Sul letto di morte mio padre ignorò la sua amata moto e chiese soltanto che Diesel gli restasse vicino

Esattamente il genere di frase che avrebbe detto mio padre.

Mi venne da ridere e piangere insieme.

Alle sei arrivò la donna del forno.

Aveva saputo.

Lasciò del pane e disse solo:

«Per quando tornate a casa.»

Questo sono i paesi.

Possono parlare troppo.

Giudicare troppo.

Sapere cose che non dovrebbero sapere.

Ma quando arriva la notte brutta, spesso qualcuno accende una luce.

Nessuno fece discorsi.

Caffè.

Pane.

Una mano sulla spalla.

Bastava.

Fu Luca, mio figlio, alla fine, a staccare Diesel dal nonno.

Entrò nella stanza.

Si sedette sul bordo del letto.

Accarezzò il cane.

«Andiamo, vecchio.»

Diesel rimase ancora qualche secondo.

Poi sollevò la testa.

Annusò il volto di papà.

Una volta.

Lentamente.

E si lasciò prendere.

Luca lo sollevò tra le braccia come avrebbe sollevato un bambino addormentato.

Diesel non oppose resistenza.

Mentre usciva dalla stanza, girò la testa verso il letto.

Una sola volta.

Poi sparì nel corridoio.

Io pensavo che quello fosse stato il peggio.

Mi sbagliavo.

Portammo Diesel a casa mia.

Conosceva bene la casa.

Aveva una cuccia.

Un giardino.

Persone che lo amavano.

Nei primi giorni cercammo tutti di convincerci che si sarebbe ripreso.

«È triste.»

«Deve abituarsi.»

«Diamogli tempo.»

Ma Diesel cambiò.

Mangiava poco.

Poi quasi niente.

Dormiva moltissimo.

A volte si alzava, andava davanti alla porta del garage e rimaneva lì.

Il garage dove avevamo sistemato temporaneamente la moto di mio padre.

Una mattina lo trovai seduto davanti ad essa.

Guardava il sidecar.

Mi appoggiai allo stipite.

«Non viene, Diesel.»

Il cane non si mosse.

«Questa volta non viene.»

Mi sentii stupido a parlare con un cane.

Poi capii che non mi importava.

Mi sedetti sul pavimento accanto a lui.

Restammo così quasi mezz’ora.

La veterinaria che lo seguiva da anni lo visitò.

Era anziano.

Molto anziano.

Non trovò una nuova malattia evidente che spiegasse da sola quel crollo improvviso.

Mi disse che nei cani vecchi un lutto profondo, insieme all’età e a condizioni già fragili, può portare a un declino rapidissimo.

«Tenetelo comodo.»

Lo facemmo.

Luca dormì due notti sul divano accanto a lui.

Anna gli portava il pollo lesso che una volta divorava.

Io provavo a portarlo fuori.

Diesel faceva pochi passi.

Poi voleva tornare.

Una settimana dopo la morte di mio padre, lo trovai addormentato nella sua coperta.

Pensai stesse dormendo.

Mi avvicinai.

Gli toccai il fianco.

Era immobile.

Diesel era morto nel sonno.

Senza agitazione.

Senza rumore.

Aveva semplicemente smesso.

Sette giorni.

Sette giorni dopo papà.

Mi sedetti sul pavimento e lo tenni tra le braccia.

E lì crollai.

Quando morì mio padre avevo pianto.

Certo.

Ma avevo anche dovuto fare mille cose.

Telefonate.

Documenti.

Parenti.

Funerale.

Persone.

Con Diesel non c’era più niente dietro cui nascondersi.

Stavo stringendo l’ultima creatura che apparteneva completamente alla vita quotidiana di mio padre.

E mi sembrò di perderlo una seconda volta.

Chiamai la veterinaria.

Quando arrivò, mi trovò ancora seduto lì.

Le chiesi:

«Abbiamo sbagliato qualcosa?»

Lei mi disse di no.

Poi rimase in silenzio un momento.

«Paolo, non trasformare il dolore in colpa. Non serve.»

Le raccontai della notte in hospice.

Delle quattro ore.

Del garage.

Del sidecar.

Lei ascoltò.

