La sera della minestra non mi ha guarito, ma è stata la prima volta in cui ho smesso di sentirmi già morto.
Me ne sono accorto il mattino dopo.
Mi sono svegliato presto, con la bocca amara e le mani intorpidite, come sempre. Giulia dormiva girata su un fianco, con una mano sotto la guancia. Aveva il viso stanco, ma più disteso.
Sul tavolo della cucina era rimasto un pezzo di pane avvolto in un tovagliolo.
Il signor Ferri l’aveva dimenticato lì.
O forse lo aveva lasciato apposta.
Mi sono alzato piano, facendo attenzione a non svegliare Giulia. Ho camminato fino alla cucina con quei passi piccoli che ormai conoscevo bene. Prima correvo per chilometri. Ora attraversare il corridoio sembrava già una cosa seria.
Ho preso quel pane e l’ho annusato.
Sembrerà stupido, ma mi è venuto da sorridere.
Profumava di casa.
Non di ospedale. Non di disinfettante. Non di medicinali. Casa.
Quando Giulia è entrata in cucina, mi ha trovato seduto lì, con il pane davanti e la coperta sulle spalle.
“Che fai?” mi ha chiesto.
“Colazione da uomo normale,” ho risposto.
Lei ha riso.
Non tanto. Ma abbastanza.
E in quel suono ho sentito qualcosa che credevo di aver perso.
Nei giorni dopo, il signor Ferri ha cominciato a bussare più spesso.
Mai alla stessa ora.
Mai con grandi discorsi.
Una volta portava due mele. Una volta una focaccia tagliata male. Una volta solo il giornale, perché diceva che gli articoli erano sempre peggio e aveva bisogno di qualcuno con cui brontolare.
Io lo ascoltavo.
A volte parlavo. A volte no.
Lui non si offendeva.
Quella era la cosa più bella.
Con gli altri mi sembrava sempre di dover recitare. Dovevo rassicurarli. Dovevo far vedere che ero sereno, che avevo speranza, che stavo “combattendo”.
Con Ferri potevo anche stare zitto.
E lui restava.
Una mattina, mentre Giulia era uscita per prendere alcune cose, lui ha bussato con un sacchetto in mano.
“Ho portato le rosette,” ha detto.
“Ma non erano diventate troppo piccole?”
“Appunto. Bisogna controllare la situazione da vicino.”
Mi ha fatto ridere talmente tanto che poi ho dovuto sedermi, perché mi mancava il fiato.
Lui ha appoggiato il sacchetto sul tavolo e mi ha guardato con quella sua faccia ruvida.
“Sa, Andrea, lei ride ancora bene.”
Io ho abbassato gli occhi.
Non sapevo cosa rispondere.
Da quando mi ero ammalato, tutti parlavano del mio corpo. Esami, valori, terapie, peso, appetito, dolori, effetti collaterali.
Nessuno mi aveva detto una cosa così semplice.
Che ridevo ancora bene.
Quel giorno, dopo pranzo, Giulia mi ha trovato in camera con l’armadio aperto.
Stavo guardando i miei vestiti di prima.
Le camicie da lavoro. I pantaloni che ormai mi stavano larghi. La giacca blu che mettevo quando andavamo a cena fuori.
“Cerchi qualcosa?” mi ha chiesto.
“Sì,” ho detto. “Me.”
Lei non ha risposto subito.
Si è seduta sul letto accanto a me.
Io ho preso la giacca blu e l’ho tenuta tra le mani.
“Non mi entra più come prima,” ho detto.
“Non devi essere come prima.”
“E se non mi piaccio così?”
Giulia mi ha guardato. Aveva gli occhi lucidi, ma non ha abbassato lo sguardo.
“Allora impareremo a volerti bene anche così.”
Quella frase mi ha fatto più male e più bene di tante medicine.
Perché io non mi volevo bene.
Non in quel corpo.
Non con quelle ossa che spuntavano. Non con il viso scavato. Non con la paura addosso.
Eppure Giulia mi guardava ancora come se dentro quel corpo ci fossi io.
Non la malattia.
Io.
La settimana successiva dovevo fare nuovi controlli.
La sera prima non riuscivo a dormire.
In casa era tutto buio. Sentivo Giulia respirare accanto a me. Ogni tanto si muoveva, come se anche lei dormisse solo a metà.
