«Vittorio?»
Lui annuì.
Ada si sedette accanto a lui sul bordo del marciapiede, senza preoccuparsi della gonna.
«Madonna santa. Che cosa ti è successo?»
Vittorio non rispose.
Ada si tolse dalla borsa un fazzoletto pulito e glielo porse.
«Tua madre avrebbe preso quel responsabile per un orecchio.»
Vittorio rise piano.
Era la prima risata vera da molto tempo.
Dentro la trattoria, alcuni clienti continuavano a osservare attraverso il vetro.
La ragazza alla cassa commentò:
«Adesso chiama pure gli amici.»
Matteo non resistette.
Posò il vassoio.
Entrò in cucina, prese un piatto di pasta che era stato preparato per il personale e lo coprì con un altro piatto.
Il cuoco lo vide.
«Che fai?»
«Porto da mangiare a quell’uomo.»
«Il capo ti licenzia.»
«Ho due figli», rispose Matteo. «Proprio per questo non posso tornare a casa sapendo di aver lasciato un vecchio affamato sul marciapiede.»
Uscì dalla porta laterale.
Il responsabile lo notò troppo tardi.
«Matteo!»
Il ragazzo arrivò da Vittorio e gli porse il piatto.
«Non sono spaghetti. È pasta al forno. Però è calda.»
Vittorio lo guardò.
«Ti metterai nei guai.»
Matteo fece spallucce.
«Sono già nei guai da quando sono nato. Almeno stasera avranno un motivo decente.»
Ada sorrise.
Vittorio prese il piatto.
Le mani gli tremavano appena.
«Grazie.»
«Mangia prima che si freddi.»
Vittorio assaggiò un boccone.
La besciamella era troppo densa.
Il sugo aveva poco sale.
Eppure gli sembrò il piatto migliore della sua vita.
Il responsabile uscì furioso.
«Matteo, dentro. Subito.»
«Un momento.»
«Non sei pagato per sfamare chiunque passi.»
Vittorio smise di mangiare.
«Chiunque passi?»
«Non parlavo con te.»
«No. Parlavi di me.»
Il responsabile si avvicinò.
Si chiamava Giuliano Fabbri.
Aveva cinquantadue anni, una camicia sempre perfettamente stirata e il terrore costante che qualcuno potesse scoprire quanto poco comandasse davvero nella propria vita.
A casa, una moglie che non gli parlava quasi più.
Un figlio trasferito all’estero.
Una madre anziana che telefonava ogni sera e che lui richiamava soltanto la domenica, quando se ne ricordava.
Giuliano non era nato crudele.
Lo era diventato un’umiliazione alla volta.
Aveva imparato a inchinarsi davanti ai ricchi e a calpestare chi gli ricordava la povertà dalla quale proveniva.
«Questo locale ha un’immagine da difendere», disse.
Vittorio guardò la fotografia dei genitori oltre il vetro.
«La bella figura.»
«La reputazione.»
«Mia madre la chiamava in un altro modo.»
«E quale sarebbe?»
«Vergogna travestita da eleganza.»
Giuliano diventò rosso.
«Prendi la tua pasta e sparisci.»
In quel momento, un’automobile scura si fermò davanti alla trattoria.
Non era una vettura appariscente.
Nessun autista in uniforme.
Nessun rumore teatrale.
Dal sedile posteriore scese Caterina con la cartella nera sotto il braccio.
Con lei c’erano un notaio del paese e un uomo anziano che rappresentava il gruppo venditore.
Caterina vide Vittorio seduto sul marciapiede.
Vide il piatto sulle ginocchia.
Vide la polvere sui suoi pantaloni.
Il suo viso cambiò.
«Signor Bellandi, sta bene?»
Giuliano impallidì.
Il notaio si avvicinò.
«Vittorio, ti hanno fatto cadere?»
Ada si alzò.
«L’hanno buttato fuori come un sacco della spazzatura.»
Il proprietario del gruppo venditore guardò Giuliano.
«Che significa?»
Giuliano aprì la bocca, ma non uscì nulla.
La ragazza alla cassa era comparsa sulla soglia.
Dietro di lei si erano raccolti camerieri, cuochi e clienti.
Vittorio appoggiò il piatto accanto a sé.
Si alzò con fatica.
Matteo gli offrì un braccio.
Lui lo accettò.
Caterina gli porse la cartella.
«Manca soltanto la sua firma. L’acquisizione comprende l’immobile, l’attività e tutti i contratti collegati.»
Nella sala qualcuno sussurrò:
«Acquisizione?»
