamo comprato quella villetta in un piccolo paese della provincia emiliana, avevo pensato di aver finalmente raggiunto ciò per cui avevo lavorato venticinque anni.
Una strada tranquilla.
Famiglie normali.
Bambini in bicicletta.
Pensionati che annaffiavano i gerani.
La domenica, profumo di ragù dalle finestre.
Poi c’era Sergio.
Sergio era la macchia nel nostro quadretto perfetto.
Sessantadue anni, un metro e novanta, barba grigia e mani enormi.
Portava sempre jeans scoloriti, vecchie giacche di pelle e scarponi consumati.
Il suo giardino sembrava un’officina abbandonata.
Erba alta.
Pezzi di motore.
Attrezzi.
Una motocicletta rumorosa sotto una tettoia.
Quando la accendeva al mattino, io stringevo i denti dietro le finestre.
«Una persona civile non vive così», dicevo.
Paola alzava gli occhi dal caffè.
«Carlo, vive a casa sua.»
«Sì, ma viviamo tutti nella stessa strada.»
In paese Sergio non era considerato cattivo.
Era considerato strano.
E nei piccoli paesi, a volte, basta quello.
Quello strano.
Quello che non viene al pranzo della contrada.
Quello che saluta poco.
Quello che non racconta i fatti suoi.
Quello che, quando passa, fa abbassare la voce agli altri.
Ma il mio problema più grande non era Sergio.
Era Bruno.
Il suo cane.
Un grosso cane grigio, muscoloso, con la testa larga e una vecchia cicatrice vicino al muso.
Non abbaiava quasi mai.
Ed era proprio quello a mettermi a disagio.
Quando uscivo per sistemare la siepe, Bruno arrivava dall’altra parte della rete.
Si sedeva.
E mi guardava.
Niente ringhi.
Niente salti.
Solo quegli occhi fissi.
Una volta dissi a Paola:
«Quel cane non mi piace.»
«Non ti ha mai fatto niente.»
«Appunto. Non sai cosa pensa.»
Lei scoppiò a ridere.
«Carlo, è un cane. Non sta preparando il colpo del secolo.»
Io non risi.
Avevamo una bambina.
Elisa era arrivata tardi nella nostra vita, quando ormai avevamo quasi smesso di sperarci.
Per me era tutto.
E quando hai aspettato tanto per avere qualcosa, il mondo intero comincia a sembrarti pieno di minacce.
Vedevo pericoli ovunque.
Automobili troppo veloci.
Cancelli aperti.
Biciclette senza casco.
Cani grossi.
Uomini strani.
Avevo perfino iniziato a scrivere una lettera per l’amministratore del consorzio delle villette.
Rumori.
Erba non curata.
Materiale accatastato.
Animale potenzialmente pericoloso.
Avevo preparato tutto.
Mancava soltanto la firma.
Poi arrivò la festa patronale.
La giornata era cominciata come tutte le feste di paese.
Bancarelle in piazza.
Tavolate.
Bambini con palloncini e zucchero filato.
Anziani seduti sulle sedie di plastica davanti al bar.
La sera avevamo cenato in giardino con mia sorella e mio cognato.
Alle dieci erano iniziati i fuochi.
Elisa li adorava.
Almeno, così credevo.
Mi voltai forse per trenta secondi.
Dovevo prendere una bottiglia d’acqua dal frigorifero esterno.
Quando tornai, la sua sedia era vuota.
«Elisa?»
Pensai fosse andata dalla madre.
Paola era in cucina.
«È con te?»
Mi guardò.
E vidi il suo viso cambiare.
«No.»
Uscimmo entrambi.
«Elisa!»
Controllammo dietro il tavolo.
Il bagno.
Il soggiorno.
La cameretta.
Niente.
Poi vidi il cancelletto.
Aperto.
Quello verso la proprietà di Sergio.
Mi si gelò il sangue.
E proprio in quel momento sentii una voce provenire dal suo garage.
Una voce piccola.
Quella di mia figlia.
Non capii cosa stesse dicendo.
Sentii solo la voce e un lamento.
Presi la mazza.
Paola mi gridò dietro.
«Carlo, aspetta!»
Non ascoltai.
Attraversai il giardino di Sergio.
Passai accanto alla motocicletta.
Il garage era socchiuso.
Entrai abbassandomi sotto la serranda.
«LASCIALA STARE!»
Avevo già alzato la mazza.
E poi mi fermai.
Non dimenticherò mai quello che vidi.
Non c’era nessun cane che aggrediva mia figlia.
Non c’era nessun uomo che la minacciava.
In un angolo del garage, tra un vecchio frigorifero e una cassettiera degli attrezzi, c’era Sergio.
Il gigante della strada.
L’uomo che avevo sempre visto come uno che non aveva paura di niente.
Era rannicchiato sul pavimento.
Aveva grosse cuffie sulle orecchie.
Gli occhi serrati.
Le mani tremavano.
Tutto il suo corpo tremava.
Ad ogni esplosione fuori dal garage, sobbalzava come se qualcuno lo avesse colpito.
Respirava troppo velocemente.
«No… no… no…»
Lo sentii mormorare.
E Bruno?
Bruno era sdraiato sopra le sue gambe.
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