Sono andato a casa della “matta dei cani” per scrivere quattrocento parole. Alle sei del mattino ho visto cosa facevano tredici cani davanti a un morto.
Quando arrivai davanti alla sua casa, alla periferia di Lecce, Teresa stava attraversando il cortile con un cane morto tra le braccia.
Era un vecchio pitbull tigrato, il muso ormai quasi tutto bianco, un occhio cieco e le zampe rigide avvolte dentro una coperta a quadri.
Teresa lo stringeva al petto come si stringe un bambino addormentato.
Non piangeva.
Quello sarebbe successo più tardi.
La cosa che mi fece fermare, però, non fu lei.
Furono gli altri cani.
Erano tredici.
Tutti anziani.
Uno aveva soltanto tre zampe.
Una femmina aveva il muso segnato da vecchie cicatrici e in alcuni punti il pelo non era più ricresciuto.
Un altro camminava con le zampe posteriori rigide e ogni passo sembrava costargli una piccola battaglia.
Quando Teresa portò il cane morto verso il grande limone in fondo al cortile, i tredici si disposero lungo la rete.
Non abbaiarono.
Non spinsero contro il cancello.
Non corsero dietro di lei.
Rimasero semplicemente lì.
Distanti uno dall’altro.
Le teste basse.
Gli occhi fissi su Teresa.
Sembravano conoscere quella scena.
Peggio ancora: sembravano conoscere la procedura.
Come se persino il dolore, in quella casa, avesse ormai una sua abitudine.
Teresa aveva sessantadue anni.
Indossava una vecchia camicia da uomo, larga sulle spalle, un paio di pantaloni da lavoro e degli zoccoli di gomma sporchi di terra.
I capelli grigi erano raccolti male dietro la nuca.
Posò lentamente il cane sotto il limone.
Guardò il cielo per un secondo.
Poi disse soltanto:
«Va bene, Bruno.»
Nient’altro.
Si voltò.
Entrò in casa.
E riempì tredici ciotole.
Io la seguii perché, sinceramente, non sapevo cos’altro fare.
Ero arrivato lì con un taccuino pieno di domande.
Nel quartiere la chiamavano da anni “la matta dei cani”.
Al bar vicino alla piazzetta c’era sempre qualcuno pronto a raccontarti che Teresa aveva trasformato casa sua in un canile, che spendeva tutta la pensione per animali “che tanto devono morire”, che dopo la morte del marito si era fissata.
Qualcuno scuoteva la testa.
Qualcuno rideva.
Qualcuno diceva la frase che nei quartieri italiani pesa più di una sentenza:
«Che figura.»
Io dovevo scrivere un pezzo leggero.
Quattrocento parole.
La donna strana del quartiere e i suoi cani.
Una storia da leggere durante il caffè.
Alle sette del mattino avevo già capito che non avrei scritto niente del genere.
La cucina di Teresa odorava di caffè, disinfettante e cane bagnato.
Sul frigorifero c’erano fotografie vecchie, calamite scolorite e un’immagine di suo marito con una camicia azzurra davanti al mare.
Sul piano della cucina vidi una fila di medicine.
Ne contai diciannove.
Ogni confezione aveva un pezzetto di nastro adesivo con un nome scritto a pennarello.
Lola.
Cesare.
Nerone.
Mimì.
Paco.
Luce.
Marta.
Arturo.
Pepe.
Rina.
Tobia.
Nino.
Stella.
Teresa schiacciava le pastiglie dentro piccoli cucchiai di cibo umido senza quasi guardare.
Faceva tutto con la naturalezza con cui mia madre, da bambino, apparecchiava la tavola la domenica.
Una ciotola.
Una compressa.
Una carezza.
Un nome.
Poi la successiva.
«Bruno non c’è più», dissi.
Fu una frase inutile.
Me ne vergognai appena mi uscì di bocca.
Teresa continuò a riempire le ciotole.
«Lo sanno.»
Mi voltai verso i cani.
Erano entrati lentamente e aspettavano.
Nessuno si avventava sul cibo.
«Come fanno a saperlo?»
Lei alzò appena una spalla.
«I vecchi capiscono più di quanto crediamo. Vale per i cani e vale pure per le persone.»
Avrei scoperto soltanto dopo quanto quella frase parlasse anche di lei.
Tutti i quattordici cani erano stati restituiti almeno una volta.
