Per sei ore scavò sotto una palazzina crollata seguendo il latrato di un cane. Quando lo trovò, capì perché non aveva mai smesso
— Silenzio! Fermi tutti!
Alzai una mano e, per qualche secondo, nessuno mosse più una pietra.
Eravamo in piedi sopra quello che, fino a meno di un’ora prima, era stato un condominio di tre piani.
Una casa vera.
Con le tende alle finestre, le fotografie delle comunioni sui mobili, le pentole ancora nel lavello, le medicine degli anziani sul comodino.
Ora era solo una montagna grigia.
Cemento.
Ferri piegati.
Mobili spezzati.
Polvere che entrava negli occhi e nella gola.
E da qualche parte, sotto tutto quel peso, arrivò un suono.
Un solo latrato.
Debole.
Rauco.
Così basso che, per un istante, pensai di essermelo immaginato.
Poi arrivò di nuovo.
Una volta sola.
Mi misi in ginocchio.
— C’è qualcosa vivo là sotto.
Mi chiamo Marco Bellini, ho cinquantadue anni e da quasi trent’anni lavoro nelle squadre di soccorso.
Ho visto incendi, alluvioni, incidenti stradali e case aperte in due come scatole di cartone.
Ho imparato che, nei momenti peggiori, il tempo non passa come passa per il resto della gente.
Un minuto può essere niente.
Oppure può essere la differenza tra riportare qualcuno a casa e dover abbassare gli occhi davanti alla sua famiglia.
Quella mattina una scossa aveva colpito una cittadina dell’Italia centrale.
Non era stata una di quelle catastrofi che cancellano intere province dalle mappe.
Molti edifici avevano resistito.
Le scuole erano state evacuate.
La gente era scesa in strada in pantofole, con le giacche infilate sopra il pigiama e il telefono stretto in mano.
Ma nel vecchio quartiere dietro la piazza, dove le case erano state costruite quando ancora ci si fidava del muratore del paese più che di una relazione tecnica, una palazzina non aveva retto.
Tre piani.
Dodici appartamenti.
Una piccola bottega al piano terra.
Famiglie che si conoscevano da una vita.
La signora che prestava il sale.
Il pensionato che la domenica scendeva a comprare i pasticcini.
I bambini che giocavano a pallone contro il muro e si facevano sgridare dalle finestre.
Quando arrivammo, il quartiere intero era dietro le transenne.
Nessuno parlava forte.
C’erano persone con le mani sulla bocca.
Altre che pregavano senza nemmeno accorgersene.
Un uomo anziano continuava a ripetere il nome della moglie.
Una donna sulla sessantina, con le ciabatte e una vestaglia marrone, cercava di passare oltre il nastro.
— Mio fratello abita al secondo piano. Lasciatemi andare.
Dovettero trattenerla.
I terremoti hanno questa crudeltà.
Non ti danno il tempo di prepararti.
Una domenica litighi con tuo fratello perché non viene più a pranzo da mesi.
Il lunedì pensi che tanto lo chiamerai più avanti.
E il martedì ti ritrovi davanti a una montagna di cemento a chiederti se l’ultima cosa che gli hai detto sia stata una sciocchezza.
Noi, però, non potevamo pensare a nulla di tutto questo.
Appena arrivi su un crollo devi fare una specie di conto terribile.
Quante persone erano dentro?
Dove potevano trovarsi?
Quali muri avevano ceduto?
Quali parti erano ancora instabili?
Dove si poteva scavare senza far precipitare tutto il resto?
La fretta serve.
Ma la fretta, se diventa imprudenza, uccide.
Avevamo specialisti che controllavano la stabilità.
Apparecchi per ascoltare rumori sotto le macerie.
Squadre cinofile stavano arrivando.
Tutto doveva essere fatto con metodo.
Poi sentii quel cane.
Segnalai la posizione.
Chiesi via radio una verifica.
Feci ciò che avevo imparato a fare.
E poi feci una cosa che, ancora oggi, non so spiegare soltanto con il mestiere.
Cominciai a scavare.
Con le mani.
Qualcuno potrebbe pensare che sia stato un gesto eroico.
Non lo era.
Non in quel momento.
Era quasi il contrario.
Era un’incapacità.
Non riuscivo a stare fermo sapendo che un essere vivo era là sotto e stava usando la poca voce che gli restava per dirci:
“Sono qui.”
