Un dodicenne lesse il codice impossibile, ma l’ultima frase costrinse il commissario a riaprire un segreto sepolto

Un ragazzo di dodici anni decifrò il messaggio che nessun esperto capiva, ma l’ultima frase riaprì un segreto sepolto da trent’anni

«Posso leggerlo io.»

La voce arrivò dal fondo del corridoio, oltre la porta di ferro della stanza di custodia.

Era una voce giovane.

Troppo giovane.

Il commissario Davide Rinaldi si voltò lentamente, con entrambe le mani appoggiate sul tavolo d’acciaio e la rabbia che gli batteva nelle tempie.

Sotto la luce bianca del commissariato, il foglio sembrava ancora più assurdo.

Una fila di simboli si intrecciava sulla carta ingiallita: cerchi spezzati, linee doppie, numeri rovesciati, piccole croci e segni simili alle tacche che i vecchi contadini incidevano sulle porte delle stalle.

Non era una lingua.

Non era un disegno.

E non sembrava neppure opera di una persona normale.

In fondo alla pagina, scritto con una penna blu, c’era un unico avvertimento:

AVETE VENTIQUATTRO ORE.

Davide attraversò il corridoio.

Dietro la porta chiusa sedeva un ragazzo magro, con un giubbotto troppo grande e i capelli scuri che gli cadevano sulla fronte.

Avrà avuto dodici anni.

Forse tredici, se la vita gli aveva già rubato qualcosa.

Aveva le mani appoggiate sulle ginocchia e fissava il foglio senza battere le palpebre.

«Come hai detto?»

«Ho detto che posso leggerlo.»

Davide fece una risata secca.

Non perché trovasse la situazione divertente.

Era la risata che gli usciva quando qualcuno cercava di prenderlo in giro nel momento sbagliato.

«Ragazzino, qui non siamo a scuola. E quello non è un indovinello della Settimana Enigmistica.»

Il ragazzo non reagì.

Non si offese.

Non abbassò lo sguardo.

«Non è un indovinello.»

«E che cos’è?»

«Un cifrario a tre livelli.»

La risata morì sulle labbra di Davide.

Alle sue spalle, l’ispettore Sergio Mancini si avvicinò con una tazzina di caffè ormai freddo.

Sergio aveva sessantun anni, la pancia di chi aveva passato troppi turni notturni davanti ai distributori automatici e il modo di parlare dei vecchi uomini di paese: poche parole, tutte pesanti.

«Tre livelli?» domandò.

Il ragazzo annuì.

«Uno antico. Uno matematico. Il terzo è stato inventato da chi ha scritto il messaggio.»

Davide indicò il foglio.

«Dimmi cosa dice.»

«Non posso.»

«Ah, ecco.»

Davide si voltò verso Sergio.

«Un altro piccolo genio da televisione.»

«Non posso ancora», precisò il ragazzo. «Manca la seconda pagina.»

Nel corridoio calò un silenzio innaturale.

Davide tornò a guardarlo.

«Nessuno ha parlato di una seconda pagina.»

«Perché non è fatta di carta.»

Il ragazzo inclinò appena la testa.

«La seconda pagina siete voi.»

Due ore prima, quel ragazzo non esisteva.

Almeno non per il commissariato.

La segnalazione era arrivata poco dopo mezzanotte.

Un custode aveva visto una figura aggirarsi vicino a un vecchio deposito ferroviario abbandonato, nella periferia di Bologna.

Davide e Sergio si aspettavano di trovare qualche ladro di rame, un senzatetto o ragazzi in cerca di un posto dove bere senza essere disturbati.

Avevano trovato soltanto lui.

Era fermo davanti alla rete metallica, con gli occhi rivolti verso i binari coperti di erba.

Non aveva armi.

Non aveva zaino.

Non aveva documenti.

Quando Davide gli aveva chiesto il nome, aveva risposto senza esitazione.

«Elia Conti.»

«Dove abiti?»

«Non lo so.»

«Come sarebbe a dire, non lo sai?»

«La casa dove abitavo non esiste più.»

«E i tuoi genitori?»

Il ragazzo aveva guardato i binari.

«Non lo so.»

Davide aveva pensato a una fuga da una comunità, a un padre violento, a una madre disperata.

Cose già viste.

Cose che, dopo trentacinque anni di servizio, non lo sorprendevano più.

Eppure il nome di Elia non risultava da nessuna parte.

Nessuna iscrizione scolastica.

Nessuna denuncia di scomparsa.

Nessuna cartella sanitaria.

Nessuna fotografia.

Nessun parente.

Era come se fosse comparso quella notte, già dodicenne, dal nulla.

Davide avrebbe dovuto affidarlo ai servizi sociali al mattino.

Poi era arrivato il foglio.

Un pensionato lo aveva trovato sotto una panchina davanti alla chiesa di San Giusto, a tre isolati dal commissariato.

Era avvolto in una busta di stoffa, legata con uno spago.

Niente impronte.

Niente indirizzo.

Niente firma.

Soltanto quei simboli.

E le ventiquattro ore.

Da quel momento il dirigente aveva bloccato le uscite, chiamato gli uffici centrali e ordinato a tutti di restare.

Gli esperti avevano ricevuto una fotografia del messaggio.

Nessuno aveva saputo dire cosa fosse.

Ora un ragazzino senza passato affermava di poterlo leggere.

Davide si avvicinò alla porta.

«Spiegati.»

Elia indicò il tavolo.

«Chi ha scritto il messaggio non vuole solo comunicarvi qualcosa. Vuole vedere come reagite.»

