Era il suo modo.
Trasformare la morte in una frase da officina.
Quell’hospice era in una zona tranquilla, fuori da un piccolo centro ai piedi dell’Appennino.
Poche stanze.
Un giardino.
Persone che parlavano piano senza diventare false.
E infermieri capaci di fare una cosa che considero rarissima:
restare umani davanti al dolore degli altri.
Quando chiedemmo se Diesel potesse entrare, pensavo avrebbero detto di no.
L’infermiera responsabile guardò mio padre.
Poi il cane.
Poi noi.
«Se è tranquillo, per me quello è un familiare.»
Mio padre la guardò come non lo avevo visto guardare nessuno da settimane.
«Brava.»
Diesel entrò.
Si sdraiò accanto al letto.
E da quel momento quasi non si mosse più.
Dopo alcuni giorni, mio padre disse una cosa.
Una soltanto.
Guardava fuori dalla finestra.
«Mi manca vederla.»
Io sapevo cosa intendesse.
La moto.
Era ferma nel garage di casa.
Pulita.
Con il pieno.
Assurdamente pronta a partire.
Come se anche lei non avesse ancora capito.
Ne parlai con alcuni amici di papà.
Il giorno dopo fecero una cosa che ancora oggi mi stringe lo stomaco.
Arrivarono in otto.
Tutti uomini tra i sessanta e i settantacinque anni.
Barbe grigie.
Pance.
Ginocchiere.
Occhiali.
Mani da lavoratori.
Con il consenso del personale, aprirono le porte più larghe dell’ingresso laterale e portarono dentro la moto di mio padre.
Spenta.
A mano.
Piano.
Come si porta una reliquia in processione.
Attraversarono il corridoio.
Una donna anziana in un’altra stanza li vide passare e si mise a ridere.
Un infermiere li aiutò a girare in uno spazio stretto.
Uno degli amici di papà quasi perse l’equilibrio e sussurrò una bestemmia, poi si ricordò dove si trovava e si fece il segno della croce.
Io avrei riso, se non avessi avuto voglia di piangere.
La moto arrivò nella stanza.
La sistemarono nell’angolo.
Pulita.
Lucida quanto possibile.
Il casco di papà appoggiato sul sellino.
Quando mio padre la vide non fece grandi scene.
Non era da lui.
La guardò.
A lungo.
Poi gli si alzò appena un angolo della bocca.
E nei suoi occhi passò qualcosa che ancora oggi non so descrivere.
Io vidi il ragazzo che era stato.
Il ventenne tornato dal servizio militare.
L’uomo che aveva conosciuto mia madre.
Il padre che mi accompagnava a scuola.
Quello che partiva alle sei la domenica.
Quello che aveva seppellito amici.
Quello che aveva attraversato mezzo Paese.
Cinquant’anni.
Tutti dentro quello sguardo.
Uno dei suoi amici disse:
«Te l’abbiamo scaldata.»
Mio padre, senza staccare gli occhi dalla moto, mormorò:
«Bugiardo.»
Risero tutti.
Per dieci secondi quella stanza non fu una stanza d’hospice.
Fu il nostro vecchio garage.
Fu il bar del sabato.
Fu una domenica del 1988.
Fu casa.
La moto rimase lì.
Anche Diesel.
Ed è così che arrivammo all’ultima notte.
Quel pomeriggio le infermiere ci avevano detto che probabilmente mancava poco.
Mia sorella Anna arrivò prima di cena.
Mio figlio Luca, ventisei anni, passò per salutare il nonno e poi rimase.
Nessuno voleva dirlo.
Ma tutti sapevamo.
La stanza era illuminata da una lampada gialla.
Fuori c’era silenzio.
Dentro si sentiva soltanto il respiro irregolare di mio padre.
Ogni tanto Diesel alzava la testa.
Poi la appoggiava di nuovo sulle zampe.
Verso notte fonda papà aprì gli occhi.
Guardò me.
Poi il pavimento.
«Paolo…»
Mi avvicinai.
«Sono qui.»
«Diesel.»
Feci un passo verso il cane.
«Cosa, papà?»
Lui raccolse l’aria che gli restava.
