Volevo lasciare la gatta di mia figlia, ma lei mi riportò da Bianca

Lo portai dal veterinario del quartiere, che disse che era messo male ma testardo.

Quando tornai a casa, Nora era sul pianerottolo con due lattine di cibo in mano.

“Sono quelle buone, non quelle al tonno che puzzano,” disse entrando.

Tempesta le girò attorno due volte e poi, con mia enorme sorpresa, le sfiorò la caviglia.

“Ti ha accettata,” dissi.

Nora si illuminò.

“Allora non sono messa male come pensavo.”

In cucina si muoveva piano, come chi entra in una casa che sa essere stata ferita.

Non curiosava.

Non toccava cose a caso.

Guardava il gattino come si guarda una candela accesa in una stanza buia.

A un certo punto tirò fuori il telefono.

“Ho una cosa.”

Mi mostrò una foto un po’ sfocata.

C’era Bianca.

Seduta sul muretto dietro il supermercato, i jeans sporchi sulle ginocchia, i capelli raccolti male, Tempesta sulle gambe e tre ciotoline ai piedi.

Rideva.

Non la risata da posa.

Non quella educata.

Rideva proprio.

Con la testa buttata un poco indietro, come quando una cosa le usciva sincera.

Avevo dimenticato quella faccia lì.

Mi si chiuse la gola.

“Nora… posso mandarmela?”

“Certo.”

Mi fece l’invio senza aggiungere altro.

Un gesto piccolo.

Ma mi sembrò enorme.

Nei giorni dopo, il gattino migliorò.

Poco alla volta.

Mangió di più.

Cominciò a fare quei passetti storti da creatura troppo giovane che ancora non ha deciso se fidarsi oppure no.

Tempesta lo teneva d’occhio da lontano.

Non faceva la madre.

Non faceva neanche l’amica.

Faceva Tempesta.

Cioè controllava tutto e giudicava parecchio.

Nora veniva quasi ogni pomeriggio dopo scuola.

A volte restava venti minuti.

A volte un’ora.

Mi raccontò che viveva con sua madre al palazzo giallo e che da quando aveva incontrato Bianca, ogni tanto passava dietro il supermercato a lasciare acqua ai randagi.

“Quando non è venuta più,” disse una sera, “ho continuato io. Mi sembrava brutto smettere.”

Io annuii senza parlare.

Perché quella frase, detta da una ragazzina di quindici anni, aveva più dignità di tante prediche sentite in vita mia.

Una settimana dopo, entrai nella camera di Bianca e ci restai davvero.

Non cinque minuti.

Non il tempo di aprire la finestra.

Ci restai.

Sistemai un cassetto.

Ripiegai una felpa.

Trovai un sacchetto con ricevute di scatolette, un quaderno con appunti disordinati e, in mezzo a una pagina, una lista scritta di fretta:

Acqua.

Ciotole pulite.

Quella grigia mangia solo se aspetti.

Tempesta ruba a tutti.

Scoppiai a ridere da solo in quella stanza.

Una risata brutta, rotta.

Ma sempre risata era.

Presi quel quaderno e lo portai in cucina.

Lo lessi seduto al tavolo mentre Tempesta dormiva sulla sedia di Bianca e il gattino, ancora senza nome, si infilava sotto il mobile come se il mondo fosse pieno di trappole.

C’erano pagine intere di cose minuscole.

Orari.

Descrizioni improbabili.

“Il bianco con una macchia sull’orecchio finge indifferenza ma è un bugiardo.”

“Quella tigrata ha un carattere da regina e nessun motivo concreto per averlo.”

“Papà dice che è solo un gatto. Papà sbaglia su parecchie cose ma ha margine di miglioramento.”

Mi dovetti asciugare gli occhi per continuare.

Il giovedì seguente, senza pensarci troppo, presi due ciotole vecchie, una bottiglia d’acqua e qualche scatoletta.

Nora arrivò alle sei.

Tempesta era già davanti alla porta.

“Veniamo?” chiese Nora.

Io guardai la gatta.

Guardai il quaderno di Bianca sul tavolo.

Presi le chiavi.

“Veniamo.”

Da allora successe una cosa che non avevo previsto.

Il dolore non sparì.

Non diventò più piccolo.

Ma smise di occupare tutto lo spazio.

Il giovedì sera andavamo dietro il supermercato.

Io, Nora e a volte Tempesta nel trasportino aperto, perché appena arrivati voleva scendere e fare l’ispezione come un capocantiere scontento.

Cambiavamo l’acqua.

Lasciavamo il cibo.

Contavamo chi c’era e chi no.

Nora parlava poco.

Io anche.

Eppure, in quel poco, stava succedendo qualcosa.

Non mi sentivo più solo nella parte peggiore di me.

Il gattino, alla fine, un nome lo prese.

Non da me.

Da Nora.

Lo chiamò Lampo.

“Perché sembrava finito,” disse, “e invece è arrivato e ripartito.”

Non era male.