Poi disse:

«Gli animali molto legati a una persona possono cambiare completamente dopo una perdita. Non sappiamo spiegare tutto con una frase. Diesel era molto anziano. Era fragile. E aveva perso il centro della sua vita.»

Guardò il cane.

«Forse ha semplicemente smesso di cercare il domani.»

Io non risposi.

Non so se i cani decidano.

Non so cosa sentano.

Non so se esista davvero quel tipo di scelta.

So soltanto quello che vidi.

Diesel aveva seguito mio padre ovunque.

In cucina.

In garage.

Al bar.

Sulla moto.

In ospedale.

Fino alla stanza dove mio padre aveva chiuso gli occhi.

E sette giorni dopo se ne era andato anche lui.

Fu Luca a dire ciò che nessuno di noi aveva ancora avuto il coraggio di pensare.

Eravamo a tavola.

Una di quelle tavole tristi dopo un funerale.

Piatti quasi pieni.

Pane tagliato e lasciato lì.

La televisione accesa senza volume.

Luca guardò me.

Poi Anna.

«Non possiamo separarli.»

«Chi?»

«Il nonno e Diesel.»

Rimasi zitto.

Luca continuò.

«Hanno passato tre anni insieme. Sempre. Il nonno lo ha scelto quando non lo voleva nessuno. Diesel è rimasto con lui fino alla fine.»

Deglutì.

«Non mettiamoli in due posti diversi.»

Avevamo ancora una possibilità.

La nostra famiglia possiede un piccolo terreno fuori paese.

Non è grande.

Un campo ai margini di una strada provinciale, vicino a vecchi filari e a un capanno che mio nonno usava quando ancora coltivava.

Mio padre adorava quel posto.

Ci andava per stare tranquillo.

Negli ultimi anni ci passava spesso in moto con Diesel.

A volte si fermava.

Spegneva tutto.

E restava seduto a guardare le colline.

Decidemmo che sarebbero rimasti lì.

Vicini.

Non fu una grande cerimonia.

E forse proprio per questo fu perfetta.

Famiglia.

Amici.

Qualche vicino.

Gli uomini del gruppo motociclistico.

Il barista.

Il gommista.

La donna del forno.

Perfino un’infermiera dell’hospice venne nel suo giorno libero.

Quando la vidi arrivare mi commossi più di quanto volessi mostrare.

«Non doveva.»

Mi rispose:

«Lo so.»

E restò.

Gli amici di papà arrivarono in moto.

Una lunga fila.

Motori bassi.

Nessuno accelerò.

Nessuno volle farsi notare.

Parcheggiarono ai margini del campo e vennero avanti a piedi.

Uomini che avevo visto ridere, bestemmiare, litigare per una carburazione e prendere in giro mio padre per quarant’anni.

Quel giorno avevano tutti gli occhi rossi.

Mettemmo Franco e Diesel vicini.

Due piccoli segni di pietra.

Luca volle scegliere le parole.

Sul segno di Diesel fece incidere:

HA SCELTO DI SEGUIRTI.

Su quello di mio padre:

IO TI ASPETTO.

Quando vidi le due frasi insieme, dovetti allontanarmi.

Non serviva altro.

Due pietre.

Pochi passi tra l’una e l’altra.

Un campo.

Le colline.

Il rumore lontano delle macchine sulla provinciale.

E cinquant’anni di vita dentro poche parole.

Pensavo che la storia sarebbe finita lì.

Invece il paese fece ciò che i paesi sanno fare quando mostrano la loro parte migliore.

Qualcuno cominciò a portare fiori.

Non mazzi costosi.

Un rametto.

Due margherite.

Un fiore preso dal giardino.

Il barista, quando chiudeva la domenica pomeriggio, ogni tanto passava in bicicletta.

La signora del forno lasciò una volta un piccolo biscotto vicino alla pietra di Diesel.

Io lo trovai lì e capii subito chi fosse stata.

Non glielo dissi mai.

Non serviva.

Un giorno vidi un uomo che non conoscevo fermarsi davanti alle pietre.

Lesse.

Rimase immobile.

Poi si tolse il cappello.

Forse non conosceva papà.

Forse aveva conosciuto un cane.

Forse qualcuno che gli mancava.

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