Il giovedì dopo il funerale, alle 15:15 precise, Romeo alzò gli occhi verso la porta automaticа come aveva fatto per tre anni.
Fu un gesto così naturale che gli fece male solo dopo.
Aveva tra le mani un filone di pane e una confezione di uova. Le sistemò piano, come sempre.
Pane sopra. Uova dove niente potesse romperle.
Per un attimo gli sembrò quasi di sentire la voce della signora Bianchi.
“Solo due banane stavolta.”
Ma non arrivò nessuno.
Il supermercato era lo stesso di sempre. Le luci bianche. Il ronzio dei frigoriferi. Il rumore dei carrelli che si urtavano piano.
Eppure qualcosa si era spostato.
Come quando in una stanza togli un mobile piccolo e ti accorgi che era quello a tenere insieme tutto.
Quel giorno Romeo parlò meno del solito.
Non perché fosse arrabbiato.
Solo perché certi vuoti fanno rumore anche quando stanno zitti.
Il signor Rinaldi lo osservò da lontano per buona parte del turno. Poi, verso sera, gli si avvicinò vicino al reparto frutta.
“Se vuoi andare via un po’ prima, oggi, vai.”
Romeo scosse la testa.
“No. Va bene.”
Non andava bene.
Ma Romeo non era uno che usava le parole grandi quando bastavano quelle piccole.
Nel taschino della camicia aveva ancora il biglietto della signora Bianchi.
Lo aveva piegato con cura anche quella mattina, prima di uscire di casa.
Ogni tanto gli bastava sentire la carta contro il petto per ricordarsi che non si era inventato tutto.
Che lei c’era stata davvero.
Che quelle parole le aveva scritte davvero.
Il sabato successivo entrò nel supermercato una donna sui quarant’anni, con un cappotto beige e il viso stanco di chi ha dormito poco per troppi giorni.
Si fermò davanti alla cassa di Romeo senza mettere nulla sul nastro.
“Lei è Romeo?”
Lui alzò lo sguardo e annuì.
“Lei è la nipote della signora Bianchi.”
La donna rimase sorpresa.
“Sì. Mi chiamo Elena.”
Romeo le indicò la cassa accanto, che era vuota.
“Vuole sedersi un attimo?”
Elena sorrise appena, come fanno le persone che non hanno ancora deciso se piangere o reggere.
Dal suo zaino tirò fuori una scatola di latta, vecchia, con un coperchio pieno di graffi.
“Stavo svuotando la casa di mia zia. Ho trovato questa. Ci sono lettere, scontrini, fotografie… e una cosa che forse dovrebbe vedere lei.”
Romeo appoggiò piano le mani sul banco.
Elena aprì la scatola.
Dentro c’erano fotografie in bianco e nero, bottoni in un sacchettino trasparente, una radiolina tascabile che non funzionava più, e un quaderno piccolo con la copertina verde.
Agli angoli era consumato.
Sembrava un oggetto tenuto spesso in mano.
“Mia zia scriveva di tutto,” disse Elena. “La spesa. Le medicine. Le canzoni che sentiva in tv. Ma nelle ultime pagine parlava soprattutto del palazzo.”
Romeo non disse niente.
Aspettò.
Elena girò il quaderno e glielo porse aperto quasi alla fine.
La grafia era tremante ma chiara.
C’erano nomi. Piani. Piccole frasi.
Signor Terranova, secondo piano. Fa finta di stare bene. Tossisce molto la notte.
Signora Lodi, interno 6. Dice sempre che non le serve niente. Non è vero.
Ragazza col bimbo piccolo, terzo piano. Ha sempre fretta. Sembra sola.
Ricordarsi di guardare se il signor Terranova esce a prendere il giornale.
Romeo lesse in silenzio.
Poi voltò pagina.
C’era scritto solo una frase.
Quando si invecchia si rischia di sparire piano. Bisogna guardarsi a vicenda.
Romeo passò il pollice sul bordo del foglio come se avesse paura di rovinarlo.
Elena abbassò gli occhi.
“Io vivevo a Bologna. Venivo poco. Telefonavo meno di quanto avrei dovuto. Credevo che zia fosse una di quelle persone che se la cavano sempre.”
Fece un respiro breve.
“Invece lei teneva in piedi mezzo pianerottolo e io non lo sapevo neppure.”
Romeo chiuse il quaderno molto piano.
“Lei guardava gli altri,” disse.
“Sì,” rispose Elena. “E credo che avesse capito che lei faceva lo stesso.”
Rimasero in silenzio per qualche secondo.
Poi Romeo riaprì il quaderno alla pagina del signor Terranova.
“Abita ancora lì?”