Mi sono alzato e sono andato in bagno.
Mi sono guardato allo specchio.
Avevo la pelle pallida, gli occhi grandi, le guance svuotate. Per un attimo ho pensato di non riconoscermi.
Poi ho appoggiato le mani al lavandino e ho sussurrato:
“Non voglio morire.”
Non era una frase elegante.
Non era coraggiosa.
Era vera.
Dalla porta è arrivata la voce di Giulia.
“Lo so.”
Mi sono girato di scatto.
Lei era lì, con la vestaglia addosso e i capelli scompigliati.
Per la prima volta non le ho chiesto di andare via.
Non le ho detto di non guardarmi.
Sono rimasto fermo.
Lei è entrata piano e mi ha abbracciato da dietro. Io ho appoggiato le mani sulle sue.
Siamo rimasti così, davanti allo specchio, due persone stanche che non sapevano cosa sarebbe successo.
Ma eravamo insieme.
E quella notte non abbiamo fatto finta.
La mattina dei controlli, il signor Ferri ci aspettava sul pianerottolo.
Aveva il cappotto abbottonato storto e una busta in mano.
“Vengo anch’io,” ha detto.
Giulia lo ha guardato sorpresa.
“Signor Ferri, non deve.”
“Lo so. Infatti vengo lo stesso.”
Io ero troppo stanco per discutere.
In ospedale lui si è seduto accanto a noi in sala d’attesa. Non ha fatto domande. Ha solo tirato fuori dalla busta tre caramelle al miele.
“Non sono buone,” ha detto. “Ma almeno tengono occupata la bocca.”
Giulia ha sorriso.
Io ne ho presa una.
Aveva ragione. Non era buona.
Però mi ha fatto compagnia.
Quando finalmente siamo entrati, la dottoressa ha guardato gli esami con attenzione. Io fissavo le sue mani. Giulia teneva le dita intrecciate alle mie. Il signor Ferri era rimasto fuori, perché quello era un momento nostro.
La dottoressa ha parlato con calma.
Non ha detto miracolo.
Non ha detto guarigione.
Ha detto che alcune lesioni si erano ridotte. Che la terapia stava dando una risposta. Che bisognava continuare e valutare bene i prossimi passi.
Io ho sentito solo una cosa.
Non era finita quel giorno.
Avevo ancora tempo.
Non sapevo quanto. Nessuno lo sapeva.
Ma avevo tempo.
Quando siamo usciti, Giulia si è coperta la bocca con una mano. Io mi sono appoggiato al muro.
Il signor Ferri si è alzato subito.
“Allora?” ha chiesto.
Io ho provato a parlare, ma la voce non usciva.
Giulia ha detto piano:
“Va un po’ meglio.”
Il signor Ferri ha annuito, come se fosse una questione di condominio risolta dopo mesi.
“Bene,” ha detto. “Allora oggi il fornaio non si salva. Si prende il pane buono.”
E per la prima volta dopo tanto tempo, sono tornato a casa con una notizia che non era soltanto paura.
Quella sera non abbiamo festeggiato davvero.
Non con spumante, musica o grandi parole.
Abbiamo mangiato pane, formaggio fresco e una minestra semplice. Io ho mangiato poco, ma ho sentito il sapore.
Ferri ha raccontato che da giovane aveva lavorato in una piccola officina vicino alla stazione. Giulia ha detto che a scuola un bambino le aveva chiesto se anche le maestre facevano i compiti.
Io li ascoltavo e ogni tanto mi veniva da piangere.
Non di tristezza.
Di presenza.
Perché la vita era ancora lì.
Non intera, non facile, non come prima.
Ma lì.
Da quel giorno, qualcosa nel palazzo è cambiato.
Non so come sia successo.
Forse Giulia ha parlato con qualcuno. Forse il signor Ferri ha brontolato con le persone giuste. Forse la gente aveva solo bisogno di capire come avvicinarsi senza farmi sentire un condannato.
Cominciarono piccoli gesti.
La signora del terzo piano lasciò una porzione di lasagne senza suonare troppo a lungo.
Il ragazzo del primo si offrì di portare giù la spazzatura nei giorni in cui io non riuscivo a muovermi.
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