Mancini guardò dietro di sé.
Una donna anziana era schiacciata tra due persone.
Abbassò gli occhi e si spostò.
Fu il primo piccolo cambiamento.
Poi ne arrivò un altro.
Il proprietario della tavola calda uscì con alcune bottiglie d’acqua.
Una ragazza della profumeria raccolse i bambini dispersi.
Due muratori che stavano facendo lavori in un negozio sollevarono un uomo svenuto.
Un gruppo di adolescenti iniziò a spostare le panchine per creare uno spazio protetto.
La paura restava.
Ma smise di essere soltanto fuga.
Diventò movimento organizzato.
Nel giro di pochi minuti, il centro commerciale si trasformò in una piazza di paese durante un’emergenza.
C’erano persone che fino a poco prima non si sarebbero nemmeno salutate.
Ora si passavano bottiglie d’acqua.
Si prendevano per mano.
Chiedevano: «Hai visto mia moglie?»
«Come si chiama tuo figlio?»
«Quella signora è con voi?»
Giordano guardò Roberto.
Era ancora fermo.
La testa leggermente piegata.
Gli occhi fissi su di lui.
«Perché non svieni?» domandò Lucia.
«Non lo so.»
La risposta arrivò dentro la testa di Giordano.
Perché ricordi.
Gli si gelò il sangue.
«Roberto,» disse piano. «Se sei davvero tu, dimmi qualcosa che solo noi possiamo sapere.»
L’uomo tremò.
Le labbra si mossero.
Dietro la chiesa.
Giordano chiuse gli occhi.
Dietro la chiesa di San Michele, da ragazzi, avevano seppellito una scatola di latta. Dentro c’erano tre fotografie, due figurine di calciatori, una medaglietta e una promessa scritta a penna.
Qualunque cosa accada, nessuno resterà solo.
Erano stati Giordano, Roberto e Carlo, il fratello maggiore di Lucia.
Tre amici inseparabili.
Poi la vita aveva fatto ciò che sa fare meglio.
Li aveva messi alla prova proprio sulle parole che avevano giurato di rispettare.
«Che cosa ti è successo?» chiese Giordano.
Roberto aprì la bocca.
Questa volta uscì un filo di voce.
«Troppo rumore.»
La gente intorno ammutolì.
«Quale rumore?»
«Tutto.»
Le altre sei persone emisero un gemito basso.
Le luci tremolarono.
Alcuni presenti si portarono le mani alle tempie.
Un bambino gridò.
Giordano sollevò le braccia.
«Silenzio! Tutti in silenzio!»
La folla obbedì.
Il centro commerciale sprofondò in una quiete irreale.
Si sentiva solo il ronzio delle luci di emergenza.
Roberto respirò più lentamente.
La pressione nella testa di Giordano diminuì.
«Il rumore li agita,» disse. «Le urla, le luci, i telefoni, gli impianti.»
«E fanno svenire la gente?» domandò Mancini.
«Forse non lo fanno volontariamente.»
Una giovane donna con un tesserino da infermiera si avvicinò.
Si chiamava Sara e lavorava in una casa di riposo della zona.
«Le persone svenute respirano tutte,» disse. «Il battito è regolare. Sembra una perdita di coscienza provocata da un forte sovraccarico neurologico, ma non ho mai visto nulla del genere.»
«Sono pericolosi?» chiese qualcuno.
Sara osservò Roberto.
«Sono terrorizzati.»
Dal corridoio del cinema arrivò un rumore secco.
Una porta laterale si aprì.
Tre uomini con tute scure entrarono portando caschi, maschere e strumenti metallici.
Non avevano simboli visibili.
Uno di loro gridò:
«Allontanatevi dai soggetti! Nessuno deve interagire con loro!»
Roberto si irrigidì.
Gli altri sei fecero un passo avanti.
Una fila di persone cadde a terra.
«Fermi!» gridò Giordano agli uomini. «State peggiorando tutto.»
«Signore, si sposti immediatamente.»
«Chi siete?»
«Personale tecnico. La situazione è sotto controllo.»
Giordano rise amaramente.
«Ci sono cinquanta persone stese sul pavimento e tutte le uscite sono bloccate. Se questo è controllo, non voglio vedere il disordine.»
L’uomo in testa sollevò uno strumento.
Roberto emise un grido.
Non era forte.
Ma attraversò la mente di tutti.
Giordano vide immagini che non gli appartenevano.
Un corridoio bianco.
