La ragazzina entrò senza rispondere.
Si fermò al centro della stanza e guardò lentamente ogni cosa.
Il letto senza lenzuola abbinate.
Le medicine allineate sul davanzale.
Una vecchia fotografia di Marco, Elena e Chiara appoggiata sopra il mobile.
Nella foto erano tutti abbronzati, in riva al mare.
Marco aveva Chiara sulle spalle.
Lei rideva mostrando due denti mancanti.
La ragazzina prese la fotografia.
«Sua figlia?»
«Sì.»
«Dov’è?»
«Ha la sua vita.»
«E lei?»
Marco si strinse nelle spalle.
«Questa è la mia.»
La ragazzina posò la fotografia.
«No.»
«Come sarebbe a dire no?»
«Questa è la sua stanza. Non è la sua vita.»
Marco sentì la gola chiudersi.
«Sei venuta per farmi la predica?»
«Lei ha perso molto più delle gambe.»
«Non sai niente di me.»
«So che non apre le tende la mattina.»
Marco rimase immobile.
«So che conserva una tazza scheggiata perché era di sua madre.»
Lui guardò la tazza sul lavello.
«So che ogni domenica apparecchia per due, anche se mangia da solo.»
Marco strinse le mascelle.
«Chi ti ha raccontato queste cose?»
«Nessuno.»
«Allora come fai a saperle?»
La ragazzina si inginocchiò davanti alla carrozzina.
«Perché il dolore parla. Basta ascoltarlo.»
Marco cercò di allontanarsi, ma lei appoggiò entrambe le mani sulle sue ginocchia.
«Aspetta.»
«Adesso si alzi.»
Marco quasi rise.
«Non posso.»
«Può.»
«Le mie gambe non mi reggono.»
«Non lo sa.»
«Lo so benissimo.»
«No. Lei ricorda soltanto quello che le hanno detto.»
Marco scosse la testa.
«Non capisci. Ho provato centinaia di volte. Sono caduto. Mi sono spaccato il labbro. Una volta sono rimasto per terra due ore perché il telefono era sul tavolo.»
«Adesso non è solo.»
Marco guardò quelle mani sottili.
«Se cado, non riuscirai a sollevarmi.»
«Non cadrà come prima.»
«E come cadrò?»
«Verso la vita.»
Il dolore arrivò lentamente.
Non fu una fitta improvvisa come quella del pomeriggio.
Fu una corrente profonda, calda, che si accese nella schiena e scese lungo le cosce.
Marco trattenne un grido.
I muscoli delle gambe si contrassero.
Per la prima volta dopo sei anni vide il proprio ginocchio muoversi senza usare le mani.
«Hai visto?»
La sua voce era poco più di un soffio.
La ragazzina non sembrò sorpresa.
«Appoggi i piedi.»
Marco guardò in basso.
I piedi erano già sul pavimento.
«Li sento.»
La parola gli uscì spezzata.
«Li sento davvero.»
Avvertiva il freddo delle mattonelle attraverso le calze.
Una sensazione comune.
Banale.
La sensazione più meravigliosa della sua vita.
Cominciò a piangere.
«Adesso si alzi.»
Marco afferrò i braccioli.
Le mani gli tremavano.
Spinse.
Il busto si sollevò di pochi centimetri, poi ricadde.
«Non ce la faccio.»
«Ancora.»
Marco provò una seconda volta.
Le braccia urlavano per lo sforzo.
Le gambe tremavano, ma reagivano.
Il corpo si sollevò più in alto.
Per un attimo rimase sospeso tra la carrozzina e il pavimento.
Poi ricadde sul sedile.
«Non posso.»
«Lei ha paura.»
«Certo che ho paura!»
La voce di Marco riempì la stanza.
«Sai cosa succede quando un uomo come me ricomincia a sperare? Se non funziona, perde anche quel poco che gli resta. Io ho già accettato tutto. Ho accettato mia moglie che se ne va. Mia figlia che non telefona. Gli amici che cambiano strada. Ho accettato perfino di chiedere l’elemosina.»
La ragazzina lo guardò senza abbassare gli occhi.
«Non ha accettato.»
«E tu cosa ne sai?»
«Lei si è arreso.»
Quelle parole lo colpirono in pieno petto.
Marco batté un pugno sul bracciolo.
