Nel centro commerciale tutti cadevano a terra, ma un nonno riconobbe l’uomo scomparso trentacinque anni prima

Nel centro commerciale tutti cadevano a terra davanti a sette sconosciuti. Solo un nonno rimase in piedi e riconobbe l’uomo che il paese aveva dimenticato.

«Correte! Non fermatevi a guardare!»

La voce della guardia giurata rimbalzò tra le vetrine, ma nessuno capiva da che parte andare.

Un attimo prima, il centro commerciale Le Torri era pieno del solito caos del sabato pomeriggio: famiglie con le buste, ragazzi davanti al cinema, pensionati seduti sulle panchine e bambini impazienti di vedere le decorazioni natalizie.

Un attimo dopo, il piano superiore sembrava impazzito.

La gente correva verso le scale mobili, urtandosi, perdendo cappotti, pacchi e telefoni. Un espositore di occhiali da sole si rovesciò con un fracasso metallico.

Qualcuno gridò che c’era stato un attentato.

Qualcun altro parlò di una fuga di gas.

La maggior parte non sapeva nulla.

Scappava perché vedeva gli altri scappare.

Giordano Bellini, sessantatré anni, stava aspettando il suo turno davanti al chiosco delle focacce. Aveva in mano un sacchetto di carta ancora caldo e nell’altra il vecchio portafoglio di cuoio appartenuto a suo padre.

Era arrivato lì controvoglia.

Sua figlia Elena gli aveva chiesto di comprare un regalo per il nipote, Matteo, che quella domenica avrebbe compiuto dieci anni.

«Papà, non presentarti ancora con una busta di soldi.»

«I soldi non sbagliano mai taglia.»

«Matteo vorrebbe passare del tempo con te, non ricevere una banconota.»

Giordano aveva finto di non sentirla.

Negli ultimi anni aveva imparato a difendersi così: una battuta, una scrollata di spalle e subito un altro discorso.

Poi arrivò il primo urlo.

Non era la voce allegra di un bambino.

Era un urlo sottile, terrorizzato, proveniente dalla balconata del piano superiore.

Giordano alzò la testa.

Un secondo urlo fu seguito dal rumore di qualcosa che cadeva.

Lasciò il sacchetto sul bancone e si avvicinò alla ringhiera.

L’intero secondo piano si muoveva.

No.

Correva.

Decine di persone fuggivano in direzioni opposte, rovesciando cartelli pubblicitari e urtando i tavolini della zona ristoro.

«Che succede lassù?» gridò Giordano.

Nessuno rispose.

Una donna comparve in cima alla scala mobile, trascinando una bambina per il braccio.

«Scendete!» urlava. «Scendete tutti!»

Dietro di lei avanzava un uomo.

Giordano lo vide chiaramente.

Era alto, magro, con il viso pallido e i vestiti strappati. Camminava lentamente, come se ogni passo gli costasse uno sforzo enorme.

Le mani gli tremavano.

Gli occhi erano spalancati, persi, incapaci di mettere a fuoco ciò che avevano davanti.

Non inseguiva nessuno.

Non colpiva nessuno.

Non parlava.

Eppure le persone che gli passavano vicino crollavano.

Un ragazzo con una felpa rossa fece due passi, portò le mani alle tempie e cadde in ginocchio.

Una commessa cercò di soccorrerlo, ma appena l’uomo pallido si avvicinò, anche lei svenne.

Un anziano si aggrappò alla ringhiera.

Poi scivolò lentamente a terra.

Nessuno sanguinava.

Nessuno sembrava ferito.

Era come se il corpo si spegnesse all’improvviso.

«È un gas!» gridò qualcuno.

«Copritevi la bocca!»

«Andate verso le uscite!»

Le guardie giurate cercavano di bloccare il flusso di persone, ma la paura era più forte di qualsiasi ordine.

Giordano rimase immobile.

