“Appunto,” disse Elena. “Ha preparato tutto prima di incontrarti.”
Mi venne la nausea.
“E la patente,” aggiunse. “Risulta come duplicato. Nessuna traccia prima.”
Era come se Davide fosse comparso dal nulla.
Come se non fosse mai esistito.
“Elena… cosa stai dicendo?”
“Che ‘Davide’ potrebbe non essere il suo vero nome,” rispose.
Poi abbassò la voce.
“E che tu potresti non essere la prima.”
Mi sentii piccola, come una bambina.
“Prima di cosa?”
Elena tirò fuori un foglio con ritagli e appunti.
“Ho cercato casi simili,” disse. “Gente che si sposa, ruba identità, svuota conti e poi sparisce.”
Il mio respiro diventò corto.
“E i sonniferi…”
“Servono a quello,” disse Elena. “A prenderti tutto senza che tu te ne accorga.”
Rimanemmo in silenzio.
Io guardavo l’acqua del fiume scorrere.
E pensavo a tutte le sere in cui avevo detto “grazie amore” per una tisana.
“Che faccio?” chiesi.
“Andiamo dalle forze dell’ordine,” disse Elena, decisa. “Ma prima… dobbiamo capire quanto è pericoloso.”
La notte successiva feci finta di bere di nuovo.
Quasi niente.
Solo un sapore.
Abbastanza da non insospettirlo.
Davide controllava l’orologio di continuo.
“Stasera sei proprio stanca,” disse.
“Già,” risposi, e mi sentivo svenire anche per la paura.
Andai a letto.
Porta socchiusa.
Io mi pizzicavo le cosce sotto le coperte per restare sveglia.
Verso le undici e mezza Davide entrò.
Mi chiamò.
Mi controllò.
E io capii una cosa orribile.
Mi alzò perfino una palpebra con le dita.
Come si fa con chi è svenuto.
Poi uscì.
Sentii un rumore nella stanza degli ospiti.
Qualcosa di pesante spostato.
Tornò in camera.
Andò vicino alla finestra.
Sollevò le assi.
Aprì la scatola.
Quella volta vidi tutto meglio.
Una mazzetta di contanti.
Tanti.
Troppi.
Cinque passaporti almeno, con la sua faccia ma nomi diversi.
E poi le fotografie.
Donne.
Tutte più o meno della mia età.
Capelli scuri, come me.
In alcune sembravano foto rubate.
Uscite da un ufficio.
Salite in macchina.
Davanti a un portone.
Tra le foto c’era anche un ritaglio di giornale.
Una donna “scomparsa”.
Mi si bloccò la gola.
Davide prese il telefono e chiamò qualcuno.
Parlava sottovoce, ma io colsi pezzi.
“È tutto pronto… trasferimento… volo giovedì… stavolta niente errori.”
Giovedì.
Mancavano tre giorni.
Poi tirò fuori una fialetta trasparente.
E una siringa.
Io sentii il cervello urlare.
Davide si avvicinò al letto.
E sussurrò, come se parlasse a un oggetto:
“Mi dispiace, Sara. Ma giovedì mattina avrai… un brutto incidente.”
Mi venne da vomitare.
Mi venne da piangere.
Ma rimasi ferma.
Quando rimise tutto a posto e si sdraiò accanto a me, aspettai.
Aspettai il suo respiro diventare regolare.
Poi, piano, presi il telefono.
Con dita che non mi obbedivano scrissi a Elena:
“Giovedì. Fiala e siringa. Vuole farmi sparire.”
Non dormii.
Ogni suo movimento nel letto mi sembrava la fine.
Al mattino Davide mi preparò il caffè.
Mi baciò.
“Stasera lavoro fino tardi,” disse.
“Non aspettarmi.”
Io annuii come una moglie normale.
Appena uscì, Elena era già sotto casa.
Con lei c’era un ispettore, uno di quelli che non fanno scene ma hanno occhi che vedono tutto.
Non mi disse “stia tranquilla”.
Non mi promise miracoli.
Mi disse solo: “Mi faccia vedere.”
Salimmo in camera.
Indicai la zona vicino alla finestra.
L’ispettore sollevò le assi.
La scatola era lì.
Quando la aprì, gli cambiò il viso.
Contanti.
Passaporti falsi.
Foto.
Fascicoli con nomi.
E un foglio.
Una lista.
Una “timeline” scritta a mano.
Fiducia.
Raccolta dati.
Trasferimento.
E una riga che mi fece gelare le ossa:
“Pulizia finale – giovedì.”
L’ispettore mi guardò.
“Stasera lo facciamo parlare,” disse. “Ma lei non deve essere sola.”
Mi misero addosso un microfono piccolo.
Invisibile.
Fuori, in strada, c’erano auto ferme, discrete.
Elena restò a distanza, ma io sapevo che c’era.
Davide rientrò verso le otto.
Con una busta di cibo da asporto.
“Sorpresa,” disse. “Cena tranquilla, noi due.”
Io avevo la bocca asciutta.
Mangiai due forchettate e basta.
Davide guardava l’orologio.
Era eccitato.
Come un bambino prima di scartare un regalo.
“Davide,” dissi, e mi sentii lontanissima dalla mia voce. “Devo chiederti una cosa.”
“Dimmi, amore.”
Io inspirai.
“Lo so dei sonniferi.”
La forchetta si fermò a metà.
Per un secondo, solo un secondo, la maschera cadde.
Negli occhi gli passò qualcosa di freddo.
“Non so di cosa parli,” disse piano.
“Il sapore amaro. Il sonno. Il video,” dissi.
E tirai fuori il telefono.
“Ti ho registrato mentre frugavi nelle mie cose.”
Davide cambiò faccia.
Non era più mio marito.
Era un uomo che non conoscevo.
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