Quattro ragazzi calpestarono il tricolore di suo figlio: il gesto inatteso del vecchio lasciò il paese senza parole

Le lettere erano scolorite.

Paolo guardò la casa.

«Vive solo?»

«Da cinque anni.»

«Ha altri figli?»

Vittorio strinse il tricolore.

«Una figlia. Elena.»

«Abita lontano?»

«A Milano.»

Disse il nome della città come se fosse una colpa.

Elena aveva cinquantadue anni e lavorava in un grande ufficio amministrativo.

Telefonava ogni due settimane.

Mandava soldi che Vittorio non chiedeva.

A Natale arrivava con il marito, due valigie e una fretta che si sentiva ancora prima che parcheggiassero.

Tra lei e il padre c’era una crepa nata il giorno del funerale di Marco.

Elena aveva gridato che suo fratello non sarebbe dovuto partire.

Vittorio aveva risposto che Marco aveva fatto il proprio dovere.

«Il suo dovere verso chi?» aveva urlato lei. «Di certo non verso mamma. Non verso di me.»

Da allora avevano continuato a volersi bene senza più sapere come dimostrarlo.

Sulla porta, Andrea chiese:

«Possiamo entrare un momento?»

Vittorio avrebbe preferito dire di no.

La casa era in disordine.

Sul tavolo c’erano due tazze, anche se ne usava una sola.

La seconda apparteneva a Teresa.

Non era mai riuscito a riporla.

Ma li fece entrare.

Paolo notò subito la fotografia sul mobile.

Marco sorrideva in divisa, con un braccio intorno alle spalle di Elena.

Dietro di loro, Teresa reggeva una torta.

Vittorio era in un angolo, più giovane, con i capelli ancora neri e l’espressione severa di chi crede di avere tutto il tempo del mondo per diventare affettuoso.

«Quello è lui?» chiese Andrea.

«Sì.»

«Le somigliava.»

Vittorio fece un sorriso amaro.

«No. Lui sapeva sorridere.»

Preparò il caffè nella vecchia caffettiera.

I due uomini non fecero domande inutili.

Rimasero seduti in cucina mentre Vittorio raccontava di Marco.

Non delle missioni.

Non delle medaglie.

Raccontò che da bambino rubava le olive dalla dispensa.

Che cantava male.

Che aveva paura dei temporali, ma non lo confessava.

Che a diciott’anni aveva promesso alla madre di rifare il tetto della casa.

«Non ci riuscì», disse Vittorio.

Guardò il soffitto.

Una macchia d’umidità si allargava vicino alla finestra.

«Prima di partire l’ultima volta mi disse una cosa.»

Andrea attese.

«Mi disse: “Papà, se non torno, non chiuderti dentro”.»

Vittorio abbassò lo sguardo.

«Gli risposi di non dire sciocchezze.»

«E poi?» domandò Paolo.

«Poi non è tornato.»

Il cucchiaino tremò contro la tazzina.

«E io mi sono chiuso dentro.»

Andrea osservò il tricolore sul tavolo.

«Forse oggi suo figlio ha trovato il modo di farla uscire.»

Vittorio scosse la testa.

«Io non credo ai segni.»

«Neanch’io», disse Andrea. «Ma credo alle promesse dimenticate.»

Quella sera, poco dopo le nove, il telefono di Vittorio cominciò a suonare.

Prima chiamò il fornaio del paese.

Poi la signora Mirella, che abitava di fronte.

Poi il proprietario del bar sotto i portici.

Tutti parlavano dello stesso video.

Qualcuno lo aveva pubblicato in rete prima che Davide fingesse di spegnere il telefono.

In poche ore era stato condiviso migliaia di volte.

Si vedeva tutto.

Le risate.

Il tricolore a terra.

La scarpa di Davide.

Vittorio che diceva “per favore”.

L’arrivo di Andrea e Paolo.

E infine quelle parole:

“Non dovevi sapere chi fosse mio figlio per evitare di umiliare un vecchio.”

Vittorio chiuse le tende.

Non voleva essere visto.

Alle dieci bussarono alla porta.