«Prendimi Diesel.»
Fu allora che capii.
Voleva il cane sul letto.
Esitai.
Un secondo.
Forse meno.
C’erano tubi.
Fili.
Mio padre era fragile in un modo che mi faceva paura perfino toccarlo.
L’infermiera, però, mi guardò.
Fece quel piccolo cenno.
Non servivano parole.
Mi chinai.
«Vieni, vecchio.»
Diesel era pesante.
Quattordici anni, ma ancora trenta chili abbondanti.
Lo sollevai lentamente.
Lui non protestò.
Sembrava aver capito prima di noi.
Lo appoggiai sul bordo del letto.
Diesel fece il resto.
Con una delicatezza incredibile, sistemò le zampe.
Si mosse evitando i tubi.
Poi si allungò lungo il corpo di mio padre.
Poggiò la testa sotto il suo mento.
Franco sollevò una mano.
Quella mano.
La mano con cui mi aveva insegnato a tenere una chiave inglese.
La mano che aveva impastato cemento.
Cambiato gomme.
Riparato motori.
Preparato migliaia di caffè.
Dato poche carezze, ma sempre quando servivano.
La appoggiò sulla schiena del cane.
Diesel chiuse gli occhi.
Mio padre espirò lentamente.
E il suo volto cambiò.
Non sembrava più spaventato.
Non sembrava nemmeno malato.
Sembrava soltanto stanco.
Finalmente autorizzato a riposare.
Rimase così per circa mezz’ora.
Nessuno parlò.
Anna sedeva dall’altra parte.
Luca era vicino alla finestra.
Io tenevo una mano sul letto.
L’infermiera entrava e usciva con discrezione.
Poi, a un certo punto, il respiro di mio padre si fece sempre più distante.
Una pausa.
Poi un altro.
Poi una pausa più lunga.
E infine non arrivò quello successivo.
Non ci fu niente di spettacolare.
Nessuna frase finale.
Nessuna musica.
Solo silenzio.
L’infermiera si avvicinò.
Controllò.
Aspettò.
Poi guardò noi.
Anna iniziò a piangere.
Io le presi la mano.
Luca si girò verso la finestra e si coprì il viso.
Diesel non si mosse.
Rimase lì.
La testa sotto il mento di mio padre.
Gli occhi aperti.
Immobilissimo.
Passarono alcuni minuti.
Forse venti.
Forse quaranta.
Il tempo, in momenti del genere, non funziona normalmente.
A un certo punto pensai che avrei dovuto farlo scendere.
Mi avvicinai.
L’infermiera mi toccò appena l’avambraccio.
«Lo lasci.»
La guardai.
«Ma…»
Lei scosse piano la testa.
«Non c’è fretta.»
Poi guardò Diesel.
«Anche lui deve capire.»
Quelle parole mi entrarono dentro.
Non c’era fretta.
Era morto mio padre.
E per la prima volta nella mia vita capii quanto sia assurda la nostra ossessione di correre.
Telefonare.
Firmare.
Sistemare.
Portare via.
Organizzare.
Quella notte nessuno aveva bisogno di organizzare niente.
Un uomo era morto.
Un cane lo stava salutando.
Il mondo poteva aspettare.
Diesel rimase sul petto di mio padre quasi quattro ore.
Quattro ore.
Non dormiva.
Non guaiva.
Non abbaiava.
Non cercava di svegliarlo.
Restava.
Fuori, intanto, accadde una cosa che se fosse successa in città forse non sarebbe accaduta nello stesso modo.
La voce si sparse.
Non so neanche come.
Forse mia sorella aveva mandato un messaggio.
Forse uno degli amici motociclisti aveva telefonato a un altro.
Alle cinque del mattino, quando uscii un momento dall’ingresso laterale per prendere aria, trovai quattro persone.
Il barista.
Il gommista.
Due amici di papà.
Non entrarono.
Non chiesero niente.
Uno aveva portato un termos di caffè.
Il barista mi porse un sacchetto con alcune brioche.
«Mangiate qualcosa.»
Io dissi:
«Non ho fame.»
Lui rispose:
«Non ti ho chiesto se hai fame.»
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