Corse nel cantiere e chiese a un operaio di sposarla: nessuno sapeva chi fosse davvero quell’uomo

Poi tornò a fissare Matteo.

«Non sai con chi hai a che fare.»

Matteo avanzò di mezzo passo.

«Nemmeno tu.»

Il volto di Cesare cambiò.

Per la prima volta lo guardò davvero.

Gli occhi si fermarono sulla barba, sulla cicatrice vicino al sopracciglio e sull’orologio semplice che spuntava dal guanto.

«Aspetta.»

Matteo non rispose.

Cesare impallidì.

«Lei è…»

«Esatto.»

«Non l’avevo riconosciuta.»

«È il vantaggio di avere della polvere addosso.»

Cesare indietreggiò.

Eleonora passò lo sguardo dall’uno all’altro.

«Vi conoscete?»

Matteo non staccò gli occhi dall’uomo.

«No. Ma lui conosce me.»

Cesare deglutì.

«Non volevamo creare problemi.»

«Avete chiuso una donna in una stanza.»

«Non è andata così.»

«Allora sarà semplice spiegarlo davanti a dei testimoni.»

Cesare guardò gli operai.

Trenta paia di occhi lo fissavano.

Alcuni avevano già preso i telefoni, non per riprendere, ma per chiamare aiuto se la situazione fosse peggiorata.

«Riferirò al signor Bellini che sua figlia sta bene», disse Cesare.

«Gli riferisca anche che tornerà quando lo deciderà lei.»

Cesare esitò.

Poi si voltò e raggiunse il fuoristrada.

L’automobile partì sollevando una nuvola di polvere.

Eleonora rimase immobile.

«Chi sei?»

Matteo sospirò.

Gino sorrise sotto i baffi.

«Glielo avevo detto, capo, che prima o poi qualcuno l’avrebbe riconosciuta.»

Eleonora guardò Gino.

«Capo?»

Matteo indicò il vecchio edificio alle loro spalle.

«Questo cantiere è mio.»

«Sei il proprietario dell’albergo?»

«Dell’albergo, del terreno e del gruppo che sta finanziando la riqualificazione della zona.»

Eleonora aggrottò la fronte.

«Come ti chiami di cognome?»

«De Santis.»

Lei spalancò gli occhi.

Matteo De Santis non era un muratore.

O meglio, lo era stato.

Figlio di un carpentiere e di una sarta, aveva cominciato a lavorare a sedici anni portando secchi di malta su per le scale.

A ventidue aveva aperto una piccola impresa con due compagni.

A trentacinque costruiva quartieri.

A cinquanta controllava cantieri, terreni e strutture turistiche in mezza Italia.

Non appariva quasi mai in pubblico.

Non amava le fotografie.

Quando i giornali economici parlavano di lui, usavano vecchie immagini in giacca e cravatta che non gli somigliavano più.

«Tu sei quel De Santis?» mormorò Eleonora.

«Dipende da quello che hanno scritto.»

«Che possiedi centinaia di immobili.»

«Possedere muri non significa capire le persone che ci vivono dentro.»

«Perché sei vestito da operaio?»

Matteo guardò il casco giallo.

«Perché sono un operaio.»

Gino rise.

«Con qualche cantiere in più degli altri.»

Matteo ignorò la battuta.

«Mio padre diceva che un padrone che non sa quanto pesa un sacco di cemento non dovrebbe dire a un uomo come sollevarlo. Una volta alla settimana lavoro con le squadre.»

Eleonora lo osservava come se la polvere fosse caduta anche dai suoi occhi.

Poco prima gli aveva offerto denaro.

A un uomo che poteva probabilmente comprare l’intero patrimonio dei Bellini senza chiedere un prestito.

«Mi dispiace», disse.

«Per cosa?»

«Per averti trattato come se fossi povero.»

Matteo si rimise il casco sotto il braccio.

«Non mi ha trattato da povero. Mi ha trattato da uomo in vendita. È peggio.»

Eleonora abbassò la testa.

«Ha ragione.»

Matteo la studiò ancora per qualche istante.

Poi indicò una baracca di cantiere.

«Dentro c’è dell’acqua. E una sedia.»

«Non posso fermarmi.»

«Con un tacco rotto non andrà lontano.»

«Devo tornare alla villa.»

«Per sposare Lorenzo?»

«Per dire la verità.»

«Da sola?»

Eleonora guardò la strada vuota.

La paura era ancora lì.