Era Mirella con una pentola di minestra.

«Non hai cenato.»

«Non ho fame.»

«Non te l’ho chiesto.»

Entrò senza aspettare il permesso.

Aveva settantaquattro anni, i capelli color rame e la stessa energia che aveva quando vendeva stoffe al mercato.

Conosceva Vittorio da quando andavano a scuola.

Aveva partecipato al matrimonio suo e di Teresa.

Aveva vegliato Marco da neonato.

Negli ultimi anni Vittorio aveva cominciato a evitarla perché Mirella diceva sempre la verità.

«Fuori c’è gente», disse lei.

«Mandali via.»

«Non sono giornalisti. Sono vicini.»

«Peggio.»

Mirella posò la minestra sul tavolo.

«Peggio perché ti conoscono?»

«Peggio perché adesso mi guarderanno con pietà.»

«Ti sbagli.»

Aprì appena la tenda.

Sul marciapiede c’erano una decina di persone.

Il farmacista.

Due donne del coro parrocchiale.

Il meccanico con la moglie.

Un uomo che Vittorio vedeva ogni mattina al bar senza avergli mai rivolto più di un cenno.

Nessuno gridava.

Nessuno fotografava.

Erano semplicemente lì.

Uno aveva portato dei fiori.

Un altro teneva in mano una vecchia fotografia.

«Perché?» chiese Vittorio.

Mirella si voltò.

«Perché il paese si era dimenticato di te.»

La frase fece male.

«E tu ti eri dimenticato del paese», aggiunse.

Vittorio si sedette.

«Teresa avrebbe aperto la porta.»

«Teresa avrebbe già messo l’acqua per la pasta.»

Lui sorrise nonostante tutto.

Mirella gli porse la giacca.

«Allora?»

«Allora cosa?»

«Vuoi continuare a tradire la promessa fatta a tuo figlio?»

Vittorio uscì.

Il piccolo gruppo tacque.

Il meccanico si tolse il berretto.

La farmacista gli strinse la mano.

Un uomo anziano avanzò appoggiandosi a un bastone.

Si chiamava Gino, aveva lavorato per trent’anni nelle ferrovie e aveva perso un fratello durante il servizio militare molti decenni prima.

Gli mostrò la fotografia.

«Non ne parlo quasi mai», disse. «Mia moglie dice che quando taccio troppo divento cattivo.»

Vittorio guardò l’immagine di due giovani sorridenti davanti a un treno.

«Come si chiamava?»

«Renato.»

Vittorio ripeté quel nome.

Gino si asciugò gli occhi.

Subito dopo parlò una donna.

Poi un’altra.

Non raccontavano soltanto di soldati o di uniformi.

Parlavano di padri morti sul lavoro.

Di figli emigrati senza tornare.

Di fratelli scomparsi troppo presto.

Di madri che avevano tenuto apparecchiato un posto vuoto per anni.

Il tricolore aveva aperto una porta.

Dietro quella porta non c’era la politica.

C’erano persone.

Assenze.

Promesse.

Alle undici arrivò Elena.

Scese da una macchina presa a noleggio con il cappotto ancora aperto e il viso sconvolto.

Attraversò la strada quasi correndo.

«Papà!»

Vittorio rimase immobile.

Non la vedeva da Pasqua.

Elena lo abbracciò con tanta forza da fargli male alle costole.

«Ho visto il video. Ti hanno fatto qualcosa? Sei caduto? Perché non mi hai chiamata?»

«Sto bene.»

«Non stai bene. Hai quasi ottant’anni e vai in giro da solo con…»

Si fermò vedendo il tricolore tra le sue mani.

Il volto le cambiò.

«Ancora quello.»

Le persone intorno si allontanarono con discrezione.

Vittorio irrigidì le spalle.

«Non è “quello”.»

«Papà, sono passati ventidue anni.»

«Lo so contare.»

«Tu non vivi più. Tu custodisci una tomba.»

Mirella fece per intervenire, ma Gino la fermò.

Quella discussione non era nata quella sera.

Aspettava da ventidue anni.

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