Elena annuì.
“Credo di sì.”
Romeo guardò l’orologio appeso in alto. Mancava poco alla chiusura.
Il signor Rinaldi, che da lontano aveva capito il tono della conversazione, si avvicinò senza fare domande inutili.
Romeo gli mostrò solo la pagina.
Il direttore lesse, poi si passò una mano sul mento.
“Chiudiamo in dieci minuti,” disse. “Poi andiamo.”
Quella sera il palazzo di via dei Tigli aveva la stessa aria malinconica dell’altra volta.
Stesse cassette della posta gonfie. Stesso odore di chiuso sulle scale.
Solo che stavolta non c’era il timore di trovare una porta chiusa.
C’era qualcosa di più difficile.
La paura di essere arrivati di nuovo troppo tardi.
Al secondo piano bussarono tre volte.
Nessuna risposta.
Romeo si chinò appena verso la porta.
“Signor Terranova? Sono Romeo. Del supermercato.”
Silenzio.
Poi, da dentro, un colpo secco. Come qualcosa che urta un mobile.
Elena trattenne il fiato.
Il signor Rinaldi bussò più forte.
Passarono alcuni secondi lunghissimi.
Alla fine si sentì la chiave girare male, due volte, e la porta si aprì di pochi centimetri.
Un uomo magro, con la barba bianca fatta male e un golf aperto sopra la canottiera, li guardò come se non capisse bene da dove fossero usciti.
Aveva gli occhi lucidi di febbre.
“Scusate,” mormorò. “Pensavo fosse il postino.”
Romeo lo guardò un istante e capì subito.
L’appartamento aveva l’odore di chi è stato malato da solo.
“È riuscito a mangiare?” chiese.
Il signor Terranova fece una mezza smorfia che voleva sembrare un sorriso.
“Due cracker. Forse tre.”
Il frigorifero era quasi vuoto.
Sul tavolo c’era una tazza con dentro del tè freddo da ore.
Nessuna scena drammatica. Nessun disordine enorme.
Solo quella forma di abbandono silenzioso che da fuori non fa rumore e per questo nessuno la sente.
Elena si voltò di lato per asciugarsi gli occhi senza farsi vedere.
Il signor Rinaldi scese a prendere acqua, latte e qualche cosa morbida da mangiare nel borsone che aveva lasciato in auto.
Romeo restò accanto al signor Terranova.
“Ha qualcuno da chiamare?”
L’uomo scosse la testa.
“Mio figlio è in Svizzera. Lavora. Non volevo disturbarlo.”
Quella frase Romeo l’aveva già sentita.
Con parole diverse.
Con la stessa tristezza.
Gli anziani soli, pensò, sembrano tutti convinti di dover chiedere scusa perfino per il fatto di avere bisogno.
Quando il signor Rinaldi tornò, appoggiò la spesa sul tavolo senza fare commenti.
Elena, che fino a quel momento si era sentita quasi un’estranea nella vita di sua zia, fece una cosa semplice.
Rimboccò la coperta sulle gambe del signor Terranova.
“Domani torno io,” disse.
Lui alzò gli occhi su di lei.
“Lei chi è?”
Elena ebbe un piccolo cedimento nella voce.
“La nipote della signora Bianchi.”
L’uomo restò zitto.
Poi annuì piano.
“Allora capisco.”
Quella sera, tornando verso il parcheggio, nessuno parlò per un po’.
Era già buio.
Le insegne dei negozi vicini tremavano nella foschia fredda.
Fu Elena a rompere il silenzio.
“Mia zia non era sola come pensavo,” disse. “Era sola e basta. Ma intanto cercava di non lasciare soli gli altri.”
Romeo guardò davanti a sé.
“Sì.”
“E noi?” chiese lei.
Romeo ci pensò.
Poi rispose con la sua semplicità ostinata.
“Noi possiamo continuare.”
Da quella settimana cominciò tutto senza che nessuno lo chiamasse in nessun modo.
Nessun progetto scritto.
Nessun cartello.
Solo persone che avevano capito una cosa troppo importante per lasciarla passare.
In sala pausa comparve un quaderno nuovo.
Lo portò il signor Rinaldi.
Copertina blu, righe semplici.
Sulla prima pagina non scrisse slogan.
Scrisse solo:
Clienti abituali da tenere d’occhio. Se uno sparisce, ce ne accorgiamo.
Fu una collega del banco salumi la prima ad aggiungere un nome.
Signora Volpi. Se non viene il lunedì, chiedere alla figlia che passa il mercoledì.
Poi uno del magazzino ne aggiunse un altro.
Signor Mazzetti. Ha il bastone. Aiutarlo con le casse d’acqua.
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