«Chi dovremmo chiamare?»

«Esatto.»

«Non era una domanda.»

«Ma è la risposta.»

Sergio appoggiò la tazzina sul davanzale.

«Stai dicendo che qualcuno ci osserva?»

«Vi osserva da molto prima di questa notte.»

Davide strinse la mascella.

«Chi?»

Elia fissò lui, non Sergio.

«Le persone che conoscono già la sua prossima scelta, commissario.»

Le luci tremolarono.

Solo per un istante.

Ma bastò a far voltare tutti.

La radio sulla scrivania emise un fruscio, poi tornò muta.

Davide sentì una vecchia sensazione risalirgli lungo la schiena.

Non paura.

Qualcosa di peggio.

Il ricordo di aver già vissuto una scena simile.

Il dirigente apparve sulla porta del corridoio.

Aveva il volto tirato e una cartellina rossa sotto il braccio.

«Rinaldi, sala riunioni. Subito.»

Davide fece per seguirlo.

«Commissario», disse Elia.

Davide si fermò.

«Che c’è?»

«Porti con sé il foglio.»

«Perché?»

«Perché tra poco vedrà un uomo che credeva morto.»

Nella sala riunioni le tapparelle erano abbassate.

Sul tavolo c’erano fotografie, vecchie mappe e fascicoli consumati.

Il dirigente chiuse la porta a chiave.

«Quello che vedrai non deve uscire da questa stanza.»

Davide sbuffò.

«È quasi l’una di notte. Abbiamo un ragazzino senza identità, un messaggio cifrato e qualcuno che ci dà ventiquattro ore. Risparmiami il teatro.»

Il dirigente gli porse una fotografia.

Davide la prese.

Per alcuni secondi non riuscì a respirare.

L’immagine era vecchia, scolorita ai bordi.

Mostrava un gruppo di uomini davanti a un edificio di montagna.

Davide era tra loro.

Aveva trent’anni, i capelli ancora neri e lo sguardo ostinato di chi credeva che bastasse fare il proprio dovere per cambiare le cose.

Sul retro della foto era scritto:

PROGETTO LANTERNA – 1997

Davide lasciò cadere la fotografia sul tavolo.

«Quel fascicolo era stato distrutto.»

«No», disse il dirigente. «Era stato nascosto.»

«Da chi?»

«Da persone che non hanno mai smesso di lavorarci.»

Il dirigente aprì la cartellina.

Dentro c’erano elenchi di nomi cancellati con una riga nera, fotografie di bambini e diagrammi che Davide ricordava fin troppo bene.

Progetto Lanterna.

Il nome gli entrò nello stomaco come un pugno.

Era cominciato come uno studio sui bambini con capacità eccezionali.

Memoria fuori dal comune.

Riconoscimento dei modelli.

Comprensione di lingue mai studiate.

Previsione dei comportamenti.

Gli avevano detto che sarebbe servito per trovare persone scomparse, prevenire disastri, individuare minacce.

Davide, allora giovane ispettore, era stato mandato lì per occuparsi della sicurezza.

All’inizio aveva creduto alle promesse.

Poi aveva visto le stanze senza finestre.

Le ore interminabili di test.

I bambini separati dalle famiglie.

Le madri convinte a firmare fogli che non capivano.

I padri tenuti lontani con la scusa del bene nazionale.

Aveva visto bambini trattati come macchine.

Uno in particolare.

Un bambino di sette anni, silenzioso e magro, capace di completare in pochi minuti sequenze che i ricercatori studiavano per settimane.

Si chiamava Tommaso.

Davide aveva cercato di portarlo via.

Il giorno dopo, Tommaso era scomparso.

Gli avevano detto che era stato trasferito.

Poco tempo dopo, il progetto era stato chiuso.

O almeno così aveva creduto.

«Chi ha riaperto il fascicolo?» chiese.

«Non lo sappiamo.»

«E perché adesso?»

Il dirigente indicò il foglio cifrato.

«Perché uno dei simboli corrisponde al tuo numero identificativo di allora.»

Davide si passò una mano sul viso.

Era stanco.

Quella sera avrebbe dovuto essere a casa.

Sua moglie Anna gli aveva preparato la minestra di fagioli, come ogni venerdì d’inverno.

Gli aveva mandato un messaggio alle dieci.

Non aspettare troppo. Domani vengono i ragazzi.

Per “i ragazzi” intendeva i loro figli, anche se avevano ormai quarant’anni e una vita propria.

La domenica avrebbero pranzato tutti insieme.

Lasagne.

Arrosto.

Torta di riso fatta da Anna.

Il nipotino più piccolo avrebbe rovesciato l’acqua.

La figlia maggiore avrebbe discusso con il fratello per qualche sciocchezza.

Davide si sarebbe lamentato del rumore, ma in cuor suo avrebbe ringraziato il cielo.

A sessantadue anni, aveva capito che la felicità non faceva rumore quando arrivava.

Faceva rumore quando rischiavi di perderla.

«Il ragazzino sa tutto», disse.

«Quale ragazzino?»

«Quello che abbiamo trovato al deposito.»

Il dirigente lo guardò confuso.

«Davide, nella relazione non risulta nessun minore.»

Il primo grido arrivò dal corridoio.

Fu breve.

Non drammatico.

Ma sbagliato.

Davide aprì la porta e corse fuori.

Due agenti erano piegati sulle scrivanie.

Tutti gli schermi del commissariato erano diventati neri.

Poi si accesero insieme.

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