Ma ora aveva un sapore diverso.

Per quarant’anni aveva pensato che il coraggio fosse non far preoccupare gli altri.

Restare composta.

Non piangere davanti ai domestici.

Non contraddire suo padre.

Non mettere in imbarazzo la famiglia.

Quel pomeriggio capì che il vero coraggio poteva essere l’opposto.

Far preoccupare tutti.

Rompere l’immagine perfetta.

Lasciare che il paese parlasse.

«Non lo so», confessò.

Matteo aprì la porta della baracca.

«Allora prima beva.»

Dentro c’erano un tavolo di plastica, alcune sedie spaiate e un frigorifero coperto di calamite.

Gino portò una bottiglia d’acqua.

Salvatore, senza dire nulla, appoggiò sul tavolo un paio di scarpe da lavoro nuove.

«Sono di mia figlia», spiegò. «Le avevo comprate stamattina. Dovrebbero andarle.»

Eleonora guardò quelle scarpe robuste, con i lacci grigi.

Costavano forse un centesimo delle calzature che aveva ai piedi.

Eppure nessuno le aveva mai offerto qualcosa con tanta delicatezza.

«Non posso prenderle.»

«Certo che può. Mia figlia capirebbe.»

Eleonora si tolse i tacchi.

Aveva il tallone ferito e le calze strappate.

Gino si girò verso la porta per lasciarle un po’ di privacy.

Un gesto semplice.

Uno di quei gesti che suo padre avrebbe definito da gente senza educazione, ma che conteneva più rispetto di tutti i ricevimenti organizzati nella loro villa.

Matteo le porse una scatola di cerotti.

«Sua madre sapeva dell’accordo?»

Eleonora si immobilizzò.

«Mia madre è morta prima che cominciassero i problemi.»

«Non le ho chiesto questo.»

Lei sollevò gli occhi.

«Mia madre sapeva che mio padre voleva controllare ogni cosa.»

Da bambina, Eleonora si rifugiava nella cucina della villa.

Sua madre, Teresa, entrava dopo i pranzi importanti, si toglieva le scarpe e mangiava in piedi un pezzo di crostata avanzato.

«La gente elegante ha fame come tutti gli altri», diceva.

Poi le faceva l’occhiolino.

Teresa proveniva da una famiglia semplice.

Suo padre aveva una piccola pensione sulla costa e sua madre cucinava per gli ospiti.

Vittorio l’aveva sposata quando ancora non aveva denaro.

Insieme avevano trasformato quella pensione nel primo albergo Bellini.

Poi il successo aveva cambiato tutto.

Le tavolate erano diventate ricevimenti.

Gli amici erano diventati contatti.

I sorrisi erano diventati obblighi.

«Negli ultimi anni mia madre non era più felice», disse Eleonora. «Ma non lo diceva mai davanti agli altri.»

«Per proteggere la famiglia?»

«Per proteggere la bella figura.»

Matteo si sedette di fronte a lei.

«Sono due cose diverse.»

«A casa mia erano la stessa cosa.»

«Non dovrebbero esserlo.»

Eleonora bevve.

Le mani avevano smesso di tremare.

«Domani è domenica», disse. «Mio padre ha convocato tutta la famiglia a pranzo. Vuole annunciare il fidanzamento davanti agli zii, ai cugini e ai dirigenti degli alberghi.»

«E oggi?»

«Oggi ci sarebbe stata una festa più piccola con gli investitori. Probabilmente mio padre dirà che ho avuto un malore.»

«Per salvare le apparenze.»

«Come sempre.»

Matteo incrociò le braccia.

«Vada domani.»

«Cosa?»

«Torni al pranzo della domenica.»

Eleonora lo fissò.

«Dopo quello che è successo?»

«Soprattutto per quello che è successo.»

«Mi faranno passare per una donna instabile.»

«Allora non ci vada da sola.»

Lei trattenne il respiro.

«Stai dicendo che verrai con me?»

«Sto dicendo che ascolterò la sua storia fino in fondo. Poi deciderò.»

Matteo chiamò il proprio legale e gli fece controllare i documenti che Eleonora aveva fotografato prima di fuggire.

Chiamò anche un’esperta di conti che lavorava da anni con il suo gruppo.

Non promise miracoli.

Non disse che avrebbe sistemato ogni cosa.

Disse soltanto ciò che nessuno aveva detto a Eleonora da mesi.

«La scelta è sua.»

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