Per anni aveva lavorato come caposquadra in una fabbrica di apparecchiature elettriche, prima che lo stabilimento chiudesse. Conosceva il rumore dei motori, l’odore dei cavi bruciati, il modo in cui un impianto iniziava a comportarsi prima di un guasto serio.

Quella situazione non gli sembrava normale.

Ma non gli sembrava nemmeno soprannaturale.

L’uomo pallido avanzava verso una giovane madre che stringeva al petto un bambino di forse tre anni.

La donna indietreggiò.

Inciampò in una borsa abbandonata.

Cadde seduta.

«Non si avvicini!» gridò.

L’uomo si fermò davanti a lei.

Inclinò la testa.

Sollevò lentamente una mano tremante.

Non arrivò mai a toccarla.

La donna spalancò gli occhi e perse i sensi.

Il bambino rotolò di lato e cominciò a piangere.

Giordano non pensò.

Si lanciò verso la scala.

«Fermo!» gli gridò una guardia.

Giordano salì contromano tra le persone che scendevano.

Prese il bambino e lo strinse contro il petto. Poi afferrò la madre sotto le braccia e cercò di trascinarla lontano.

Era pesante.

Le gambe non gli rispondevano più come una volta.

La schiena gli lanciò una fitta violenta.

«Qualcuno mi aiuti!» gridò.

Per alcuni secondi nessuno si fermò.

Tutti passavano accanto a lui.

Tutti guardavano.

Nessuno voleva rischiare.

Poi una voce femminile disse:

«Prendila dalle gambe.»

Era Lucia Ferri, la fioraia del quartiere San Michele. Cinquantotto anni, capelli tinti troppo scuri, mani grosse e un grembiule con ancora qualche foglia appiccicata.

Giordano la conosceva da una vita.

Sua madre comprava da lei i crisantemi per il cimitero.

«Lucia, vattene.»

«Sei diventato scemo proprio oggi? Solleva.»

Insieme trascinarono la donna dietro un pilastro.

Il bambino continuava a piangere.

«La mamma dorme?» domandò.

Giordano non seppe cosa rispondere.

Avvicinò due dita al collo della donna.

Il battito c’era.

«Respira.»

«Grazie al cielo.»

L’uomo pallido si voltò verso di loro.

Per un istante, i suoi occhi incontrarono quelli di Giordano.

Una pressione improvvisa gli esplose dentro la testa.

Non era dolore.

Era un ronzio profondo, simile a cento voci che bisbigliavano tutte insieme dietro una parete.

Giordano perse l’equilibrio.

Vide il centro commerciale deformarsi ai bordi, come in una vecchia televisione quando l’antenna prendeva male.

Poi sentì una parola.

Non con le orecchie.

Dentro di sé.

Aiuto.

Giordano portò una mano alla tempia.

L’uomo pallido aprì la bocca, ma non uscì alcun suono.

Aiuto.

«Giordano!» gridò Lucia. «Che hai?»

Le luci si spensero.

Una volta.

Due volte.

Poi il centro commerciale precipitò nel buio.

Il panico esplose.

Bambini che piangevano.

Vetri infranti.

Persone che urlavano i nomi dei familiari.

Sedie trascinate sul pavimento.

Le luci d’emergenza non si accesero.

Anche i cartelloni elettronici e le insegne si spensero nello stesso istante.

Giordano strinse il bambino.

Nel buio sentì qualcuno respirare molto vicino.

Un respiro corto.

Affannoso.

Non era Lucia.

«Chi c’è?» domandò.

Nessuna risposta.

Fece un passo indietro e urtò il pilastro.

La pressione nella testa aumentò.

Non scappare.

Giordano trattenne il fiato.

Quella voce non era minacciosa.

Era disperata.

Quando le luci di riserva si accesero, deboli e rossastre, l’uomo pallido non era più solo.

Dal corridoio vicino al cinema stavano uscendo altre sei persone.

Tre uomini e tre donne.

Avevano tutti lo stesso passo rigido.

Gli stessi occhi persi.

Gli stessi tremori alle mani.

