Sul letto di morte mio padre ignorò la sua amata moto e chiese soltanto che Diesel gli restasse vicino

Mio padre aveva 75 anni e stava morendo. Quella notte non chiese la sua vecchia moto: volle sul petto il cane che nessuno aveva voluto.

«Paolo… prendimi Diesel.»

Mio padre lo disse quasi senza voce.

Tre parole.

Tre parole soltanto, pronunciate in una stanza dell’hospice mentre io, mia sorella e un’infermiera trattenevamo perfino il respiro per riuscire a sentirlo.

Nell’angolo della stanza c’era la sua vecchia moto.

Una grossa bicilindrica americana degli anni Settanta, cromature consumate, sella rifatta almeno quattro volte, serbatoio segnato da mezzo secolo di strade.

Sul pavimento, accanto al letto, c’era Diesel.

Quattordici anni.

Muso ormai bianco.

Zampe stanche.

Un vecchio cane che mio padre aveva preso al canile quando nessun altro sembrava volerlo.

Io guardai prima mio padre.

Poi guardai il cane.

E capii.

«Vuoi Diesel qui sopra?»

Mio padre fece appena sì con gli occhi.

L’infermiera non disse nulla.

Mi guardò soltanto e fece un piccolo cenno con la testa.

Come per dire:

Fallo.

Adesso non contano più le regole.

Adesso conta soltanto ciò che resta.

Mi chiamo Paolo Ferri, ho cinquantun anni e vivo in provincia di Modena.

Mio padre si chiamava Franco.

È morto due anni fa, a settantacinque anni.

Per capire quello che accadde quella notte, però, bisogna capire che uomo fosse stato nei cinquant’anni precedenti.

Perché mio padre non era il tipo che chiedeva abbracci.

Non diceva facilmente “ti voglio bene”.

Non piangeva davanti agli altri.

E quando qualcosa gli faceva male, spesso si limitava a stringere la mascella e andare avanti.

Era uno di quegli uomini cresciuti in un’Italia diversa.

Quella in cui si aggiustava tutto.

Le scarpe.

Le sedie.

Le radio.

Le famiglie, quando si riusciva.

E quando non si riusciva, almeno si cercava di non farlo sapere troppo in giro.

Mio padre aveva fatto il servizio militare nei primi anni Settanta.

Quando era tornato al paese, aveva pochi soldi in tasca e moltissima voglia di non dover più chiedere il permesso a nessuno.

Comprò una moto usata.

Enorme per l’epoca.

Rumorosa.

Pesante.

Una di quelle moto che, quando passavano davanti al bar della piazza, facevano girare la testa a tutti.

Da quel momento, smise praticamente di essere soltanto Franco.

Divenne “Franco della moto”.

Per cinquant’anni guidò.

Al mare.

Sulle colline.

Attraverso l’Appennino.

Alle feste di paese.

Ai raduni.

Ai funerali degli amici.

Ai matrimoni dei figli degli amici.

Perfino al battesimo di mio figlio arrivò in moto, con la giacca buona piegata dentro una borsa legata dietro.

Mia madre lo odiava.

La moto, intendo.

Diceva che in casa nostra veniva prima lei di tutti.

Io da bambino non capivo.

Pensavo fosse gelosa di un pezzo di ferro.

Poi sono cresciuto.

E ho capito che non era gelosia.

Era stanchezza.

Mia madre se ne andò quando io avevo dieci anni e mia sorella quattordici.

Non sparì.

Continuammo a vederla.

Ma da quel momento vivemmo principalmente con nostro padre.

Franco non fu un padre perfetto.

Lo dico perché oggi abbiamo la brutta abitudine di santificare le persone appena muoiono.

Mio padre aveva difetti.

Tanti.

Era testardo.

Orgoglioso.

Pessimo nel chiedere scusa.

Capace di restare zitto per tre giorni dopo una discussione.

Se pensava di avere ragione, poteva arrivare il Papa in persona e difficilmente gli avrebbe fatto cambiare idea.

Ma non ci fece mai mancare ciò che serviva.

Lavorava come manutentore in una piccola azienda della zona.

Usciva quando era ancora buio.

Tornava la sera con le mani nere di grasso.

Preparava la pasta.

Male.

Molto male.

Ancora oggi mia sorella sostiene che per quindici anni abbiamo mangiato spaghetti tanto scotti da poterci stuccare un muro.

La domenica, però, era sacra.

La domenica si andava dalla nonna.

Tagliatelle.

Arrosto.

Patate.

Bottiglia di vino messa al centro della tavola.

Le zie che litigavano sulla quantità di sale.

Gli uomini che finivano a parlare in cortile.

I bambini che correvano tra cucina e sala.

Quella era la nostra famiglia.

Rumorosa.

Complicata.

Piena di cose non dette.

Ma famiglia.

Mio padre parlava poco di sentimenti.

Li faceva.

Una volta, avevo diciannove anni, distrussi la macchina contro un muretto.

Tornai a casa convinto che mi avrebbe ammazzato.

Lui guardò la macchina.

Guardò me.

Mi chiese:

«Ti sei fatto qualcosa?»

«No.»

«Bene.»

