Prima di partire affidò la casa sul lago a una sconosciuta con un neonato. Sei mesi dopo, nel giardino, vide sua madre scomparsa.
«Hai rovinato la mia vita, mamma.»
Le parole rimasero sospese sopra il tavolo della cucina, tra una tazza di camomilla ormai fredda e una bottiglia di vino rosso aperta a metà.
Adriana Bellini avrebbe voluto riprendersele subito.
Ma a cinquantacinque anni aveva imparato una cosa amara: certe frasi, quando restano chiuse nel petto per trent’anni, non escono più come parole.
Escono come coltelli.
Sua madre Teresa la fissava dall’altra parte del tavolo. Settantanove anni, capelli bianchi raccolti in uno chignon, una vestaglia color prugna e quella dignità rigida delle donne cresciute con l’idea che i panni sporchi si lavano in famiglia.
«Non permetterti mai più di parlarmi così.»
«E come dovrei parlarti? Dovrei ringraziarti?»
«Per tutto quello che tuo padre e io abbiamo fatto per te, magari sì.»
Adriana rise senza allegria.
Era rientrata da poco nella grande casa alle porte di Milano. Erano quasi le undici e mezza di sera. Aveva passato quattordici ore tra riunioni, fornitori e problemi nel magazzino dell’azienda di famiglia.
Un’azienda di imballaggi alimentari fondata da suo padre in un capannone con il tetto che perdeva.
Ora dava lavoro a quasi duecento persone.
E pesava tutta sulle sue spalle.
«Mi avete dato una laurea, una casa, un’azienda e una vita che non avevo scelto.»
Teresa strinse le labbra.
«Tuo padre si è spezzato la schiena per costruire tutto questo.»
«Lo so. Me lo hai ricordato ogni giorno da quando è morto.»
«Perché sembri averlo dimenticato.»
Adriana versò altro vino.
Le mani le tremavano, ma non per l’alcol. Tremavano per la stanchezza, per la rabbia, per tutti quei pranzi della domenica trascorsi a sorridere davanti ai parenti mentre dentro si sentiva vuota.
La famiglia Bellini aveva sempre fatto bella figura.
Casa ordinata.
Vestiti eleganti.
Azienda rispettata.
Posto fisso per i dipendenti.
Fiori freschi al cimitero.
Nessuno, però, chiedeva mai ad Adriana se fosse felice.
«Ti ricordi di Giulio?» domandò.
Teresa abbassò lo sguardo.
«Era un ragazzo.»
«Era il ragazzo che amavo.»
«Eravate troppo giovani.»
«Avevo ventiquattro anni.»
«Lui non aveva niente.»
«Aveva me.»
Teresa scosse la testa.
«Tuo padre diceva che non aveva ambizione.»
«Adesso gestisce tre trattorie in Emilia, ha due figli e una moglie che gli sta accanto da trent’anni.»
«Non potevamo sapere come sarebbe andata.»
«No. Però sapevate benissimo cosa volevate voi.»
Adriana si alzò, incapace di rimanere seduta.
Camminò fino alla finestra. Fuori, il giardino era buio. Suo padre aveva piantato quei cipressi quando lei era bambina.
Ogni cosa in quella casa parlava di lui.
Perfino il silenzio.
«Dopo Giulio mi avete presentato Roberto, il figlio di un vostro amico.»
«Era un bravo giovane.»
«Era innamorato dei soldi di papà.»
«Non è vero.»
«Poi è arrivato Stefano, ma secondo papà era troppo ambizioso. Poi Andrea era divorziato. Poi Paolo aveva una figlia. Poi io dovevo pensare al master, all’azienda, ai clienti.»
Si voltò verso la madre.
«Quando avrei dovuto vivere?»
Teresa alzò il mento.
«Altre donne lavorano e mettono su famiglia.»
«Altre donne non ricevono una telefonata dall’ospedale a venticinque anni con il padre morente che dice: “Promettimi che non lascerai fallire ciò che ho costruito”.»
La voce di Adriana si spezzò.
«E non hanno una madre che piange nel corridoio dicendo che, se rifiutano, tutta la vita del marito sarà stata inutile.»
Teresa impallidì.
«Non ti ho mai obbligata.»
«Mi hai fatto sentire colpevole. È diverso, ma fa lo stesso male.»
«Volevamo proteggerti.»
«Da cosa? Dall’amore? Dagli errori?»
Adriana batté una mano sul tavolo.
«Gli errori li ho fatti comunque. Ho soltanto scelto quelli che facevano contenti voi.»
Teresa si alzò lentamente.
Per un istante sembrò molto più vecchia.