Presi un pezzo di mattone.
Lo spostai.
Poi una tavola.
Poi frammenti di intonaco.
Ogni tanto mi fermavo.
— Ehi! Ci senti?
Silenzio.
Poi:
Bau.
Uno solo.
Sempre più debole.
I miei colleghi arrivarono accanto a me.
Cominciammo a lavorare insieme.
Non potevamo usare macchinari pesanti.
Chi non ha mai visto un edificio crollato immagina che si possa semplicemente togliere il cemento con una ruspa.
Non funziona così.
Quando sotto potrebbe esserci qualcuno vivo, ogni pezzo appoggia su un altro pezzo.
Muovere una lastra nel modo sbagliato può far scendere trenta centimetri di solaio.
E trenta centimetri, là sotto, possono essere tutto.
Così togliemmo le macerie una alla volta.
Piano.
A mano.
Come se stessimo smontando la casa al contrario.
Una mattonella.
Un cassetto.
Una cornice.
Un pezzo di porta.
A un certo punto estrassi una fotografia.
Era sporca di polvere, con il vetro rotto.
Mostrava una famiglia seduta attorno a un tavolo.
Una tovaglia bianca.
Un piatto di lasagne al centro.
Un uomo anziano con il bicchiere alzato.
Una donna con il grembiule.
Due bambini.
Una di quelle fotografie che in Italia abbiamo tutti, o quasi.
Il pranzo della domenica.
Quelli in cui si litigava per chi aveva fatto aspettare gli altri.
In cui la nonna chiedeva se eri dimagrito.
In cui qualcuno diceva che ormai nessuno aveva più tempo per la famiglia.
Rimisi la foto da parte.
E continuai.
Dopo circa due ore capii una cosa sul cane.
Non abbaiava a caso.
Rispondeva.
Quando scavavamo faceva silenzio.
Quando ci fermavamo per ascoltare, niente.
Poi gridavo:
— Coraggio! Stiamo arrivando!
Bau.
Una volta.
Talvolta due.
Poi di nuovo silenzio.
Mi voltai verso Paolo, uno dei miei uomini.
Ci guardammo senza dire nulla.
Avevamo capito entrambi.
Il cane stava risparmiando le forze.
Non abbaiava per paura.
Non sprecava fiato.
Aspettava di sentirci e ci rispondeva soltanto quel tanto che bastava per indicarci la strada.
Una bestia terrorizzata può agitarsi.
Può graffiare.
Può urlare fino allo sfinimento.
Quel cane faceva qualcosa di diverso.
Sembrava sapere esattamente che cosa gli serviva.
Restare vivo.
Restare sveglio.
Tenere noi sulla direzione giusta.
A metà del pomeriggio il quartiere era ancora là.
Nessuno se n’era andato.
Il proprietario della piccola bottega all’angolo aveva tirato fuori casse d’acqua.
Una signora preparava caffè con una vecchia moka in un appartamento poco distante e li portava ai soccorritori su un vassoio.
Un ragazzo passava panini avvolti nella carta stagnola.
Una coppia di pensionati aveva portato coperte.
Non avevamo chiesto niente.
Era semplicemente successo.
È una cosa che ho visto tante volte nei quartieri italiani.
Per mesi ci si lamenta del vicino.
Quello parcheggia male.
Quell’altra scuote la tovaglia dal balcone.
Quello del terzo tiene la televisione troppo alta.
Poi arriva il giorno storto.
E improvvisamente nessuno domanda più chi ha ragione.
Si porta acqua.
Si porta pane.
Si porta una sedia a chi non regge più in piedi.
Un vecchio che viveva nella palazzina accanto mi prese per un braccio mentre passavo.
Aveva almeno settantacinque anni.
— Capitano.
Non ero capitano, tecnicamente, ma non era il momento di correggerlo.
— Dica.
Indicò le macerie.
— Lì sotto abitava la famiglia Rinaldi. Quelli con il cane grosso.
— Che cane?
— Un pastore tedesco. Si chiama Atlante.
Sentii qualcosa nello stomaco.
— Atlante?
— Sì. Lo aveva chiamato così il padre. Da cucciolo aveva delle zampe enormi. Diceva che sarebbe diventato forte abbastanza da portarsi il mondo sulle spalle.
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