Poi aggiunse:

«La macchina si aggiusta.»

Non disse altro.

Il giorno dopo si alzò alle cinque per andare a recuperarla.

Questo era Franco.

La macchina si aggiusta.

Tu sei vivo.

Il resto si vede.

Negli anni, la sua compagnia di motociclisti diventò una specie di seconda famiglia.

Non era niente di cinematografico.

Nessun misterioso gruppo fuorilegge.

Erano meccanici, pensionati, artigiani, ex operai, camionisti, un geometra, perfino un ex professore di matematica.

Uomini che in gioventù avevano avuto capelli lunghi e giubbotti stretti e che adesso avevano prostata, pressione alta, ginocchia nuove e occhiali da lettura.

Ogni sabato, quando potevano, si vedevano davanti a un bar fuori paese.

Un caffè.

Due bugie sulle moto.

Tre lamentele sulla schiena.

Poi partivano.

Io li prendevo in giro.

«Siete un reparto di geriatria su due ruote.»

Mio padre rispondeva:

«Sì, ma ti superiamo ancora.»

Tre anni prima della sua morte accadde una cosa che nessuno si aspettava.

Franco prese un cane.

Mio padre non era mai stato uno di quelli che impazzivano per gli animali.

Li rispettava.

Ma diceva sempre:

«Un cane è un impegno. Se lo prendi, poi non fai il furbo.»

Un pomeriggio andò al canile comunale con un suo amico che cercava un cane giovane.

Tornò lui con un cane vecchio.

Diesel.

Un meticcio robusto, con molto del pit bull nell’aspetto, testa larga, petto grosso e un muso che cominciava già a diventare bianco.

Aveva circa undici anni.

Era lì da parecchio.

Gli altri visitatori guardavano i cuccioli.

I cani giovani.

Quelli più facili.

Mio padre invece si fermò davanti al box di Diesel.

Mi raccontarono che rimasero a fissarsi per quasi un minuto.

Due vecchi scorbutici.

Uno fuori dalle sbarre.

Uno dentro.

Quando gli chiesi perché avesse scelto proprio lui, mio padre rispose:

«Perché nessuno guardava questo.»

Poi scrollò le spalle.

«Abbiamo più o meno gli stessi chilometri.»

Fu l’inizio.

Nel giro di poche settimane, quei due divennero inseparabili.

Diesel seguiva Franco in garage.

Franco lavorava sulla moto.

Diesel si sdraiava vicino al banco.

Quando mio padre usciva per andare al bar, il cane si piazzava davanti alla porta.

Quando tornava, Diesel riconosceva il rumore della moto molto prima di noi.

Mio padre arrivò perfino a far modificare un piccolo sidecar.

La prima volta che lo vidi gli dissi:

«Papà, sei diventato matto.»

Lui infilò a Diesel una specie di pettorina protettiva e rispose:

«Lui si diverte.»

Diesel sembrava un vecchio generale.

Seduto lì dentro.

Petto fuori.

Orecchie al vento.

Sguardo serio.

In paese li conoscevano tutti.

La signora del forno teneva da parte un biscotto senza zucchero.

Il barista metteva una ciotola d’acqua fuori.

Il gommista aveva una coperta vecchia dietro l’officina.

Perfino la farmacista, quando vedeva arrivare la moto, usciva sulla porta e diceva:

«Ecco i due pensionati più rumorosi della provincia.»

Mio padre fingeva di offendersi.

Diesel scodinzolava.

Quello, senza che ce ne accorgessimo, diventò il cuore del nostro piccolo quartiere.

La moto passava.

Le persone salutavano.

Il cane guardava.

Franco alzava due dita dal manubrio.

Erano una coppia improbabile.

E forse proprio per questo funzionavano.

Poi mio padre si ammalò.

Non userò nomi né dettagli inutili.

La malattia era seria.

E veloce.

All’inizio Franco fece quello che aveva sempre fatto.

La ignorò.

«È solo stanchezza.»

Poi:

«Passerà.»

Poi:

«Ho avuto di peggio.»

Quando finalmente andò dal medico, invece, capimmo che stavolta non c’era niente da aggiustare in garage.

In pochi mesi cambiò.

Mio padre, che a settantaquattro anni riusciva ancora a sollevare da solo pezzi di motore che io non avrei neppure provato a spostare, iniziò ad aver bisogno di una mano per salire tre gradini.

L’uomo che ogni estate attraversava l’Appennino in moto cominciò a passare le giornate in poltrona.

Diesel non si allontanava.

Mai.

Se papà andava in bagno, Diesel aspettava fuori.

Se dormiva, dormiva.

Se non mangiava, il cane rimaneva seduto a guardare la ciotola.

Quando arrivava qualcuno, Diesel prima controllava Franco.

Poi decideva se alzarsi.

Era diventato la sua ombra.

A un certo punto capimmo che le cure non stavano più cercando di guarirlo.

Stavano cercando di fargli meno male.

Fu lui stesso ad accettare l’hospice.

E anche lì ci sorprese.

Pensavo avrebbe combattuto.

Invece disse:

«Se devo finire la benzina, preferisco farlo senza far impazzire tutti voi.»

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto