Il professore umiliò il figlio dell’addetto alle pulizie davanti a duecento studenti. Poi il ragazzo dimostrò che l’errore era sulla lavagna da cinque anni.
«Uno come te, che di notte lava i pavimenti di questo edificio, non dovrebbe nemmeno sedersi nella mia aula.»
Il professor Riccardo Balestri accartocciò i fogli di Matteo De Santis e glieli lanciò contro il petto.
Uno cadde sulla scrivania. L’altro scivolò a terra, vicino alle scarpe consumate del ragazzo.
Nell’aula magna dell’Istituto Superiore Galvani di Bologna c’erano quasi duecento persone. Studenti, dottorandi, assistenti e docenti ospiti.
Nessuno disse una parola.
Balestri raccolse il foglio rimasto sulla cattedra, lo strappò lentamente in due e lasciò cadere i pezzi.
«Questo problema ha impegnato per tre mesi il mio migliore dottorando. Tre mesi. E non è riuscito a risolverlo.»
Indicò la formula scritta sulla lavagna.
«Ma tu sostieni di aver trovato un errore.»
Matteo aveva diciannove anni. Era magro, con le occhiaie profonde e una camicia bianca che sua zia aveva stirato la sera prima. Teneva le mani lungo i fianchi per non far vedere che tremavano.
«Posso mostrarle il procedimento, professore?»
Balestri sorrise.
Non era il sorriso di chi vuole capire. Era quello di chi sta già pregustando una sconfitta altrui.
«Vieni pure. Vediamo cosa insegna il collegio di provincia.»
Qualcuno rise piano.
Matteo si chinò, raccolse i fogli strappati e li lisciò con il palmo.
Poi si avvicinò alla lavagna.
Prima di capire cosa accadde in quell’aula, però, bisogna sapere come quel ragazzo fosse arrivato fin lì.
Sei settimane prima, Matteo aveva attraversato il grande portone dell’Istituto Galvani con uno zaino scolorito e una borsa piena di quaderni.
L’ateneo era considerato uno dei più prestigiosi centri italiani per la matematica teorica. I suoi corridoi erano decorati con ritratti di professori illustri, fotografie di convegni internazionali e targhe di marmo che ricordavano donazioni generose.
Tutto parlava di eccellenza.
Tutto sembrava dire: qui entrano soltanto i migliori.
Matteo arrivava da un piccolo istituto universitario dell’Appennino. Aveva ottenuto voti perfetti per due anni, lavorando quasi quaranta ore alla settimana.
La borsa di studio copriva le tasse.
Non copriva l’affitto, il cibo, i libri, il treno regionale né il computer di cui avrebbe avuto bisogno.
Suo padre Antonio lavorava proprio all’Istituto Galvani.
Non insegnava.
Non faceva ricerca.
Dalle dieci di sera alle sei del mattino puliva i bagni, svuotava i cestini dei professori, lucidava i corridoi e raccoglieva le tazze di caffè lasciate sulle scrivanie.
Lo faceva da ventotto anni.
Conosceva ogni stanza dell’edificio, ma non era mai stato invitato a entrare in un’aula durante una lezione.
Quando qualcuno gli chiedeva che lavoro facesse, Antonio rispondeva sempre allo stesso modo.
«Tengo in ordine il posto dove mio figlio cambierà vita.»
Lo diceva senza vergogna.
La vergogna, semmai, apparteneva a chi fingeva di non vederlo.
La madre di Matteo, Lucia, era morta quando lui aveva dodici anni.
Aveva lavorato in una lavanderia del quartiere e, da ragazza, aveva provato tre volte a iscriversi all’università. Non aveva mai potuto frequentarla.
Prima perché i suoi genitori avevano bisogno del suo stipendio.
Poi perché era nato Matteo.
Infine perché si era ammalata.
Dopo la sua morte, Antonio trovò in fondo a un cassetto tre lettere mai spedite.
Erano domande di ammissione a una facoltà scientifica. Lucia raccontava di amare i numeri perché, a differenza delle persone, non giudicavano il vestito, la famiglia o il quartiere da cui provenivi.
Matteo aveva letto quelle pagine decine di volte.
Ne portava sempre una dentro il quaderno principale, usandola come segnalibro.
Antonio aveva venduto la vecchia automobile per pagare alcune cure della moglie. Poi aveva consumato quasi tutti i risparmi nel tentativo di salvarla.
Dopo il funerale erano rimasti in due, con molti debiti e una cucina troppo silenziosa.
La domenica, però, Antonio continuava a preparare le tagliatelle come faceva Lucia.
La pasta non veniva mai sottile come la sua.
Il ragù era spesso troppo salato.
