Sono arrivato dalla “matta dei cani” all’alba: quello che facevano tredici cani in silenzio mi ha sconvolto

Un malore.

Rapido.

Troppo rapido persino per una donna che aveva trascorso ventisei anni preparando altre famiglie al peggio.

Erano sposati da trentatré anni.

Avevano comprato quella casa quando il quartiere era ancora mezzo campagna.

Il limone lo aveva piantato Michele.

Ogni domenica pranzavano fuori, sotto una tenda verde, con sua sorella, due cognati e una quantità esagerata di pasta al forno.

Poi i figli dei parenti erano cresciuti.

Qualcuno era partito per Milano.

Qualcuno viveva all’estero.

La sorella aveva problemi alle gambe.

Michele era morto.

E la domenica, nella casa di Teresa, era diventata improvvisamente enorme.

«Il silenzio dopo tanti anni di matrimonio è una cosa strana», disse.

«Non è silenzio vero. Continui a sentire l’altro dappertutto.»

Indicò la cucina.

«Lui metteva sempre il pane lì. Io ancora mi arrabbio quando vedo che non c’è.»

Il primo cane arrivò pochi mesi dopo.

Si chiamava Cesare.

Aveva dodici anni.

Era sordo.

Soffriva di artrite.

Era stato adottato e restituito tre volte.

La volontaria che telefonò a Teresa le spiegò con molta delicatezza che si trattava di un affido di fine vita.

Probabilmente pochi mesi.

Forse meno.

Voleva essere certa che Teresa capisse cosa stava accettando.

Teresa scoppiò a ridere.

Non per cattiveria.

«Le ho detto: signora mia, gli ultimi mesi sono gli unici di cui so qualcosa.»

Cesare arrivò in novembre.

Quella prima sera Teresa gli preparò una cuccia in camera da letto.

Una coperta pesante.

Una ciotola d’acqua.

Una luce bassa.

Cesare entrò.

Annusò.

Si sdraiò per qualche minuto.

Poi si rialzò.

Afferrò la coperta con i denti.

E, lentamente, trascinandola centimetro dopo centimetro, attraversò il corridoio.

Fino alla porta d’ingresso.

Si sistemò lì.

Con il muso rivolto alla porta.

E dormì.

«Pensai che volesse stare vicino all’uscita», disse Teresa.

«Pensai: poveretto, magari ha paura di sentirsi chiuso.»

Quando arrivò il secondo cane, fece la stessa cosa.

Non subito.

Dopo qualche giorno.

Poi il terzo.

Poi il quarto.

Nel giro di quattro anni, la casa si riempì piano.

Teresa non aveva deciso di arrivare a quattordici.

Semplicemente il telefono continuava a squillare.

Una persona che lavorava in un rifugio.

Un veterinario.

Una conoscente.

Qualcuno che diceva:

«Teresa, so che ne hai già tanti.»

Pausa.

«Però questo non lo vuole nessuno.»

Era sempre l’ultima telefonata.

E Teresa diventava sempre l’ultimo numero.

Arrivò Arturo, undici anni, con un cuore malato.

Arrivò Rina, abbandonata già vecchia dopo una vita trascorsa in cortile.

Arrivò Pepe, quasi cieco, restituito a tredici anni perché la famiglia doveva trasferirsi.

Arrivò Tobia con tre zampe.

Arrivò Stella con le cicatrici.

Arrivò Bruno.

Bruno aveva avuto quattro case.

La prima lo aveva preso cucciolo.

La seconda quando aveva sei anni.

La terza lo aveva tenuto meno di un mese.

La quarta fu Teresa.

«Era un testone», disse sorridendo.

«Ma un testone educato.»

Teresa imparò tutte le terapie.

Chi doveva mangiare cibo morbido.

Chi aveva bisogno della ciotola rialzata.

Chi non poteva prendere una medicina a stomaco vuoto.

Chi voleva l’acqua tiepida.

Chi accettava la pastiglia soltanto se credeva di aver rubato il boccone.

Costruì due rampe di legno davanti ai gradini del portico.

Mise tappeti nel corridoio per evitare che le zampe anziane scivolassero.

Tolse un mobile perché Tobia, con tre zampe, continuava a urtarlo.

E ogni volta accadeva la stessa cosa.

Un cane nuovo entrava.

Dormiva magari in cucina.

Poi sul divano.

Poi accanto al letto.

Dopo una settimana.

Dieci giorni.

Due settimane.

Trascinava la propria coperta verso la porta.

E prendeva posto nella fila.

«All’inizio pensavo che Cesare insegnasse qualcosa agli altri», disse Teresa.

«Poi Cesare è morto.»

Sotto il limone.

«Ma loro hanno continuato.»

Fu allora che Teresa pensò che il problema fosse lei.

Forse i cani non si fidavano.

Forse stavano aspettando di essere mandati via.

Forse chi era stato abbandonato tante volte non smette mai davvero di aspettare il prossimo abbandono.

Quell’idea le faceva male.

Perché Teresa poteva sopportare medicine, pannolini, notti senza dormire e visite veterinarie.

Ma non sopportava l’idea che, dopo mesi o anni con lei, quei cani pensassero ancora:

“Prima o poi toccherà anche a questa casa finire.”

Nel pomeriggio Teresa pianse.

Eravamo seduti allo stesso tavolo.

Bruno era ancora fuori sotto il limone, avvolto nella coperta.

Un conoscente sarebbe passato più tardi per aiutarla a preparare la terra.

Teresa stava raccontando di come Bruno, negli ultimi mesi, cercasse sempre la stessa striscia di sole vicino alla finestra.

A metà frase si fermò.

Il viso non cambiò espressione.

Diventò soltanto immobile.

Poi due lacrime le scesero lungo le guance.

Dritte.

Silenziose.

Una vecchia cagnolina, Mimì, si alzò con enorme fatica.

Attraversò tutta la cucina.

Appoggiò il muso grigio sul ginocchio di Teresa.

Teresa lasciò le mani piatte sul tavolo.

Non nascose il volto.

Non disse niente.

Pianse così per forse un minuto.

Poi inspirò.

Si asciugò le guance con il palmo.

E disse:

«Non posso essere triste troppo a lungo.»

«Perché?»

«Perché non è questo il lavoro.»

Aspettai.

Lei guardò Mimì.

«Io sono il posto dove arrivano dopo che tutti gli altri li hanno rimandati indietro.»

Fece una pausa.

«Essere l’ultimo posto a cui qualcuno affida tutto quello che gli resta non è una disgrazia.»

Guardò verso la finestra.

«È un onore.»

Poi indicò il cortile.

«Bruno ha avuto quattro case. Tre lo hanno restituito.»

Deglutì.

«La quarta ero io.»

Silenzio.

«E io non l’ho restituito.»

Quella frase rimase nella cucina.

Semplice.

Quasi banale.

Come sono semplici molte cose importanti.

Pensai che quella fosse la fine della storia.

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