Giuliano guardò prima Caterina, poi Vittorio.
«Lei chi è?»
Vittorio aprì la cartella.
«Mi chiamo Vittorio Bellandi.»
Il nome attraversò il locale come una folata.
Alcuni clienti più anziani lo riconobbero.
Una donna si mise una mano sul petto.
«Bellandi? Quello dell’azienda alimentare?»
«Credevo fosse scappato all’estero.»
«Dicevano che aveva perso tutto.»
Vittorio prese la penna.
«Avevo perso quasi tutto.»
Firmò la prima pagina.
Poi la seconda.
Infine l’ultima.
Il notaio controllò i documenti e annuì.
«Da questo momento l’acquisizione è valida.»
Vittorio chiuse la cartella.
«Questa trattoria è mia.»
Nessuno si mosse.
Il campanello sopra la porta oscillava ancora leggermente.
Giuliano fece un passo indietro.
La ragazza alla cassa si appoggiò al bancone.
Uno degli uomini che aveva riso abbassò lo sguardo sul proprio piatto.
Vittorio entrò nel locale.
Non camminava più curvo.
Non perché i suoi vestiti fossero cambiati.
Non perché improvvisamente fosse diventato più giovane.
Era cambiato il modo in cui gli altri lo guardavano.
Ed era proprio quello il punto.
Dieci minuti prima, nessuno aveva visto un uomo.
Avevano visto una giacca strappata.
Una barba sporca.
Scarpe rotte.
Ora vedevano denaro, potere e autorità.
Ma Vittorio era sempre la stessa persona.
Si fermò davanti alla fotografia.
Passò un dito sulla cornice.
«Avevo nove anni quando fu scattata», disse. «Quella mattina mio padre aveva rotto tre piatti. Mia madre era furiosa, ma nella foto sorride perché non voleva far fare brutta figura alla famiglia.»
Nessuno osò ridere.
«La bella figura», continuò, «era importante anche allora. Le scarpe pulite per la messa. La tovaglia buona per gli ospiti. I problemi tenuti dentro casa, perché il paese non doveva sapere.»
Si voltò verso i clienti.
«Ma mia madre sapeva distinguere l’educazione dalla finzione. Non avrebbe mai tolto il pane dalla bocca a un uomo per proteggere una tovaglia.»
Giuliano si avvicinò.
«Signor Bellandi, c’è stato un equivoco.»
«Quale parte sarebbe un equivoco?»
«Non sapevamo chi fosse.»
Vittorio lo fissò.
«Quindi, se aveste saputo che ero ricco, mi avreste servito.»
Giuliano deglutì.
«Naturalmente.»
«Ed è proprio per questo che non sei adatto a dirigere questo posto.»
Il responsabile abbassò la voce.
«Ho lavorato qui dodici anni.»
«Dodici anni non trasformano un errore in un diritto.»
«Ho una famiglia.»
«Anche l’uomo che hai buttato fuori avrebbe potuto avere una famiglia.»
«La prego.»
Vittorio rimase in silenzio.
Conosceva quella supplica.
L’aveva pronunciata davanti a funzionari, direttori e persone che non lo guardavano neppure in faccia.
Per un istante vide il proprio dolore riflesso negli occhi di Giuliano.
Ma la compassione non poteva diventare vigliaccheria.
«Da domani non sarai più responsabile di sala.»
Giuliano chiuse gli occhi.
«Sono licenziato?»
«No.»
Tutti si voltarono verso Vittorio.
«Per un mese lavorerai nel magazzino e in cucina. Scaricherai le cassette. Pulirai i pavimenti. Mangerai insieme al personale. E per quattro pomeriggi alla settimana servirai alla mensa solidale del quartiere.»
Giuliano lo guardò incredulo.
«E dopo?»
«Dopo decideremo se hai capito che nessun lavoro ti rende più importante di chi hai davanti.»
«E se rifiuto?»
«Allora sarai libero di andartene.»
Giuliano strinse i pugni.
Per alcuni secondi sembrò sul punto di protestare.
Poi guardò la propria camicia bianca.
Guardò Matteo.
Guardò il marciapiede fuori dalla porta.
«Accetto.»
Vittorio annuì.
Poi indicò la ragazza alla cassa.
Lei cominciò a piangere prima ancora che parlasse.
«Mi dispiace. Ho detto una cosa stupida.»
«Come ti chiami?»
«Serena.»
«Da quanto lavori qui?»
«Sei mesi.»
«Perché hai riso?»
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