Una delle donne indossava una camicia da notte sotto un cappotto troppo grande.

Un uomo aveva ancora al polso un braccialetto ospedaliero.

Un altro camminava scalzo.

Ovunque passassero, le persone cadevano svenute.

«Sono sette,» mormorò Lucia.

Giordano fissò il primo uomo.

Qualcosa nel suo volto gli sembrava familiare.

La barba incolta.

Il naso leggermente storto.

Una cicatrice vicino al sopracciglio sinistro.

Un ricordo vecchio di quarant’anni bussò alla sua memoria.

Una sala da ballo di paese.

Il profumo della brillantina.

Una fisarmonica.

Tre ragazzi che ridevano dietro il bar dell’oratorio.

«Non può essere,» sussurrò.

«Che cosa?»

«Io quell’uomo lo conosco.»

Lucia lo guardò come se fosse impazzito.

«Conosci uno che fa svenire la gente senza toccarla?»

«Si chiama Roberto.»

Giordano lasciò il bambino tra le braccia di Lucia.

«Tienilo.»

«Dove pensi di andare?»

«Devo vedere il suo viso da vicino.»

Lucia lo afferrò per la giacca.

«Non fare l’eroe. Alla nostra età, gli eroi finiscono con una protesi all’anca.»

«Roberto Santi era mio amico.»

«Era?»

«È sparito trentacinque anni fa.»

Il nome gli uscì dalla bocca con il sapore della ruggine.

Nel quartiere San Michele, tutti ricordavano Roberto Santi.

O, almeno, ricordavano ciò che si diceva di lui.

Era il figlio di un meccanico e di una sarta. Aveva mani d’oro, una voce bellissima e la fama di essere uno che avrebbe fatto strada.

Poi, nell’estate del 1990, era scomparso.

Sua madre aveva raccontato che era partito per lavorare all’estero.

Il padre non ne parlava mai.

In paese si erano diffuse versioni diverse.

C’era chi diceva che avesse rubato dei soldi.

Chi sosteneva che fosse scappato con una donna sposata.

Chi giurava che fosse finito in qualche brutto giro.

Giordano conosceva una parte della verità.

Roberto non era scappato.

Era stato cacciato.

E Giordano aveva contribuito a distruggergli la vita.

«Roberto!» gridò.

L’uomo pallido si fermò.

Gli altri sei continuarono a camminare per qualche passo, poi si arrestarono insieme.

Come se fossero legati dallo stesso filo.

Decine di persone erano ormai stese sul pavimento.

Le guardie giurate tentavano di chiamare i soccorsi, ma i telefoni non funzionavano.

Una saracinesca automatica si abbassò davanti all’uscita principale.

«Le porte sono bloccate!» gridò qualcuno.

Il panico riprese.

La folla corse verso l’uscita del parcheggio, schiacciandosi davanti alle porte.

Giordano salì sopra una panchina.

«Fermi! Così vi fate male!»

Nessuno lo ascoltò.

Allora Lucia appoggiò due dita in bocca e fischiò con una forza che zittì persino i bambini.

«Avete sentito?» urlò. «Fermi tutti!»

La gente si voltò.

Lucia indicò Giordano.

«Lui ha lavorato trent’anni con impianti e macchinari. Lasciatelo parlare.»

Giordano avrebbe voluto insultarla.

Non aveva nessuna risposta.

Ma cento occhi terrorizzati erano puntati su di lui.

«Non sappiamo cosa stia succedendo,» disse. «Ma correre tutti insieme ci ammazza prima di qualsiasi altra cosa. Allontanatevi da quelle sette persone. Portate chi è svenuto dietro i negozi. I bambini al centro, gli adulti attorno.»

«E perché dovremmo fidarci di te?» gridò un uomo in giacca elegante.

Giordano lo riconobbe.

Era il geometra Mancini, quello che al bar parlava sempre più forte degli altri.

«Non devi fidarti di me. Devi solo smettere di spingere una signora di ottant’anni contro una porta chiusa.»

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