Ma padre e figlio si sedevano comunque allo stesso tavolo, sotto la fotografia di Lucia, e fingevano per un’ora che la famiglia fosse ancora intera.
Quando arrivò la lettera di ammissione all’Istituto Galvani, Antonio la lesse tre volte.
Poi si chiuse in bagno.
Matteo lo sentì piangere dietro la porta.
«Papà, va tutto bene?»
«Benissimo.»
La voce di Antonio era spezzata.
«È che tua madre oggi starà facendo una confusione lassù.»
All’Istituto Galvani, però, nessuno conosceva quella storia.
Conoscevano soltanto i vestiti semplici di Matteo, il suo accento di provincia e il fatto che suo padre pulisse i loro uffici.
Il professor Riccardo Balestri aveva cinquantacinque anni ed era il direttore del dipartimento.
Aveva studiato all’estero, pubblicato decine di lavori e formato molti ricercatori diventati docenti. I colleghi lo rispettavano. Gli studenti lo temevano.
Balestri sosteneva che la pressione rivelasse il carattere.
Diceva che chi si spezzava non era adatto alla matematica.
I suoi metodi avevano prodotto studiosi brillanti.
Avevano anche distrutto ragazzi che pensavano in modo diverso dal suo.
Il corso avanzato di teoria dei numeri era considerato il passaggio obbligato per ottenere raccomandazioni, borse di ricerca e accesso ai migliori dottorati.
Balestri decideva chi meritava di continuare.
E soprattutto chi, secondo lui, non ne era degno.
Matteo capì fin dal primo giorno che sarebbe stato giudicato con un metro diverso.
Quando alzava la mano, veniva chiamato per ultimo.
Quando dava una risposta corretta, Balestri passava oltre senza commentare.
Quando consegnò il primo esercizio perfetto, il professore gli chiese di rifarlo sotto sorveglianza.
«Solo una verifica», disse.
Nessun altro studente subì lo stesso trattamento.
Alcuni compagni si accorsero di tutto.
Nessuno intervenne.
In quell’ambiente la bella figura contava più della verità.
Si sorrideva nei convegni, si parlava di merito e opportunità, si riempivano brochure eleganti con fotografie di studenti sorridenti.
Poi, nei corridoi, si decideva chi avesse davvero il volto giusto per appartenere a quel mondo.
Il preferito di Balestri era Federico Calvi, ventisette anni, dottorando, figlio di due professionisti.
Federico portava giacche costose, parlava con sicurezza e sapeva sempre quando ridere alle battute del professore.
Ogni sua osservazione era definita brillante.
Ogni suo errore diventava una prova di creatività.
Tre settimane dopo l’arrivo di Matteo, Balestri mostrò agli studenti il cosiddetto Problema C.
Era una complessa questione sulle partizioni dei numeri primi. Il professore sosteneva di lavorarci da cinque anni.
Ricercatori ospiti avevano tentato di risolverla.
Dottorandi avevano consumato mesi senza arrivare a nulla.
Federico l’aveva studiata per un intero semestre, usando programmi costosi e ricevendo l’aiuto di due docenti.
Aveva fallito.
Balestri lo aveva promosso ugualmente.
«Anche capire quando un problema è quasi intrattabile è una forma di intelligenza», aveva dichiarato.
La formula restava scritta sulla lavagna del suo ufficio.
Era diventata una specie di monumento.
Gli studenti passavano davanti alla porta, guardavano quei simboli e si sentivano piccoli.
Matteo la vide alle tre del mattino.
Quella notte stava aiutando suo padre durante un turno straordinario. Antonio aveva la schiena bloccata e faticava a spostare i secchi.
Il corridoio era vuoto.
La porta dell’ufficio di Balestri era socchiusa.
Matteo passò con il mocio, lanciò un’occhiata alla lavagna e si fermò.
Non vide subito una soluzione.
Vide qualcosa di più semplice e più grave.
Una delle condizioni imposte dal problema rendeva impossibile l’esistenza stessa della soluzione.
Non era una questione difficile.
Era una contraddizione.
Come chiedere di trovare un numero dispari che fosse, nello stesso momento e nelle stesse condizioni, divisibile soltanto per due.
Matteo fotografò la lavagna.
Nei due giorni successivi studiò la formula durante i viaggi in autobus, nelle pause e di notte, dopo il lavoro.
Riempì pagine di frecce, figure, cerchi e brevi dimostrazioni.
Prima provò che il problema era impossibile così com’era stato formulato.
Poi eliminò la condizione errata.
Infine risolse la versione corretta.
Pensava che Balestri ne sarebbe stato contento.
Credeva ancora che, davanti a una verità matematica, l’orgoglio personale si sarebbe fatto da parte.
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