Uno alla volta.
Tredici cani.
Nessuna fretta.
A ciascuno concesse tutto il tempo necessario.
«Devono vedere», disse.
«Se uno sparisce, pensano che sia successo di nuovo.»
Guardò Bruno.
«Questo non è stato restituito.»
La voce le tremò appena.
«Questo è rimasto a casa fino alla fine.»
Fu in quel momento che capii perché il limone aveva delle piccole targhette alla base.
Cesare.
Luna.
Rocco.
Mina.
Gino.
Pina.
Adesso Bruno.
Sette nomi.
Sette cani.
Sette animali che qualcuno, un giorno, aveva ritenuto troppo vecchi, troppo complicati, troppo malati o semplicemente troppo difficili.
Tutti finiti nello stesso cortile.
Sotto l’albero piantato da Michele.
La cosa curiosa è che nel quartiere molti continuavano a giudicarla.
La signora della casa di fronte una volta le aveva detto che sprecava soldi.
Un uomo al bar aveva commentato che alla sua età avrebbe dovuto “godersi la vita”.
Una parente le chiedeva continuamente perché non vendesse la casa e si trasferisse in un appartamento più comodo.
«Che bisogno hai di vivere così?»
Teresa riceveva quella domanda spesso.
Non litigava.
Non provava a convincere nessuno.
«A sessant’anni», mi disse, «se hai ancora bisogno del permesso del paese per vivere come vuoi, hai sprecato metà delle lezioni che ti ha dato la vita.»
Poi sorrise.
«Michele avrebbe brontolato per le spese.»
Guardò le rampe di legno.
«Ma avrebbe costruito rampe migliori delle mie.»
In quella frase c’era forse tutta la nostalgia della sua generazione.
Uomini che dicevano poco.
Donne che portavano pesi senza annunciarli.
Famiglie che dimostravano l’affetto cucinando troppo.
Matrimoni pieni di difetti ma anche di riti minuscoli.
Il caffè messo sul fuoco prima che l’altro lo chiedesse.
Il pane comprato sempre nello stesso forno.
La domenica tutti a tavola, anche quando qualcuno era arrabbiato.
Dopo la morte di Michele, Teresa aveva perso molte di quelle cose.
Poi erano arrivati i cani.
E la casa aveva ricominciato ad avere orari.
Medicine alle sette.
Cibo alle otto.
Passeggiate brevi.
Coperte da lavare.
Veterinario.
Pavimenti da pulire.
Ciotole.
Rampe.
Notti interrotte.
Qualcuno avrebbe chiamato quella vita una prigione.
Teresa la chiamava responsabilità.
«Quando hai passato tanti anni con persone alla fine della vita», mi disse, «capisci che essere necessari a qualcuno non è la cosa peggiore che possa capitarti.»
La sera il cortile diventò silenzioso.
Bruno rimase sotto il limone.
Gli altri tredici mangiarono.
Proprio come Teresa aveva fatto quella mattina.
Avevo finalmente capito perché.
Dovevano vedere che la casa continuava.
Che una morte non significava uno sfratto.
Che la ciotola sarebbe arrivata comunque.
Che la luce del portico si sarebbe accesa.
Che Teresa sarebbe stata ancora lì.
Settimane dopo la richiamai.
Dovevo controllare l’ortografia di alcuni nomi.
Parlammo per quasi mezz’ora.
Alla fine le chiesi dei cani.
«Dormono ancora davanti alla porta?»
Rise.
«Dove vuoi che dormano? Ho comprato cuscini costosi e quelli preferiscono il corridoio.»
Poi mi raccontò una cosa che non avevo visto.
Ogni sera, prima di andare a letto, Teresa percorre il corridoio.
Arriva davanti alla porta.
Accende la luce del portico.
Tredici cani sono sdraiati dietro di lei.
In fila.
Vecchi.
Lenti.
Segnati.
Tutti rivolti verso il vetro.
Teresa appoggia il palmo sulla fascia opaca lasciata dai loro nasi.
Rimane lì qualche secondo.
Non dice niente.
Non serve.
I cani guardano.
Poi Teresa spegne la luce.
Chiude bene la porta.
E torna indietro.
«Perché lo fai?», le chiesi.
Dall’altra parte del telefono ci fu silenzio.
Poi rispose:
«Perché possono vedermi non andare via.»
Non scrissi mai le quattrocento parole che mi avevano chiesto.
Non riuscivo a rendere quella storia così piccola.
Teresa oggi ha sessantadue anni.
Ha tredici cani anziani.
Un corridoio pieno di cucce.
Diciannove medicine sul piano della cucina.
Rampe costruite male.
Un vetro consumato dai nasi.
E sette nomi sotto un limone piantato da suo marito.
Nel quartiere qualcuno la chiama ancora “la matta dei cani”.
Teresa lo sa.
Non le importa più.
Forse perché arriva un momento nella vita, soprattutto dopo i cinquanta o i sessant’anni, in cui la bella figura smette di essere la cosa più importante.
Hai visto troppi pranzi finire.
Troppe sedie restare vuote.
Troppi parenti promettere di chiamare.
Troppi oggetti di chi non c’è più rimanere nei cassetti.
Capisci che la domanda non è più:
“Cosa penserà la gente?”
La domanda diventa:
“Quando tutto sarà finito, io dove sono rimasto?”
Teresa ha scelto la sua risposta.
L’ultima cosa che mi disse quel giorno, nel vialetto, non aveva niente di triste.
Il sole stava scendendo.
Dalla finestra arrivava il rumore delle ciotole.
Uno dei cani abbaiò una volta.
Teresa si pulì le mani sui pantaloni.
Guardò la casa.
Poi guardò il limone.
«Qualcuno deve pur essere l’ultima casa.»
Entrò.
Chiuse la porta.
E tredici cani la guardarono restare.