«Sei ingiusta.»
«Forse.»
«Tuo padre ti adorava.»
«Anch’io adoravo lui. Ed è proprio per questo che non ho saputo dirgli di no.»
«Hai avuto tutto.»
Adriana la guardò con gli occhi pieni di lacrime.
«No, mamma. Ho avuto tutto quello che si poteva mostrare agli altri.»
Teresa rimase immobile.
«Io volevo qualcuno che mi aspettasse a casa. Volevo sentire un bambino chiamarmi mamma. Volevo litigare per le bollette, andare al mare ad agosto, preparare le lasagne la domenica per una famiglia mia.»
Si asciugò il viso con rabbia.
«Invece torno a mezzanotte e trovo te che mi chiedi quando mi sposo. Come se non sapessi perché non è successo.»
«Non scaricare su di me la colpa delle tue scelte.»
Quella frase fu la goccia.
«Hai rovinato la mia vita, mamma.»
Il silenzio che seguì fu peggiore di un urlo.
Teresa afferrò il bordo del tavolo.
«Vai a dormire.»
«È quello che faccio da trent’anni. Lavoro e dormo.»
Adriana uscì dalla cucina senza voltarsi.
Quella notte non dormì quasi per niente.
La mattina seguente si svegliò con un forte mal di testa. Scese in cucina alle sette, già vestita per l’ufficio.
La sedia di Teresa era vuota.
Pensò che fosse rimasta in camera per evitare di incontrarla.
Preparò un caffè, mangiò due biscotti secchi e lasciò un biglietto sul tavolo.
“Torno tardi. Parliamo stasera.”
Non scrisse “scusami”.
In macchina pensò di tornare indietro.
Non lo fece.
Alle due del pomeriggio, mentre esaminava un contratto, il telefono vibrò.
Era Marta, la donna che da anni aiutava in casa.
«Signora Adriana, sua madre non c’è.»
Adriana continuò a leggere per qualche secondo, senza capire.
«Come sarebbe a dire che non c’è?»
«Non è in camera. Il letto è rifatto. Ho guardato in giardino, in garage, perfino nella serra.»
Adriana si alzò così in fretta che la sedia cadde.
«Il telefono?»
«Sul comodino.»
«La borsa?»
«È qui.»
«I documenti?»
«Anche.»
Il cuore di Adriana cominciò a battere con violenza.
«Arrivo.»
In mezz’ora era a casa.
Controllò ogni stanza, chiamando la madre come quando, da bambina, la cercava durante i giochi.
«Mamma!»
Nessuna risposta.
La serra era vuota.
Le rose non erano state potate.
Il cappotto pesante di Teresa era ancora nell’armadio. Mancavano solo un cardigan grigio e un paio di scarpe comode.
Adriana telefonò alle amiche della madre.
Nessuna l’aveva vista.
Chiamò la parrocchia.
Non era andata alla messa del mattino.
Corse al cimitero, pensando che Teresa si fosse rifugiata sulla tomba del marito.
Trovò dei crisantemi freschi, ma nessuna traccia di lei.
Adriana si sedette sulla panchina davanti alla lapide.
La fotografia di suo padre la osservava con la stessa espressione seria che aveva in vita.
«Papà, dove è andata?»
La sua voce era poco più di un sussurro.
«Io non volevo cacciarla. Ero arrabbiata. Ero stanca.»
Si coprì il viso.
«Non permettere che le ultime parole tra noi siano state quelle.»
Chiamò ospedali, ambulatori e pronto soccorso.
Poi andò dalle forze dell’ordine.
Le fecero domande precise.
Età.
Vestiti.
Problemi di salute.
Farmaci.
Possibili motivi per allontanarsi.
Quando le chiesero se avessero litigato, Adriana sentì la vergogna salirle fino al viso.
«Sì.»
«Per quale motivo?»
«Cose di famiglia.»
«Sua madre potrebbe essersi allontanata volontariamente?»
«Ha settantanove anni e problemi cardiaci. Non porta con sé soldi, telefono o documenti.»
L’uomo seduto alla scrivania annuì.
«Avvieremo le verifiche.»
«Dovete trovarla.»
«Faremo il possibile.»
Adriana tornò a casa quando era già buio.
Marta aveva acceso tutte le luci, come se il chiarore potesse indicare a Teresa la strada per rientrare.
Quella notte Adriana rimase sul divano con il telefono in mano.
Ogni rumore le sembrava la chiave nella serratura.
Ogni faro che passava sul muro le faceva alzare la testa.
Sua madre non tornò.
Passarono tre giorni.
Poi cinque.
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