Urla al piano di sopra, poi la folla crolla nel panico: nessuno capisce chi sia davvero quell’uomo pallido

Il giorno in cui il centro commerciale impazzì: nessuno capì chi fosse quell’uomo pallido, finché la folla cominciò a cadere a terra uno dopo l’altro

Marco Rinaldi aveva appena preso il numerino vicino al chiosco delle focacce quando sentì il primo urlo.

Non era il gridolino di qualche ragazzino annoiato nell’area giochi.
Era un urlo vero. Secco. Alto. Di quelli che ti entrano nello stomaco prima ancora che nella testa.

Tutti si girarono verso il piano di sopra.

Qualcuno rise per nervosismo.
Un signore disse che magari qualcuno era inciampato sulle scale mobili.
Una ragazza mormorò: “Figurati, sarà la solita scenata”.

Poi arrivò il secondo urlo.

E subito dopo un tonfo così forte da far vibrare persino il corrimano.

Marco lasciò cadere il sacchetto con la focaccia ancora calda e si precipitò verso la balaustra.

Il secondo piano non era nel panico.

Era peggio.

Era in fuga.

Persone che correvano in tutte le direzioni.
Borse che volavano per terra.
Espositori rovesciati.
Una piccola bancarella di accessori che si inclinò di lato e crollò con un rumore metallico che fece sussultare tutti.

“Che sta succedendo lassù?” urlò Marco.

Ma nessuno gli rispose.

Le voci si accavallavano.
I passi battevano sul pavimento come grandine.
Da sopra, una donna gridò solo due parole:

“SCAPPATE! ORA!”

Il cuore di Marco cominciò a martellare.

Due addetti alla sicurezza cercavano di fermare la gente, allargando le braccia, parlando tutti insieme, ma nessuno li ascoltava più.
Quando la paura si mette in mezzo, la voce degli altri smette di contare.

Marco non sapeva cosa stesse arrivando.

Sapeva solo che stava arrivando in fretta.

E poi lo vide.

Anzi, vide lui.

All’inizio non capì nemmeno bene cosa stesse guardando.

Un uomo alto, magro, con la pelle chiarissima, quasi grigia sotto le luci del centro commerciale, avanzava in mezzo alla folla del secondo piano.

Non correva.

Non spingeva.

Non urlava.

Camminava e basta.

Lentissimo.

Rigido.

Come se il suo corpo non gli appartenesse davvero.
Come se qualcuno, da lontano, lo stesse tirando avanti con fili invisibili.

La gente si allontanava da lui come si scansa il fuoco.

Aveva i vestiti strappati, non sporchi di sangue, ma rovinati male, come se fosse passato in mezzo a vetri rotti o ferri storti.
Le mani gli tremavano in modo violento.
Non era un tremore normale. Non era freddo. Non era stanchezza.

Sembrava che tutto il suo corpo stesse combattendo contro qualcosa che gli stava dentro.

Ma erano gli occhi la cosa peggiore.

Spalancati.
Vuoti.
Persi.

Occhi che si posavano su ogni persona in movimento come se la vedessero e insieme non la vedessero affatto.

Marco si aggrappò al corrimano.

“Ma quello è malato?” sussurrò una signora vicino a lui.

“Nessuno gli si avvicini!” gridò qualcuno più in là.

L’uomo continuò a camminare.

E fu in quel momento che la scena diventò assurda.

Una coppia che correva per allontanarsi gli passò troppo vicino.

Non ci fu contatto.

Nessuno spinse nessuno.

Nessuno cadde inciampando.

Eppure il ragazzo si bloccò di colpo, portò una mano alla testa e crollò a terra come se qualcuno gli avesse tolto la corrente da dentro.
La ragazza fece altri due passi, si voltò per chiamarlo, sbatté le palpebre come se non riuscisse più a mettere a fuoco, e cadde anche lei.

Svenuti.

Così, dal nulla.

