Corse in abito bianco dentro un cantiere e chiese a un muratore di sposarla: nessuno immaginava chi fosse davvero quell’uomo
«Mi sposi?»
Il martello scivolò dalle mani dell’uomo con il casco giallo e cadde sul cemento con un colpo secco.
Tutto il cantiere si fermò.
Le betoniere continuarono a girare per qualche secondo, poi qualcuno spense i motori. Persino gli operai sui ponteggi smisero di lavorare e guardarono verso quella donna comparsa dal nulla.
Aveva poco più di quarant’anni, un vestito bianco macchiato di polvere e un tacco spezzato.
Era arrivata correndo attraverso il piazzale, inciampando tra i sacchi di cemento e i mucchi di ghiaia, come se avesse alle spalle un incendio.
O qualcosa di peggio.
«Ha detto davvero quello che ho sentito?» bisbigliò Gino, il capocantiere, un uomo di sessantatré anni con la schiena piegata da una vita passata sui ponteggi.
Nessuno gli rispose.
La donna afferrò le mani sporche dell’operaio.
«Ti pago.»
L’uomo la fissò senza parlare.
Aveva il volto segnato dal sole, qualche filo grigio nella barba e due occhi scuri che non sembravano impressionati né dal vestito costoso né dalla disperazione.
«Ti do quello che vuoi», continuò lei. «Denaro, una casa, un lavoro migliore. Qualunque cosa. Ma devi dire che vuoi sposarmi.»
Dall’impalcatura partì un fischio soffocato.
Gino si tolse il berretto e si grattò la testa.
«Signora, guardi che qui stiamo rifacendo un vecchio albergo. L’ufficio matrimoni è dall’altra parte del paese.»
Qualcuno rise.
La donna no.
Le tremavano così tanto le dita che le perle del braccialetto battevano contro il polso.
L’uomo con il casco giallo abbassò la voce.
«Come si chiama?»
«Eleonora Bellini.»
Il nome bastò a cancellare ogni sorriso.
Anche chi non aveva mai messo piede in un albergo di lusso conosceva la famiglia Bellini.
Da quasi cinquant’anni possedevano strutture sulla costa, vecchie ville trasformate in residenze eleganti, ristoranti affacciati sul mare e terreni che valevano più di interi quartieri.
Nei giornali locali apparivano sempre sorridenti.
Il padre, Vittorio, con il fazzoletto nel taschino.
Eleonora, impeccabile, accanto a lui.
Sotto le fotografie si parlava di tradizione, famiglia e futuro.
Nessuno scriveva mai dei debiti.
Nessuno scriveva delle porte sbattute.
Nessuno scriveva delle urla durante il pranzo della domenica, quando le finestre venivano chiuse perché i vicini non sentissero.
L’uomo raccolse il martello.
«Io sono Matteo.»
«Matteo, ti prego.»
«Non mi conosce.»
«Proprio per questo ti ho scelto.»
Lui socchiuse gli occhi.
«È una ragione piuttosto strana per sposare qualcuno.»
Eleonora si voltò di scatto.
Dall’altra parte della strada, dietro una fila di pannelli metallici, era fermo un grosso fuoristrada nero.
I vetri erano scuri.
Il motore acceso.
Eleonora impallidì.
«Sono loro.»
Matteo seguì il suo sguardo.
«Chi?»
«Gli uomini di mio padre.»
«Perché suo padre dovrebbe mandare degli uomini a cercarla?»
Lei si avvicinò, quasi temesse che il vento potesse portare via le sue parole.
«Perché fra meno di due ore dovrei sedermi accanto a un uomo che non amo e annunciare davanti a cento invitati che lo sposerò.»
Gino smise di sorridere.
Gli altri operai si guardarono.
Erano uomini abituati alle liti, ai mutui, ai figli che non telefonavano e alle mogli che contavano i centesimi al supermercato.
Ma quella storia sembrava uscita da un’altra epoca.
Eppure Eleonora aveva davanti agli occhi la stessa paura che conoscevano tutti.
La paura di perdere la famiglia proprio mentre si cercava di salvarla.
Matteo si tolse lentamente il casco.
«Cominci dall’inizio.»
Eleonora inspirò, ma il fiato le si spezzò in gola.
«Mio padre ha settantadue anni. Negli ultimi tre ha fatto investimenti sbagliati. Non lo ammetterebbe neppure davanti a un giudice, ma il gruppo è pieno di debiti.»
«E il matrimonio dovrebbe sistemare tutto?»
«L’uomo che vuole farmi sposare si chiama Lorenzo Valenti. La sua famiglia controlla una società finanziaria che può rilevare i debiti e salvare gli alberghi.»
«In cambio di lei.»
Eleonora annuì.
«In cambio delle mie quote.»
La madre di Eleonora era morta sette anni prima, lasciandole una parte importante del patrimonio di famiglia.
Per molto tempo Vittorio aveva considerato quelle quote poco più di una formalità.
Sua figlia non aveva mai alzato la voce.
Aveva studiato ciò che lui aveva deciso.
Aveva lavorato negli uffici che lui aveva scelto.
Aveva rinunciato a un compagno perché, secondo Vittorio, non apparteneva al loro ambiente.
Aveva persino continuato a sedersi ogni domenica alla grande tavola di noce, sorridendo davanti ai parenti mentre suo padre decideva la sua vita tra una portata e l’altra.
Poi i conti avevano cominciato a crollare.
Lorenzo Valenti aveva offerto denaro.
Molto denaro.
Ma non voleva soltanto un accordo commerciale.