Alcuni due volte.
Altri tre.
Una famiglia li aveva presi e poi riportati indietro.
Poi un’altra.
Poi magari un’altra ancora.
Le motivazioni cambiavano.
Troppo vecchio.
Troppo costoso.
Piange di notte.
Ha paura degli estranei.
Non sale più le scale.
Ha bisogno di troppe cure.
Ringhia dal veterinario.
Sporca in casa.
Non è il cane che immaginavamo.
Ogni animale arrivato da Teresa aveva già sentito qualcuno dire, in un modo o nell’altro:
“Non possiamo più tenerlo.”
Tredici cani vivi.
Bruno sotto il limone.
Quattordici storie in cui il mondo aveva pronunciato la parola “no” più volte.
E Teresa aveva deciso di essere il posto in cui quel “no” finalmente finiva.
Le feci una domanda.
Male.
Troppo presto.
«Come fai a non distruggerti ogni volta?»
Lei stava infilando una pastiglia dentro una polpetta.
Non si fermò.
«Non erano miei per tenerli per sempre.»
Poi spinse la polpetta verso una cagnolina bianca.
«Erano miei per essere l’ultima casa.»
Scrissi quella frase sul dorso della mano.
Avevo lasciato il taccuino in macchina.
Ma ciò che non riuscivo a togliermi dalla testa era un’altra cosa.
Qualcosa che avevo notato entrando.
Vicino alla porta d’ingresso c’erano tredici cucce.
Non sistemate bene.
Non allineate da Teresa.
Sembravano trascinate lì.
Alcune erano vecchie coperte.
Una era un cuscino sformato.
Un’altra un materassino ortopedico con gli angoli morsicati.
Teresa mi spiegò che ogni sera succedeva la stessa cosa.
I cani trascinavano i loro giacigli lungo il corridoio e dormivano davanti alla porta principale.
Tutti.
Anche quelli con l’artrosi.
Anche quello con tre zampe.
Anche quelli che avrebbero avuto un posto più caldo vicino al termosifone.
Tredici cani provenienti da tredici vite diverse.
E tutti, prima o poi, finivano per dormire rivolti verso quella porta.
«Sembrano aspettare il fattorino della pizza», disse Teresa.
Rise.
Ma soltanto con la bocca.
Gli occhi rimasero seri.
Aveva notato quella cosa da anni.
E col tempo aveva iniziato a darle fastidio.
Come un rumore piccolo dentro una parete.
Non abbastanza forte da svegliarti.
Abbastanza insistente da non farti più dormire.
«Hai mai capito perché lo fanno?»
Teresa prese uno straccio.
Pulì il piano della cucina.
Una volta.
Due.
Tre.
Poi disse:
«Per anni ho pensato che aspettassero che fossi io ad abbandonarli.»
Si fermò.
«Ci ho messo tanto a capire che era esattamente il contrario.»
Prima di raccontarmi cosa significasse, Teresa preparò due caffè.
Il suo era amaro.
Il mio aveva troppo zucchero.
Ci sedemmo al tavolo della cucina mentre i cani, dopo aver mangiato, si sistemavano nei loro angoli.
Fu allora che scoprii che Teresa aveva lavorato per ventisei anni come infermiera in una struttura per malati terminali.
Quasi sempre di notte.
Aveva passato metà della propria vita accanto a persone che stavano morendo.
Anziani senza figli.
Madri con famiglie intere attorno al letto.
Uomini burberi che nelle ultime ore chiamavano la mamma.
Donne che avevano passato cinquant’anni accanto allo stesso marito e gli chiedevano di non spegnere la luce.
«La notte è peggio», disse.
«Di giorno c’è movimento. Medici, parenti, carrelli, telefoni. Di notte restano soltanto le persone e quello che hanno paura di dire.»
Teresa era diventata brava a stare.
Non a parlare.
Non a consolare con frasi grandi.
A stare.
Mi raccontò di aver imparato che, negli ultimi momenti, quasi nessuno chiede cose complicate.
Una mano.
Un bicchiere d’acqua.
Qualcuno seduto vicino.
Una finestra aperta.
Una fotografia.
«Alla fine», disse, «la gente non vuole che tu risolva la morte. Vuole sapere che non scappi.»
Suo marito, Michele, era morto improvvisamente sei anni prima.
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