Quando fu abbastanza forte, Nora mi confessò che avrebbe voluto portarlo a casa.

Poi abbassò gli occhi.

“Mamma dice che prima vuole vedere se riesco a essere costante. Dice che l’affetto non basta se poi uno si stanca.”

Io risposi senza pensarci:

“Tua madre ha ragione.”

Lei fece una faccia sorpresa, forse perché si aspettava che le dessi ragione a prescindere.

“Però,” aggiunsi, “sei qui tutti i giorni da quasi tre settimane. Questo qualcosa vuol dire.”

Nora non sorrise subito.

Ma le si raddrizzarono le spalle.

Venne anche sua madre, qualche giorno dopo.

Una donna magra, educata, con gli occhi di chi arriva sempre di corsa da tutto.

Mi ringraziò per aver tenuto il gattino.

Le dissi la verità:

“Lo tengo io, ma l’ha salvato mia figlia. Solo in ritardo.”

Lei mi guardò come guardano le persone quando capiscono una frase senza bisogno di farsela spiegare.

A fine mese Lampo andò a vivere da loro.

Il palazzo giallo era a due minuti da casa mia.

Nora promise che me lo avrebbe fatto vedere spesso.

E mantenne la promessa.

La prima domenica di ottobre, a quasi un anno esatto da quel telefono delle 7:12, mi alzai con il petto pesante.

Pensavo che sarei crollato.

Pensavo che sarei rimasto chiuso in casa con le persiane mezze abbassate e il fiato corto per tutta la giornata.

Invece alle undici suonarono.

Aprii.

C’erano Nora con una torta di mele storta in mano, sua madre con un contenitore di lasagne e Lampo in un trasportino rosso che protestava come se lo stessero deportando.

Tempesta era dietro di me.

Si avvicinò alla grata del trasportino, guardò dentro e poi si sedette composta, come una zia severa venuta a controllare i parenti.

“Io…” fece Nora. “Non volevamo lasciarla sola oggi. Cioè. Non volevamo lasciare solo lei. Insomma, ha capito.”

Avevo capito.

Eccome se avevo capito.

Li feci entrare.

Mangiammo in cucina.

Parlammo piano.

Non di cose enormi.

Di scuola.

Di pioggia.

Di gatti che rubano il pollo se ti distrai.

A un certo punto Nora chiese:

“Com’era Bianca quando rideva davvero?”

Io mi fermai.

Un anno prima non avrei retto quella domanda.

Quel giorno sì.

Glielo raccontai.

Le raccontai del modo in cui si piegava in avanti.

Di come si toccava la fronte quando qualcosa la faceva ridere troppo.

Di come cercasse sempre di fare spazio a quello che gli altri scartavano.

Perfino a me, qualche volta.

Piangemmo un poco.

Non tanto.

Il giusto.

Poi Tempesta saltò sulla sedia vuota accanto alla tavola.

Quella di Bianca.

Fece un giro su se stessa.

Si acciambellò.

E restò lì, tranquilla, come se il posto non fosse più vuoto nello stesso modo di prima.

La sera, quando rimasero solo il rumore del frigorifero e il sonno che entra piano nelle case, accompagnai Nora e sua madre alla porta.

Lampo miagolò dal trasportino.

Tempesta li guardò andare via senza muoversi.

Poi tornò da me.

Mi sfiorò la gamba e si avviò verso la camera di Bianca.

La seguii.

La finestra era aperta quel poco che bastava per far entrare l’odore dell’umido e delle foglie.

Sul comodino c’era ancora la foto di Bianca al mare a diciassette anni, col vento in faccia e quell’aria da ragazza convinta che il mondo faccia paura ma che valga comunque la pena entrarci dentro.

“Li hai mandati tu?” le chiesi sottovoce.

Tempesta saltò sul letto.

Si sistemò sul plaid.

Mi guardò una volta, lenta.

Poi chiuse gli occhi.

Io la gatta di mia figlia non l’avevo mai voluta.

Non volevo neanche una ragazzina con le scarpe bagnate che bussasse alla mia porta.

Non volevo un altro gattino da salvare.

Non volevo nuove abitudini.

Nuove voci.

Nuove persone da lasciare entrare.

Ma il dolore, questo l’ho capito, prova sempre a convincerti che amare ancora sia un tradimento.

Non è vero.

A volte è il contrario.

A volte andare avanti è il modo più onesto di restare fedeli.

Adesso, il giovedì sera, dietro quel supermercato ci andiamo ancora.

Io porto l’acqua.

Nora porta le scatolette.

Tempesta controlla tutto come se fosse il sindaco del quartiere.

E ogni tanto, quando torno a casa e apro la porta, non sento più di entrare in una tomba.

Sento di entrare in un posto dove qualcuno è mancato tantissimo.

Ma dove, ostinatamente, qualcosa continua ancora a vivere.

Credo che Bianca lo sapesse già.

Per questo ha lasciato Tempesta da me.

Non perché io sapessi amare bene.

Ma perché avevo ancora da imparare.

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