Voleva il nome Bellini, le proprietà sulla costa e il controllo delle quote di Eleonora.
«Mio padre dice che un matrimonio tra noi rassicurerebbe le banche e il paese», spiegò lei. «Dice che sembreremmo una famiglia forte.»
Matteo fece una smorfia.
«Sembrereste.»
Quella parola colpì Eleonora più di uno schiaffo.
Sembrereste.
Era tutta la sua vita.
Sembravano felici alle feste.
Sembravano uniti ai funerali.
Sembravano generosi quando consegnavano assegni davanti ai fotografi.
Sembravano una famiglia esemplare mentre, dietro le persiane chiuse, suo padre la chiamava ingrata perché non voleva vendersi.
«Lorenzo non è l’uomo che mostra davanti agli altri», disse Eleonora. «Quando siamo soli, decide come devo vestirmi, chi posso vedere, perfino cosa devo dire. Ha già preparato un elenco del personale che vuole licenziare appena prenderà il controllo.»
Gino abbassò gli occhi.
Suo cognato lavorava da ventisette anni in uno degli alberghi dei Bellini.
«Quante persone?» domandò Matteo.
«Più di duecento.»
Nel cantiere calò un silenzio pesante.
Non erano più soltanto i problemi di una ricca ereditiera.
C’erano cuochi con il mutuo.
Cameriere con figli all’università.
Giardinieri vicini alla pensione.
Donne che avevano cominciato a rifare i letti quando Eleonora era ancora una bambina e che ora rischiavano di essere cacciate per far sembrare più pulito un bilancio.
«Stamattina ho trovato i documenti», continuò lei. «Dopo il matrimonio, Lorenzo avrebbe ottenuto la delega sulle mie quote. Mio padre lo sapeva.»
«Glielo ha chiesto?»
«Ho fatto di peggio.»
«Cioè?»
«Gli ho detto che avrei raccontato tutto davanti agli invitati.»
Matteo la guardò a lungo.
«E lui?»
«Mi ha chiusa nella stanza di mia madre.»
Gino sollevò di scatto il capo.
«Come sarebbe a dire, chiusa?»
«Ha detto che avevo bisogno di calmarmi. Che stavo rovinando il nome della famiglia. Che una figlia perbene non umilia suo padre in pubblico.»
Eleonora aveva aspettato che la governante portasse il vassoio del pranzo.
Poi era uscita dalla porta di servizio, aveva attraversato il giardino e si era messa a correre.
La villa dove si sarebbe tenuto l’annuncio del fidanzamento distava meno di un chilometro dal cantiere.
Da lontano aveva visto gli operai.
Uomini comuni, con le magliette sudate e il pranzo portato da casa.
Tra tutti, Matteo era stato l’unico a non voltarsi subito quando lei era comparsa.
Stava aiutando un ragazzo a sistemare una trave.
Non gridava.
Non comandava.
Spiegava.
«Mi è sembrato una persona buona», disse Eleonora. «Una persona che non avrebbe approfittato di me.»
Matteo piegò leggermente la testa.
«E da questo ha concluso che poteva comprarmi?»
Lei lasciò andare le sue mani.
La vergogna le salì fino alle guance.
«Ha ragione.»
«Non ho detto questo.»
«Ho passato la vita con persone convinte che ogni cosa avesse un prezzo. Alla fine ho cominciato a crederci anch’io.»
Matteo raccolse il casco, ma non lo rimise.
«Perché proprio un matrimonio?»
«Mia madre mi ha lasciato una tutela nel patto di famiglia. Finché non firmo l’accordo preparato da Lorenzo, le quote sono mie. Se dichiaro formalmente di voler costruire una vita con una persona scelta da me, mio padre non può presentare il matrimonio come parte dell’operazione finanziaria.»
«Non le serve un marito.»
«Mi serve qualcuno disposto a restare accanto a me quando tornerò in quella villa.»
«È diverso.»
«Allora fingiamo.»
«Non sono bravo a fingere.»
«Basterebbe per un giorno.»
Matteo la fissò.
«Le bugie che devono durare un giorno sono quelle che poi durano una vita.»
Lo sportello del fuoristrada nero si aprì.
Un uomo alto, in completo scuro, attraversò la strada.
Aveva il viso duro, una cicatrice sottile lungo il mento e il passo di chi era abituato a essere ubbidito.
Due uomini rimasero accanto all’automobile.
Eleonora afferrò il braccio di Matteo.
«Quello è Cesare. Lavora per mio padre da vent’anni.»
Cesare entrò nel cantiere ignorando il cartello che vietava l’accesso ai non addetti.
Gino gli si mise davanti.
«Dove crede di andare senza casco?»
Cesare non lo degnò di uno sguardo.
«Signorina Bellini, suo padre la sta aspettando.»
«Io non torno.»
«Non è una richiesta.»
Matteo si spostò tra loro.
«La signora ha detto di no.»
Cesare lo osservò dalla testa agli scarponi.
«E tu chi saresti?»
«Uno che ha sentito la risposta.»
«Torna al tuo lavoro.»
«Sono già al mio lavoro.»
Cesare fece un passo avanti.
«Questa è una faccenda di famiglia.»
«Quando una donna chiede aiuto davanti a trenta persone, non è più una faccenda privata.»
Gli operai si avvicinarono.
Non dissero nulla.
Non ce n’era bisogno.
Gino si sistemò accanto a Matteo, seguito da Salvatore, da Paolo e dal giovane Amir, che lavorava nel cantiere da pochi mesi e non aveva mai visto nessuno parlare così a un uomo vestito tanto bene.
Cesare guardò il gruppo.
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





