Nel supermercato lo prendevano tutti per il più lento del reparto. Finché fu l’unico ad accorgersi che una signora anziana era sparita da giorni.
“Le sollevo io il cestino?”
Romeo si era già mosso prima ancora che la signora finisse di parlare.
Lavorava da undici anni in un piccolo supermercato alla periferia di una città di provincia, nel Nord Italia.
Sempre lo stesso gilet blu. Lo stesso cartellino. Gli stessi gesti calmi.
Non era il più veloce del negozio. Lo sapevano tutti.
Alla cassa impiegava a volte qualche secondo in più.
Tra gli scaffali sistemava tutto con una cura quasi commovente.
Le uova non finivano mai sotto le bottiglie. Il pane non stava mai in mezzo alle scatole di latta. I prodotti freschi e quelli secchi li divideva come se fosse una questione di rispetto.
E parlava con le persone come se contassero davvero.
Senza finta gentilezza.
Senza esagerare.
Solo con sincerità.
“Come va oggi?”
“Le fragole stavolta sembrano buone.”
“Vuole che l’accompagni fino alla porta?”
Alcuni clienti gli volevano bene.
Altri gli passavano davanti come se non esistesse.
E poi c’erano quelli che gli parlavano con quel tono lento e falso, che non è gentilezza ma superiorità.
Romeo non litigava mai.
Non alzava mai la voce.
Andava avanti e basta.
Tutti i giovedì, verso le tre e un quarto, arrivava la signora Bianchi.
Piccola di statura. Cardigan chiaro anche quando faceva caldo. La borsa stretta con due mani. La lista della spesa piegata per bene.
Comprava quasi sempre le stesse cose.
Banane. Pane. Latte. Una scatola di minestra. A volte un piatto pronto, se era in offerta.
Romeo la notava sempre.
Quando passava alla sua cassa diventava ancora più delicato del solito.
Sistemava la spesa con attenzione, l’aiutava con la borsa e spesso restava fermo a guardarla finché non usciva bene dal negozio con il suo carrellino.
Poi arrivò un giovedì in cui la signora Bianchi non si presentò.
Romeo guardò più volte verso la porta.
Alle 15:15.
Alle 15:30.
Alle quattro.
Lei non arrivò.
“Forse oggi fa la spesa da un’altra parte”, disse una collega.
Romeo scosse la testa.
“No. Lei viene sempre il giovedì.”
La settimana dopo non arrivò neppure.
A fine turno rimase davanti all’ufficio del responsabile, stringendo il bordo del gilet tra le dita.
“Secondo me alla signora Bianchi è successo qualcosa.”
Il direttore, il signor Rinaldi, alzò lo sguardo dai fogli.
“A chi?”
“All’anziana con il cardigan chiaro. Quella che prende sempre banane e minestra. Il giovedì.”
Il signor Rinaldi sospirò.
“Romeo, a volte la gente smette di venire. Succede.”
“No”, disse lui piano. “Non così.”
Il signor Rinaldi rimase in silenzio per un momento.
In tutti quegli anni aveva visto spesso Romeo accorgersi di cose che agli altri sfuggivano.
Quando una collega aveva mal di testa.
Quando un cliente abituale comprava porzioni più piccole perché a casa mancava qualcuno.
Quando una persona sorrideva triste facendo finta che andasse tutto bene.
Romeo stava attento alle persone. Era il suo dono.
“Come fai a sapere dove abita?” gli chiese.
“Una volta l’ho accompagnata fino al portone perché pioveva forte. Via dei Tigli. Terzo piano.”
Il signor Rinaldi posò la penna.
“Va bene”, disse. “Andiamo.”
Il palazzo aveva già da fuori un’aria malinconica.
Intonaco rovinato. Corrimano storto. Cassette della posta troppo piene.
Al terzo piano Romeo bussò subito.
Nessuna risposta.
Bussò di nuovo, più forte.
Proprio mentre il direttore stava quasi per andarsene, da dentro arrivò una voce debole.
“Chi è?”
Romeo si avvicinò.
“Signora Bianchi? Sono Romeo. Del supermercato.”
Ci fu un momento di silenzio.
Poi si sentì la serratura.
La porta si aprì appena.
La signora Bianchi era lì, in pantofole e vestaglia, una mano appoggiata allo stipite. Pallida. Stanca. Mortificata.