«È facile parlare quando hai tredici anni.»
Sul viso della ragazzina passò un’ombra.
«Non sempre.»
Marco la fissò.
Per la prima volta notò un piccolo strappo all’altezza del fianco del vestito. Attorno alla stoffa consumata c’era una macchia scura, quasi scolorita dal tempo.
«Che cosa ti è successo?»
Lei strinse le mani sulle sue ginocchia.
«Si alzi, Marco.»
Lui si irrigidì.
«Non ti ho detto il mio nome.»
«Si alzi.»
La corrente nelle gambe diventò più forte.
Marco afferrò i braccioli.
Spinse con tutto il corpo.
Le ginocchia si distesero.
I piedi premettero contro il pavimento.
Il bacino si sollevò.
Per un istante infinito, Marco rimase in piedi.
Le gambe tremavano come rami sottili sotto il vento.
La schiena si piegava.
Le braccia cercavano un appoggio che non c’era.
Ma era in piedi.
«Sto… sto in piedi.»
Rise.
Una risata sgraziata, mescolata ai singhiozzi.
Fece un piccolo movimento con il piede destro.
Non era ancora un passo.
Ma bastò a fargli perdere l’equilibrio.
Cadde sulle ginocchia.
Il dolore fu reale.
Marco lo accolse come un dono.
Toccò il pavimento, poi le cosce, poi i polpacci.
Rideva e piangeva insieme.
«Sento tutto.»
Alzò la testa.
La ragazzina era già vicino alla porta.
«Aspetta.»
Lei appoggiò una mano sulla maniglia.
«Non andare via.»
«Devo.»
«Dimmi chi sei.»
La ragazzina rimase in silenzio.
«Ti porterò dai servizi sociali. Troveremo i tuoi genitori. Puoi restare qui stanotte. Ti preparo il letto e io dormo sulla sedia.»
«Non può aiutarmi in quel modo.»
«Allora dimmi come.»
«Facendo qualcosa domani.»
«Cosa?»
«Camminare.»
Marco si trascinò fino alla carrozzina e vi si appoggiò.
«Tornerai?»
«Il mio nome non conta.»
«Per me conta.»
La ragazzina aprì la porta.
«Conta quello che farà lei dopo.»
Uscì nel corridoio.
Marco si issò sulla carrozzina e la seguì.
Quando raggiunse il portone, la strada era vuota.
La pioggia cadeva fitta sotto i lampioni.
Non c’erano impronte di piedi nudi sul marciapiede bagnato.
Quella notte Marco non dormì.
Provò a muovere le dita dei piedi.
Prima il destro.
Poi il sinistro.
Ogni piccolo movimento gli provocava una risata incredula.
All’alba si trascinò fino al tavolo.
Si sollevò aggrappandosi al bordo.
Le gambe lo sostennero per cinque secondi.
Poi dieci.
Poi venti.
Alle sette e mezza riuscì a fare il primo passo.
Il piede destro avanzò di pochi centimetri.
Il sinistro lo seguì strisciando.
Marco si fermò, ansimando.
Il monolocale sembrava diventato improvvisamente enorme.
Dal letto alla finestra c’erano soltanto quattro metri.
Lui impiegò quasi mezz’ora per percorrerli.
Quando arrivò, aprì le tende.
La luce entrò nella stanza.
Era la prima volta dopo mesi.
La vicina del piano di fronte, la signora Teresa, lo vide dalla finestra e lasciò cadere la molletta che teneva in mano.
Teresa aveva settantadue anni, capelli sempre tinti di un rosso troppo acceso e una curiosità che attraversava i muri.
«Marco?»
Lui si aggrappò al davanzale.
«Buongiorno, Teresa.»
La donna spalancò la bocca.
«Tu sei in piedi.»
«Pare di sì.»
Teresa gridò così forte che il marito uscì sul pianerottolo in canottiera.
Nel giro di dieci minuti mezzo condominio era davanti alla porta di Marco.
Il pensionato del secondo piano portò un bastone.
La ragazza straniera che abitava accanto gli preparò un caffè.
Il fruttivendolo della strada arrivò con una cassetta di arance, senza sapere bene perché.
Marco non ricordava l’ultima volta in cui così tante persone erano entrate in casa sua.
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





