Pensavo di avergli evitato un whiskey. Non avevo ancora capito che quella notte sarebbe tornata da me.
Quando chiusi il locale, quella sera, rimasi qualche minuto con la chiave in mano davanti alla serranda abbassata.
Di solito, a fine turno, ho in testa solo rumore. Bicchieri da lavare, conti da chiudere, sgabelli da rimettere in fila. Quella notte no.
Quella notte avevo in testa il modo in cui quell’uomo aveva detto:
“Domani ripartivo da zero.”
Tornai a casa tardi, ma non dormii bene.
Continuavo a rivederlo seduto in quell’angolo del bancone, con l’acqua davanti e la banconota da cinquanta euro in tasca, come se fosse una miccia o una salvezza. A volte, nel nostro lavoro, fai un gesto e non sai mai se è servito davvero o se hai solo spostato il problema di qualche ora.
Il giorno dopo guardai la porta del locale più volte del solito.
Non entrò.
Nemmeno quello dopo.
Passarono quasi due settimane, e io cominciai a pensare che forse non l’avrei rivisto mai più. E quando non rivedi una persona così, la testa ti porta subito nel posto peggiore.
Magari aveva bevuto il giorno dopo.
Magari non era tornato da nessuna parte.
Magari quella sera al mio bancone era stata solo una pausa prima della caduta.
Non dissi niente a nessuno, ma ci pensavo.
Anche Sergio, il cuoco, una volta mi chiese:
“Quello dei cinquanta euro? Più visto?”
Scossi la testa.
Lui fece solo: “Speriamo bene.”
Era un martedì di pioggia, una di quelle sere mezze morte in cui il locale va avanti a caffè lunghi, zuppe calde e gente che entra solo per stare un po’ al coperto. Avevo appena asciugato il banco quando la porta si aprì.
Lo riconobbi subito.
Stesso cappotto scuro. Stessa faccia. Ma non lo stesso sguardo.
Non era sereno, no. Quello sarebbe stato troppo. Però aveva gli occhi di uno che aveva dormito almeno qualche ora in più e smesso di trattenere il fiato da giorni.
Si sedette nello stesso posto dell’altra volta.
Io mi avvicinai senza farlo pesare.
“Acqua?” gli chiesi.
Fece un piccolo sorriso.
“Acqua. E stavolta anche un panino, se ce l’hai.”
Gli dissi: “Ce l’ho.”
Quando gli portai da bere, tirò fuori il portafoglio e appoggiò sul banco una banconota da cinquanta euro.
La stessa.
La riconobbi perché era piegata in un angolo, come se fosse stata stretta troppo forte troppe volte.
Me la spinse verso di me.
“Questa è tua,” disse.
Io gliela rimisi davanti.
“No. Quella sera era tua. E ti sei comprato la cosa giusta.”
Lui abbassò gli occhi sulla banconota e sospirò.
Poi disse: “Mi chiamo Davide.”
Io annuii.
“Piacere. Matteo. Stavolta magari me lo ricordo nel modo normale.”
Fece una risata breve. Vera, stavolta. Piccola, ma vera.
Non lo disturbai subito.
Gli lasciai il suo panino, il suo silenzio e qualche minuto per stare lì senza sentirsi osservato. È una cosa che si impara col tempo: anche la gratitudine, se la stringi troppo, diventa vergogna.
Dopo un po’ fu lui a parlare.
“Quella notte non sono andato a casa subito,” disse. “Ho camminato parecchio. Sotto la pioggia. Senza ombrello. Come un cretino.”
Io non dissi niente.
“Poi mi sono fermato davanti alla macchina. Ho tirato fuori le chiavi. Sono rimasto lì dieci minuti. Perché sapevo che se fossi andato dove pensavo di andare, avrei buttato via tutto davvero.”
Fece girare il bicchiere d’acqua tra le dita.
“Allora ho chiamato mia sorella.”
Quella frase la disse piano.
Come certe confessioni che sembrano piccole solo a chi non sa quanto costano.
“Erano quasi le una,” continuò. “Non la sentivo da mesi. Non per litigio grosso. Solo per quella stanchezza che lascio addosso alle persone quando sto male. Sai quando uno promette sempre che va meglio, e chi gli vuole bene non sa più se crederci o proteggersi?”
Annuii.
Quello, purtroppo, lo sapevo.
“Lei ha risposto al terzo squillo. Io le ho detto solo: ‘Se resto da solo stanotte faccio un disastro.’ Non le ho spiegato altro.”
Si fermò un attimo.
“Mi ha detto: ‘Vieni.’ Tutto qui.”
Lo guardai mentre prendeva un morso del panino.
Mangiava con calma, ma come uno che aveva ricominciato a sentire il sapore delle cose.
“Mi ha aperto in pigiama,” disse. “Non ha fatto domande. Mi ha messo davanti una camomilla, una coperta e ha detto che sul divano c’era posto. Non mi trattava così da anni. Non perché non mi volesse bene. Ma perché quando uno cade tante volte, a un certo punto anche gli altri imparano a stare indietro.”
Guardò il bancone.
“Quella notte, per la prima volta da tanto, non ho cercato di sembrare forte. Ho cercato solo di non fare il passo sbagliato.”
Io passai lo strofinaccio su una macchia che non c’era.
Più per dare alle mani qualcosa da fare che per altro.
“E la tua fidanzata?” gli chiesi.
Davide inspirò lentamente.
“Non è tornata.”
Lo disse senza rabbia.
Nemmeno con vittimismo.
Solo con quella voce piatta di chi ha pianto abbastanza da non avere più bisogno di alzare il tono.
“E forse non deve tornare,” aggiunse. “Per tre anni ho creduto che bastasse non bere. Pensavo che essere sobrio significasse automaticamente essere presente, affidabile, vivo. Invece spesso ero solo uno che si teneva insieme con i denti. Lei non se n’è andata per una bottiglia. Se n’è andata perché si era stancata di vivere accanto a uno che passava le giornate a non crollare.”
Quella frase mi rimase addosso.
Perché era onesta.
E l’onestà vera, quella che uno dice su se stesso, di solito arriva dopo aver sbattuto forte.
Da quella sera, Davide cominciò a tornare.
Non ogni giorno. Ma spesso abbastanza da diventare una faccia familiare.
Entrava di solito tra le sette e le otto. Orario pericoloso, immagino. L’ora in cui la giornata è finita, ma la notte non ti ha ancora dato nessuna scusa per andare a dormire.
Ordinava sempre qualcosa da bere che non fosse alcolico. Acqua, gazzosa, una cedrata, ogni tanto un caffè decaffeinato che io continuo a sostenere non abbia molto senso, ma ognuno ha i suoi riti.
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