“Romeo?”
Lui le fece un piccolo sorriso.
“Non è venuta per due giovedì.”
E allora lei si mise a piangere.
Non forte.
Quel pianto silenzioso di chi è rimasto troppo tempo da solo.
L’appartamento era pulito, ma quasi vuoto.
Una poltrona vicino alla finestra. Una vecchia lampada. Un televisore di un’altra epoca.
Niente pane fresco. Niente frutta. Quasi niente da mangiare.
“Sono caduta”, disse dopo un po’. “Andando in bagno. L’anca. Il medico mi ha detto di non uscire da sola per un po’. Pensavo di riprendermi presto.”
Abbassò gli occhi.
“Invece no.”
Romeo guardò verso la cucina.
“Che cosa ha mangiato?”
Lei provò ad accennare un sorriso.
“Fette biscottate. Tè. Quello che era rimasto.”
Il signor Rinaldi non disse niente.
Romeo sì.
“Di cosa ha bisogno dal negozio?”
La signora Bianchi lo guardò.
“Non devi farlo.”
“Lo so”, rispose lui. “Ma voglio farlo.”
Il giovedì dopo le portò la spesa dopo il lavoro.
Poi di nuovo.
E di nuovo.
All’inizio pagò molte cose di tasca sua.
Quando il signor Rinaldi lo scoprì, si arrabbiò.
Non con la signora Bianchi.
Con Romeo.
“Non puoi continuare a toglierti soldi dallo stipendio per comprare da mangiare a un’altra persona.”
Romeo lo guardò soltanto.
“Ma lei deve pur mangiare.”
La mattina dopo, nell’ufficio, c’era una busta.
Venti euro.
Senza nome.
Poi una collega ne mise dieci. Cinque arrivarono dal magazzino. Altri lasciarono qualche banconota.
A un certo punto lo venne a sapere anche una cliente e volle aiutare.
Dopo qualche settimana, nella sala pausa comparve una scatola per la spesa della signora Bianchi.
Nessuno cercava complimenti.
Davano e basta.
Perché la verità faceva male.
Una donna anziana, in una città piena di gente, stava quasi scomparendo nel silenzio.
E l’unico ad averla cercata era stato il dipendente che alcuni consideravano il meno capace del negozio.
Romeo non capiva mai perché tutti si comportassero come se avesse fatto qualcosa di straordinario.
“È una mia amica”, diceva semplicemente.
Forse bastava quello a spiegare tutto.
Per tre anni le portò la spesa tutti i giovedì.
Si fermava sempre qualche minuto.
A volte la signora Bianchi raccontava di quando ballava in cucina con suo marito. Delle canzoni alla radio. Delle domeniche di una volta.
A volte parlava dei figli, lontani, sempre occupati.
A volte ascoltava soltanto Romeo raccontare il quartiere.
Chi era diventata nonna.
Chi aveva comprato una bici nuova.
Chi aveva dimenticato ancora la lista della spesa.
Lui le portava un pezzetto di mondo.
E le faceva sentire di farne ancora parte.
Quando la signora Bianchi morì nel sonno, di notte, al funerale c’era poca gente.
Una vicina.
Una nipote arrivata da Bologna.
Il parroco.
E Romeo.
Stava seduto in prima fila con la sua camicia più bella e un fazzoletto stretto tra le mani.
Dopo la funzione, la nipote si avvicinò e gli porse una busta.
“Lei è Romeo, vero?”
Lui annuì.
“Mia zia parlava di lei in ogni lettera. Diceva che era stato l’unico a vederla ancora, quando per gli altri era già sparita.”
Dentro c’era un foglietto scritto con una mano tremante.
Grazie per esserti accorto che ero sparita.
Grazie per non esserti dimenticato di me.
Grazie per avermi fatto sentire che contavo ancora.
Romeo lesse quelle righe due volte.
Poi piegò il biglietto con cura e lo mise nel taschino della camicia.
Lavora ancora in quel supermercato.
Mette ancora il pane sopra e le uova dove niente possa romperle.
Chiede ancora se può dare una mano.
E si accorge ancora quando qualcuno, all’improvviso, smette di venire.
Perché il suo vero lavoro non è mai stato solo la cassa o gli scaffali.
Il suo vero lavoro è un altro.
Vede le persone che il resto del mondo, a un certo punto, smette di vedere.
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