Marco sentì la gola chiudersi.

Un attacco?
Un gas?
Una fuga tossica?
Un guasto negli impianti?
Una specie di esercitazione impazzita?

Il cervello cercava spiegazioni normali.

Ma davanti a lui non c’era niente di normale.

Una madre, con un bimbo di forse due anni in braccio, spuntò di corsa dal corridoio dei negozi.
Aveva il viso disfatto, i capelli attaccati alla fronte, il fiato rotto dal panico.
Scivolò su qualcosa lasciato per terra, perse l’equilibrio e finì in ginocchio proprio a pochi passi da quell’uomo.

Il bambino si mise a piangere subito.

L’uomo si fermò.

Piegò appena la testa di lato.

E alzò una mano tremante verso il piccolo.

Marco si sentì gelare.

Non lo toccò neppure.

Nemmeno sfiorato.

Ma la donna spalancò gli occhi, come se avesse visto qualcosa di terribile davanti a sé, poi li rovesciò all’indietro e crollò di lato, immobile.

Il bambino rimase lì, urlando.

Fu allora che Marco smise di pensare.

Scattò.

Spinse via una signora che gli si era piazzata davanti, salì di corsa verso la rampa, superò due persone ferme per lo shock e si buttò in mezzo al passaggio.

“Da questa parte! Fate largo!” gridò.

Si chinò, prese il bambino in braccio e trascinò la donna per le spalle verso una colonna laterale.
Era svenuta, ma respirava.
Il piccolo si aggrappò al collo di Marco piangendo così forte da tremare tutto.

“Va tutto bene, va tutto bene…” mentì lui, senza crederci nemmeno per un secondo.

Poi sentì addosso una presenza.

Alzò lo sguardo.

L’uomo pallido si era voltato verso di lui.

Per un istante il centro commerciale scomparve.

Marco non vide più le persone.
Non sentì più le urla.
Non sentì più neppure il bambino.

Sentì solo una pressione dentro la testa.

Come un ronzio.

No, peggio.

Come cento voci lontane, tutte insieme, tutte troppo vicine, come se gli stessero parlando dentro il cervello in una lingua che non conosceva ma che il suo corpo capiva benissimo.

Fece un passo indietro.

Le ginocchia gli cedettero quasi.

Il bordo delle cose si fece sfocato.

Il pavimento sembrò inclinarsi.

“Marco!”

Qualcuno lo chiamava. Forse da lontano. Forse accanto.

Non capì.

Le luci del centro commerciale tremolarono.

Una volta.

Due volte.

Poi si spense tutto.

Di colpo.

Buio pieno.

Un buio innaturale.

Niente insegne luminose.
Niente schermi pubblicitari.
Niente musica di sottofondo.
Niente allarmi d’emergenza.

Solo urla.

Urla vere, stavolta da ogni direzione.

Qualcosa di metallico cadde da qualche parte.
Qualcuno corse e urtò contro una vetrina.
Un bambino gridò “Mamma!” con una voce talmente disperata che a Marco si strinse il petto.

Lui rimase fermo, il piccolo stretto al petto, una mano ancora appoggiata alla spalla della donna svenuta.

Respirava forte.

E in quel buio sentì un altro respiro.

Vicino.

Troppo vicino.

Si bloccò.

Il bambino smise di piangere per un secondo, come se anche lui avesse capito che qualcosa era lì davanti.

Marco non vedeva nulla, ma lo sentiva.

Qualcuno.

Qualcosa.

Poi, all’improvviso, scattarono le luci di emergenza.

Fredde.

Deboli.

A intermittenza.

E quello che Marco vide gli fermò il sangue.

L’uomo pallido non era più solo.

Dal corridoio vicino al cinema stavano uscendo altri sei.

Sei figure diverse, ma identiche nel modo di muoversi.
Passi lenti.
Corpi rigidi.
Teste leggermente inclinate.
Vestiti rovinati.
Mani tremanti.

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