Porte senza finestre.
Letti con cinghie.
Luci accese giorno e notte.
Persone costrette a indossare cuffie metalliche.
Una voce che ripeteva numeri.
Un laboratorio sotterraneo.
Roberto giovane, poi adulto, poi vecchio.
Sempre chiuso dentro.
Gli altri sei non erano mostri.
Erano pazienti.
Erano persone considerate fragili, isolate per anni in una struttura privata sulle colline, ufficialmente destinata alla cura di disturbi neurologici rari.
Qualcosa era andato storto quella mattina.
Un guasto.
Una fuga.
Poi si erano rifugiati nel centro commerciale seguendo Roberto, l’unico che conosceva quelle strade.
Giordano tornò in sé con le guance bagnate.
Anche Lucia piangeva.
«Ho visto mio fratello,» sussurrò.
Giordano la guardò.
«Carlo?»
«Sì. Era in quella stanza.»
Uno dei sei uomini pallidi era Carlo Ferri.
Era scomparso quattro anni prima.
La famiglia aveva ricevuto una comunicazione secondo cui era morto durante una terapia sperimentale all’estero.
Non avevano mai visto il corpo.
Lucia fece un passo avanti.
«Carlo.»
L’uomo scalzo alzò la testa.
I suoi occhi si riempirono di lacrime.
«Lù.»
Era il soprannome che le dava da bambino.
Lucia lasciò cadere il grembiule.
«Sono qui.»
Il tecnico con lo strumento si mosse.
«Signora, indietro!»
«Quello è mio fratello.»
«Non è in condizioni di riconoscerla.»
Carlo ripeté:
«Lù.»
Lucia si voltò verso l’uomo.
«Ha appena dimostrato di riconoscermi meglio di quanto lei riconosca un essere umano.»
Un mormorio percorse la folla.
L’uomo in tuta scura parlò sottovoce con i colleghi.
Giordano capì che non erano lì per salvare nessuno.
Erano lì per riprendere i sette e far sparire ciò che era successo.
«Le porte,» disse. «Le avete bloccate voi.»
Nessuna risposta.
«Avete spento la rete.»
Ancora silenzio.
«Volevate evitare che uscissero immagini.»
Il tecnico serrò la mascella.
«Queste persone sono gravemente instabili. La loro esposizione a stimoli ambientali può avere conseguenze imprevedibili.»
«Le persone,» ripeté Giordano. «Non i soggetti.»
Roberto lo fissò.
Nella mente di Giordano arrivò un altro ricordo.
L’estate del 1990.
Roberto lavorava come elettricista in un piccolo laboratorio privato. Aveva scoperto che alcuni macchinari venivano utilizzati senza autorizzazione su pazienti vulnerabili.
Aveva chiesto aiuto a Giordano.
Gli aveva consegnato documenti.
Gli aveva detto che voleva denunciare tutto.
Ma il padre di Giordano lavorava per uno degli uomini coinvolti.
La famiglia Bellini aveva un mutuo.
Una madre malata.
Una reputazione da difendere.
Il padre gli aveva detto:
«Non immischiarti. Pensa alla famiglia. In paese basta una voce per rovinare tre generazioni.»
Giordano aveva avuto paura.
Aveva restituito i documenti al responsabile del laboratorio.
Aveva detto che Roberto voleva creare problemi.
Pochi giorni dopo, Roberto era scomparso.
Giordano non aveva mai raccontato la verità.
Nemmeno a sua moglie.
Per trentacinque anni aveva continuato ad andare alla messa, ai funerali e ai pranzi della domenica.
Salutava la madre di Roberto.
La guardava invecchiare dietro la finestra.
E ogni volta si ripeteva che non avrebbe potuto fare nulla.
Era una bugia.
Una delle tante bugie che gli uomini chiamano prudenza quando non hanno il coraggio di chiamarle codardia.
«Sono stato io,» disse Giordano.
Lucia lo guardò.
«Cosa stai dicendo?»
«Roberto cercò il mio aiuto. Io lo tradì.»
Il silenzio divenne più pesante.
«Consegnai i documenti a chi voleva farlo tacere. Avevo paura che mio padre perdesse il lavoro. Avevo paura dello scandalo. Della gente. Delle chiacchiere.»
Roberto non si mosse.
«Sua madre morì aspettandolo,» continuò Giordano. «Io andai al funerale. Portai perfino i fiori. Poi tornai a casa e mangiai con la mia famiglia come se niente fosse.»
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